Silvia Camisasca

C’è un gran bisogno di ridare centralità alla questione “diritti”. C’è un gran bisogno di riappassionarci a quella paziente battaglia quotidiana per l’affermazione di principi solo apparentemente acquisiti: occorre un cambio di paradigma, che passi dal riconoscimento della diversità quale risorsa di valore -sociale, culturale ed economico- e quale potente motore di innovazione.

La molla, alla base della necessaria inversione concettuale, scatta sostituendo alla stortura, che porta a maturare l’idea di diritto come “concessione” ad una minoranza da parte di una maggioranza, con quella di diritto come elemento costitutivo di ogni essere vivente, conditio sine qua non per la convivenza pacifica e paritetica all’interno di ogni comunità. Una volta raggiunta la consapevolezza sulla natura dei diritti, condividerli, e non concederli, e battersi perché tutti ne godano, sarà vissuto come bisogno nostro esattamente come di chi ne è privato. E questo vale a partire dal diritto inalienabile di ogni essere umano di poter essere sé stesso e assecondare la propria natura, nel rispetto ovviamente di quella altrui. Per comprendere quanto sia importante il valore del diritto sciolto da ogni contesto storico, socioculturale, geografico, in cui possa essere calato, può essere d’aiuto allargare la prospettiva del proprio orticello, aprendosi a orizzonti misconosciuti: non c’è che l’imbarazzo della scelta. Basta chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare in un punto ben identificato del mappamondo ed entrare nella dimensione di un luogo, di un paese, di una società, sull’onda del racconto di un Virgilio o di una Beatrice che ci guidi nel viaggio. Un viaggio che con Marilisa Lorusso, esperta in Democrazia e Diritti Umani, in particolare dei paesi di origine di richiedenti asilo per Rights in Exile Program (UK) e per il Center for Gender & Refugee Studies (US), ha per destinazione la Georgia, il più filo-occidentale dei paesi caucasici che, ottenuta l’indipendenza nel 1991, ha avviato un processo di acquisizione dei principi sui diritti umani nei codici nazionali, nel tentativo di accreditarsi come possibile membro della NATO e dell’UE. In questo clima, per soddisfare gli standard stabiliti dal Consiglio d’Europa e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nel 2000 fu depenalizzata l’omosessualità. Da allora, in ambito giuridico, la direzione è stata teoricamente inequivocabile: nel 2006 il codice del lavoro ha vietato la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, nel 2012 il codice penale ha previsto l’aggravante dell’omofobia nei reati contro la persona e il 2 maggio 2014 il Parlamento ha approvato una legge contro tutte le forme di discriminazione basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Infine, nel luglio 2017, la Corte costituzionale della Georgia ha revocato il divieto per gli uomini gay e bisessuali di donare sangue, dichiarandone l’incostituzionalità. Continuano ad essere vietati per legge il riconoscimento del matrimonio di coppie dello stesso sesso, l’adozione congiunta da parte di coppie gay, la maternità surrogata per coppie di sesso maschile. Nel paese (in cui il servizio militare è obbligatorio), inoltre, le persone LGBT non sono autorizzate a prestare servizio apertamente nell’esercito. “Come in Ungheria, si registra una controtendenza sul piano legale dei diritti LGTB, che ha trovato l’apice nell’introduzione di un emendamento teso a specificare che il matrimonio deve essere tra un uomo e una donna -spiega Marilisa Lorusso- l’emendamento, fiore all’occhiello di una campagna per “resistere alla colonizzazione morale dell’Occidente” del partito al potere, il Sogno Georgiano, legalmente nulla cambia, poiché il codice civile già definisce il matrimonio come unione volontaria tra una donna e un uomo ai fini della creazione di una famiglia e i matrimoni gay non erano consentiti anche prima dell’emendamento costituzionale”.

L’inclusione di questa disposizione, tuttavia, è un chiaro segno della volontà di perpetrare il modello familiare tradizionale, che trova ragione, in parte, nella forte omofobia della società georgiana: un marchio nazionale che va di pari passo con il forte attaccamento alle tradizioni culturali e alla religione ortodossa.“La violenza verbale, fisica e psicologica contro LGBT sono ricorrenti, diffuse su tutto il territorio nazionale, anche se la capitale, Tbilisi, è considerata più tollerante -sottolinea Lorusso- così come i giovani, soprattutto tra i 18-24 anni. Detto questo, gli atteggiamenti di intolleranza nei confronti degli omosessuali sono sensibilmente aumentati e questo perché l’élite politica ritiene impopolare impegnarsi nel far rispettare la legislazione antidiscriminatoria e, al contrario, cavalca la profonda omofobia dell’opinione pubblica, contribuendo ad alimentarla, invece che ad arginarla”. La violenza contro le persone transgender è endemica e sistematica: il 32% dei membri della comunità LGBT dichiara di aver subito almeno una volta violenza fisica, il 90% quella psicologica e il 73% di non aver denunciato, temendo ritorsioni omofobiche della polizia. Di questi episodi politici, ben il 60% è avvenuto in luoghi pubblici: del resto, il 72% dei georgiani ritiene la violenza psicologica contro le persone LGBT sia a tal punto consuetudinaria da non poter essere inquadrata tra le violazioni dei diritti umani.“In qualità di Gender Focal Point, durante una missione dell’UE, ero stata incaricata di valutare l’impatto della guerra russo-georgiana del 2008 sulla comunità LGBT, ricorda Marilisa Lorusso. Nonostante il mio referente avesse garantito ai membri della comunità totale anonimato, la scelta del luogo di incontro e l’accesso alle informazioni solo all’interno della catena di comando della missione, le persone della comunità si sentivano a tal punto minacciate da ritorsioni, nel caso avessero rivelato il loro orientamento sessuale, che non si riuscì ad incontrarle”. Ritornando all’inizio, il diritto “teoricamente” sancito può bastare?

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