OFELIA | Rubrica Teatro – “INCORPORARE” Un dialogo con Monica Gillette e Gary Joplin sulla danza, il genere, le possibilità politiche dell’arte

Lucio Guarinoni

“Quando ho iniziato a lavorare sulle tematiche di genere, pensavo che la sigla lgbtqi+ non mi riguardasse in prima persona, non rientrando formalmente in questo acronimo, ma attraverso questo viaggio credo che la cosa più importante che ho imparato è che tutt* noi possiamo trasformarci e aprirci confrontandoci con questi temi. Tutt* noi siamo legat* da aspetti che riguardano il genere, tutt* noi dovremmo fare questo viaggio, porci delle domande. L’identità di genere non andrebbe indagata solo da chi fa parte delle comunità queer o trans, ma da tutta la società.”

Monica e Gary durante le prove, foto credits Britt Schilling

Incontro Monica Gillette e Gary Joplin in una chiamata zoom un giovedì pomeriggio, io nella mia cucina, loro ciascun* nella propria casa: voglio parlare con loro del lavoro che portano avanti, in particolare dei progetti che stanno sviluppando negli ultimi anni legati alle tematiche di genere e al ruolo che queste rivestono nel discorso sulla diversità, di per sé e (cosa particolarmente interessante) in relazione ad altri ambiti come quello della malattia.

Die Krone an meiner Wand, foto credits Britt Schilling

Gary e Monica viaggiano da anni nel mondo della danza, sono entrambi statunitensi e vivono a Freiburg, in Germania. Gary è un regista e coreografo, ma anche un “somatic coach”, e queste pratiche si incontrano nei progetti che crea e conduce. Monica ama definirsi una “dance activist”, perché per lei, mi dice, “è molto importante conoscere e sviluppare pratiche che abbiano un impatto sul cambiamento sociale”. Si sono conosciut* collaborando prima su un progetto rivolto a persone con il morbo di Parkinson, e realizzando insieme i progetti “Die Krone an meiner Wand” (letteralmente “La corona sul mio muro”) e “Grenzland” (“Terra di confine”). Il primo è un progetto di movimento e danza rivolto a donne toccate dall’esperienza del cancro, in un gruppo intergenerazionale dove ciascun* partecipante è diventat* cassa di risonanza emotiva per l’esperienza del gruppo e dei/delle partecipanti. Da qui, e in particolare dalle discussioni con il pubblico a seguito della performance, è nato “Grenzland”, progetto sempre legato al cancro ma rivolto a un gruppo unicamente maschile: farlo partire non è stato facile. Monica e Gary hanno dovuto confrontarsi con diverse resistenze di fronte a una proposta di lavoro sul corpo e la danza rivolta a un gruppo solo maschile, proprio per questo hanno capito di voler esplorare le tematiche di genere attraverso il proprio lavoro. Le fatiche e le scoperte hanno fatto parte anche dello sviluppo del progetto: Gary mi racconta che un giorno, di fronte a un esercizio che prevedeva del contatto fisico tra lui e un partecipante del gruppo, la reazione dell’uomo è stata “Non posso farlo! È così gay!”. Questo momento ha permesso di aprire un confronto nel gruppo sulla relazione tra genere e incontro dei corpi, e su come i partecipanti vivessero con fatica l’esplorazione del contatto tra uomini a partire dall’assenza di relazione fisica con i propri padri. Il dialogo e il confronto attraverso il lavoro sul corpo è una pratica usata spesso nella loro attività, dove, mi raccontano: “È importante nella nostra ricerca artistica e umana portare in scena dei tabù, come possono essere quello della malattia o del genere”.

Progetto Grenzland, foto credits Britt Schilling

Da qui nasce il progetto “The 3rd box”: dal 2019, infatti, la Corte Costituzionale tedesca approva la possibilità di barrare sui documenti, in riferimento al genere, non più solo la casella “maschile” e “femminile”, ma anche “altro”. Monica e Gary decidono allora di riunire un gruppo internazionale di ragazz* tra i 17 e i 27 anni e di indagare questo tema: cosa vuol dire poter barrare una terza casella? Quali sono le opportunità e i problemi che ne conseguono? Chi partecipa al gruppo ha diverso orientamento e identità di genere: persone in transizione, non binary, così come persone eterosessuali cisgender. Quando chiedo qual è la cosa più importante che hanno scoperto lavorando con questo gruppo, Gary mi risponde che per lui è stato importante confrontarsi con persone in transizione sul tema della burocratizzazione, e di quanto i passaggi legali per “diventare ciò che siamo” comportino una definizione da parte di altr* della nostra identità: “questo non è un punto di arrivo, ma di partenza”, mi dice. Monica mi racconta di quando un giorno un partecipante, che si era sempre presentato come uomo cisgender, ha chiesto al gruppo di essere chiamato con un nome diverso da quello anagrafico, ma scelto da lui: ascoltare il racconto di persone che, dentro il percorso di transizione, sceglievano il proprio nome gli aveva permesso di interrogarsi rispetto a come volesse essere chiamato e alla riappropriazione della propria identità. Un progetto in cui essere alleati, certo, ma anche uno spazio per esplorare come le questioni di genere riguardino tutt* in prima persona, e per provare attraverso la danza a incorporare delle questioni che aprano a una trasformazione. “The 3rd box” sarebbe dovuto andare in scena cinque settimane dopo l’inizio del lockdown nel 2020:non è stato possibile, ma Monica e Gary hanno iniziato una collaborazione con “What You See Festival” (Utrecht) e Boulevard (‘s-Hertogenbosch) e hanno proposto dei laboratori online dal titolo “The Anatomy of Togetherness”, dove portano avanti il percorso iniziato in presenza e a cui anche alcun* partecipant* del gruppo hanno preso parte.“E quali sono le previsioni per il futuro?” chiedo loro. Sorridono. L’idea sarebbe di debuttare a inizio aprile, anche se le prospettive non sono delle migliori. Intanto quello che è importante è tenere aperto un canale, coltivare la relazione col gruppo di “The 3rd box” per non perdere i legami creati e gli spazi di libertà raggiunti lavorando insieme.

Prove di The 3rd Box, foto credits Michael Kaiser
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Author: administer