Alessia Santambrogio e Sara Marini

Siamo un gruppo di persone transfemminist* queer, trans* e cis-gender, che vivono lo spazio con i propri corpi e i propri posizionamenti, e che quotidianamente attraversano gli ambienti ritrovandosi a confliggere con le norme che ne regolano la struttura e la lettura, che dettano la liceità o meno di esistenze e com- portamenti. Costantemente proviamo il disagio cui ci costringe la marginalità. Ed è proprio dalla necessità di agire il nostro disagio in senso trasformativo che nascono le riflessioni e le pratiche che muovono il progetto Genderfree toilet.
La nostra esperienza inizia là dove il sistema cis-eteronormativo che disciplina le nostre esistenze mostra i suoi esiti più compiuti, più definiti, più vincolanti: i bagni pubblici. Nel percorso dettato dalla naturalità di un gesto che risponde a un bisogno fisiologico, incontriamo frequentemente due porte che riportano rispettivamente una figura stilizzata con indosso una gonna e una analoga che indossa i pantaloni. I confini dell’essere e dell’agire legittimamente nel nostro orizzonte socio-culturale sono segnati dai quei pochi tratti che indicano inderogabilmente due generi, maschile e femminile, e due modalità di esprimerli, con il loro corollario di gestualità, estetica e capi di abbigliamento, dandoli per scontati. È davanti a quel “per-scontato”, al potere che esprime, all’oppressione che agisce su chi davanti a quelle porte esita, su chi davanti a quella scelta binaria non riconosce il proprio spazio di esistenza e di espressione, che abbiamo cercato di costruire agio, a partire dalla decostruzione di quell’ovvietà che non ci considera.

In primis, perché da quel luogo e da quelle rappresentazioni sono escluse le persone non cis-gender, coloro che non si identificano con il sesso assegnato alla nascita. Si tratta di persone trans*, per le quali tale incongruenza si lega a una forte auto-identificazione con il genere considerato opposto o la cui identità di genere non corrisponde a nessuno dei due poli maschile-femminile, come nel caso delle persone non binarie. Dunque, appare “non scontato” aprire una porta piuttosto che un’altra. Il progetto Genderfree toilet nasce quindi con l’obiettivo di visibilizzare la molteplicità dei generi e scardinare la rigidità delle espressioni, invitando a sostituire in ogni luogo aperto al pubblico, ai bagni divisi per genere, bagni gender-free, cioè attraversabili e utilizzabili da tutte le possibili soggettività, non binarie, trans* e cis-gender.

In pratica abbiamo immaginato di proporre una nuova simbologia che offrisse a chiunque la possibilità di riconoscersi e di usufruire con agio di un servizio essenziale. Immagini non binarie, non dicotomizzanti da apporre su una o più porte, in modo da convertire tutti i bagni indicanti una divisione per genere in gender-free. Alla elaborazione grafica abbiamo inoltre affiancato dei materiali informativi che favorissero la problematizzazione e la visibilizzazione di quelle identità relegate alla minorità e alla marginalità: si tratta di una locandina da affiggere sulle porte e un opuscolo in cui offrire risposte, condividere domande e concedersi tempi più distesi di riflessione collettiva.
E proprio da questa siamo volut* partire per realizzare le rappresentazioni grafiche da utilizzare. Per contrastare un sistema e delle pratiche che quotidianamente sovradeterminano le soggettività impedendo loro di autodefinirsi e autorappresentarsi, abbiamo scelto di chiedere a una cerchia allargata di persone trans*, queer, non binarie, amiche e attiviste, quale sarebbe stata l’immagine dalla quale si sarebbero vist* rappresentat* o che avrebbero voluto vedere sulla porta. Ed è dalle loro risposte e dal bisogno da loro sollevato di spostare l’attenzione dai propri corpi al tipo di servizio, che abbiamo preso spunto. Non sirene, tritoni, polipi e alieni, ma oggetti d’uso che si trovano comunemente: water, orinatoi, lavandini, fasciatoi, assorbenti, cestini…

Riflessioni e azioni materiali, le nostre, che trovano appoggio e dialogo con quanto ricerca in ambito accademico, in particolare nel campo dei queer e gender studies, e attivismi, seppur con implicazioni, obiettivi e occasioni di auto-riflessione diverse, mettono in luce e sottopongono a critica.
I bagni comunicano, confermano e ribadiscono al pubblico i valori del sistema sociale di cui sono emanazione, sostenendo un ordine di genere (Connell, 2006) binario e cis-eteronormativo inserito in un sistema di potere, controllo e disciplina (Bender-Baird, 2016) di corpi, espressioni e possibilità o meno, di autodeterminazione, anche nello scegliere dove fare pipì. La genderizzazione binaria dello spazio pubblico, così come del sistema-mondo, definisce così cifra e misura dell’esclusione, poiché stabilisce chi è nel posto giusto e chi, invece, non lo è (Borghi, 2020).
La non innocenza di questo sistema simbolico espone inoltre le persone che non si collocano entro tale dicotomia a stress, disagio, scomodità e potenziale violenza (Herman, 2013; Meyer, 2003); la loro non adesione a modelli egemonici, di maschile o femminile, infatti, può suscitare nelle persone cis-gender sentimenti di rifiuto, disgusto, scherno e aggressività.
Nonostante l’ambito apparentemente ristretto d’azione, nel suo interrogare e aggredire le architetture simboli- che e materiali, il progetto Genderfree toilet vuole sostenere un’azione di trasformazione progressiva e capillare dello spazio, delle sue rappresentazioni e implicazioni cis-eternormate e normative; contribuendo ad allargare l’orizzonte di agio e visibilità per tutte quelle soggettività che non si ritrovano nel rigido binarismo stereotipato dei generi e creando inoltre occasioni di riflessione rispetto alle ripercussioni che la normatività ha anche per le persone cis. E chissà, la prossima volta che ci vedremo in un bagno saremo più attent* e sensibili, non sanzionator*, finalmente liber* di fare pipì in pace.

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