FLOWER POWER – Le piante e i loro diritti

Silvia Camisasca

Maltrattate, private da sempre dei loro diritti in nome di atavici pregiudizi, estromesse da una società di cui sono parte integrante e fondamentale, ripudiate da una visione che accetta solo ciò che è omologato, respingendo la diversità e, conseguentemente, ignorate da un sistema giuridico che non le riconosce in quanto soggetti viventi. Ci riferiamo alle piante, una comunità che, come si scopre in Flower Power. Le piante e i loro diritti (Einaudi 2020), presenta più di un parallelismo con quella LGBT: partendo dalla ricostruzione del tetto della cattedrale di Notre Dame a Parigi, per il quale saranno sacrificate duemila querce di almeno trecento anni di età, l’autrice, Alessandra Viola, si domanda come non aver pensato ad un’alternativa, anche perché il riconoscimento dei diritti delle piante è l’unica via per restituire al mondo vegetale la dignità che gli spetta. Il saggio ha l’obiettivo dichiarato di aprire un dibattito, e approda a una rivoluzionaria Dichiarazione universale dei diritti delle piante che, dopo duecento pagine di argomentazione, appare assolutamente coerente e logica: “La prima reazione rispetto a quella che sembra una provocazione è di aperto scetticismo – racconta Alessandra Viola, giornalista, scrittrice e visiting fellow del Center for the Humanities and Social Change dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – Le piante non hanno diritti perché “è sempre stato così”, oppure,“ci mancano anche i diritti delle piante”: linguaggi che sottolineano la convinzione che manchi qualcosa di necessario all’attuale ordinamento giuridico e sociale. L’ordine costituito in cui viviamo, ereditato dal passato, appare immutabile, ma la storia insegna il contrario, essendo i diritti proprio espressione dei tempi e delle società in cui vengono riconosciuti o negati e sono in continua evoluzione”. Non a caso, il cerchio della nostra considerazione morale si estende progressivamente, anche se in modo non lineare, sin dall’antica civiltà greca e latina, provando che la teoria secondo cui esista un “ordine naturale”, in cui alcuni soggetti godano dei diritti e altri no, è antistorica e antiscientifica. In base a tale presupposto, gli unici diritti riconosciuti sarebbero riservati al pater familias. Costante, del resto, che si ripropone nel corso dei secoli, a vario titolo, è il tentativo di giustificare l’esclusione di determinate categorie dalla “pubblica” considerazione morale: bambini, donne, neri, ispanici, ebrei, omosessuali – solo per citarne alcune – in diverse situazioni geografiche e storiche e in varie riprese, sono stati privati (e tuttora lo sono) di loro diritti. “La scienza, grazie ai progressi della ricerca, ha smontato tesi infondate, volte ad accreditare la presunta diversità di alcuni soggetti con allusioni razziali o caratteristiche fisiche del tutto ascientifiche e irrazionali. Evidenze che stanno venendo alla luce anche rispetto al mondo vegetale, proprio perché la ricerca, negli ultimi vent’anni, ha provato che le piante sono esseri viventi affatto inferiori: intelligenti, senzienti, sociali”. Non solo: imparano, ricordano, riconoscono i parenti, comunicano tra loro e con gli animali.

Dunque, perché mai dovremmo privarle dei loro legittimi diritti? Ed è proprio la stessa domanda valida per tutte le comunità rispetto alle quali qualcuno si arroga il “diritto” di escluderle dalla considerazione morale. Qual è il discrimine tra chi gode dei diritti e chi ne è privato? E chi lo stabilisce? Se passiamo al vaglio le motivazioni addotte a questa secolare esclusione, si nota quanto fossero già deboli in tempi in cui, per la mancanza di conoscenze, ci si affidava alla superstizione, e quanto insensate e inaccettabili siano oggi: un’epoca in cui non possiamo aggrapparci ad alcuna giustificazione, che non sia frutto di pregiudizio. Si noti che nei riguardi delle comunità LGTB gli atteggiamenti discriminatori provengono proprio da chi non ha nessuna conoscenza diretta delle persone che ne fanno parte, esattamente come avviene nei riguardi del mondo vegetale: “Ci siamo interessati poco alle piante, non osserviamo le piante, se non sbadatamente o considerandole alla stregua di una carta da parati: in quasi tutti i sistemi giuridici sono ritenute proprietà, come la terra in cui hanno radici e che abitano – sottolinea l’autrice – E questo non è un unicum, anzi è sintomo di una stortura di fondo: in molti paesi condividono, per esempio, questa condizione con le donne o gli omosessuali”. Singolare, considerando che proprio dalle piante, ad esempio, dipende la nostra esistenza, essendo le sole capaci di creare e mantenere le condizioni che consentono la vita sulla Terra. Ci forniscono cibo, energia, materiale da costruzione, sono risorse inesauribili: regolano la biosfera in modi che non abbiamo ancora compreso del tutto, eppure non le si considera straordinari esseri viventi come invece sono. Di recente, il diritto ambientale ha aperto la strada a una epocale trasformazione: il movimento, ancora poco conosciuto in Italia e in Europa, della Giurisprudenza della Terra ha spinto Ecuador e Bolivia a modificare la costituzione, inserendovi i fondamentali ‘diritti della natura’, e alcuni Stati, tra cui Nuova Zelanda, India e Stati Uniti, a riconoscere i diritti di ecosistemi di fiumi, laghi e foreste. I diritti delle piante sono una naturale evoluzione di questo processo e ne costituiscono l’approdo ideale: “Le leggi sull’ambiente non bastano, per tutelarlo la strada maestra è quella dei diritti: “Le condizioni in cui versa il pianeta bastano a spiegarne il motivo, ma occorre anche sottolineare le due straordinarie funzioni dei diritti – argomenta la Viola – sono espressione della società che li riconosce e, dunque, delle sue convinzioni morali, e, una volta riconosciuti, rappresentano il riferimento ideale per tutta la legislazione di uno Stato e per i cittadini”. Bisogna poi sottolineare che più diritti per tutti non significa meno diritti per qualcuno: il diritto non è una coperta troppo corta, al contrario, più soggetti includiamo nella sfera della nostra considerazione morale e più tendiamo ad una società giusta e inclusiva. È una battaglia di giustizia sociale, che riguarda una società estesa oltre la comunità degli esseri umani e che abbraccia tutti gli esseri viventi: per farlo, il primo passo è riconoscere pari diritti a ogni essere umano. E questo, ancora, non basta, se non riusciamo ad unirci alla battaglia di quel movimento di civiltà che intende garantire che tutte le comunità meritino di sedersi al tavolo dei diritti, esattamente perché hanno la nostra stessa dignità. Il riconoscimento dei diritti delle comunità LGBT non deve essere sentito come una conquista solo per chi ne fa parte, ma per tutti coloro che credono nella giustizia sociale, contro ogni forma di discriminazione e pregiudizio.

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Author: administer