CONTRO SPAZI | Rubrica infanzia – SE IL ROSA È DA BAMBINA (O DA GAY)

Elena Luciano

I servizi educativi e le scuole per l’infanzia sono luoghi dedicati alla cura, all’educazione e all’istruzione di bambini e bambine dalla nascita ai sei anni, ovvero anni cruciali per lo sviluppo delle potenzialità e per la costruzione dell’identità. Sono luoghi pubblici dedicati alla loro educazione che, per definizione, è intrisa di valori e presuppone un impegno politico e il rispetto dei diritti di tutti coloro che – grandi e piccoli – vi sono coinvolti. A livello europeo, tra i fattori di qualità imprescindibili di tali servizi e scuole, vi sono – almeno nelle dichiarazioni – la promozione di esperienze di gioco e di apprendimento ispirate ai valori della diversità e dell’inclusione, da un lato, e l’incoraggiamento della partecipazione delle famiglie, dall’altro.
A fronte di ciò, quale può essere il contributo di tali servizi alla valorizzazione dell’orientamento affettivo e sessuale di ciascuno e al contrasto delle discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere? Una progettazione educativa – di spazi, arredi, proposte, oggetti e materiali – attenta a valorizzare equità e rispetto reciproco, può favorire esperienze di gioco e di apprendimento capaci di promuovere libertà di espressione e di pensiero, contrastando stereotipi di genere e modelli di femminilità e di mascolinità rigidi e antiquati e pur tuttora diffusi (nei libri, nei giochi, nei materiali didattici, a casa e a scuola): mamme intente a pulire la casa e a cucinare accanto a padri al lavoro negli uffici, bambini forti e spericolati accanto a bambine dolci e premurose. Dentro ad ambienti di apprendimento attenti a contrastare le aspettative sociali e gli stereotipi culturali maggiormente diffusi, intrisi di retaggi sessisti e discriminanti, è altresì fondamentale che nella comunicazione quotidiana tra educatori, insegnanti, bambini e bambine sia consapevole ed esplicito l’intento di decostruire tali stereotipi e di educare alla parità di genere e alla diversità in tutte le sue forme. Laddove un bambino venga deriso per un pantalone rosa, è allora utile evitare sia processi sia condoni per dare invece voce ai bambini e alle bambine, ai loro sentimenti e alle loro parole (o a quelle dei loro genitori…), nell’idea che insieme è possibile non solo pro- durre conoscenza ma anche interpretare, negoziare e condividere significati entro un ragionamento collettivo, promuovendo così sia il pensiero critico e argomentativo sia il valore della diversità e del rispetto di ciascuno. Ma il lavoro educativo con i bambini e le bambine non riguarda né coinvolge solo loro. Se il nido e la scuola dell’infanzia sono comunità educanti abitate da adulti che, insieme, condividono il mestiere di educare, è fondamentale che, tra i diversi temi di confronto, trovino spazio anche quelli relativi alla diversità e al genere, dentro a un dialogo incessante e generativo di sapere e di rispetto – tra educatori/insegnanti e genitori ma anche tra genitori – che accoglie anche posizioni contrastanti, disvela pregiudizi e promuove progressivamente rispetto e conoscenza. Affinché ciò accada, almeno tre condizioni sembrano tuttavia imprescindibili.
La prima è che nelle convinzioni profonde dei professionisti dell’educazione il pantalone rosa non costituisca né possa costituire un oggetto di discriminazione e che, ad ogni modo, un investimento sul loro sviluppo professionale continuo – anche in merito a tali temi – sia garantito.
La seconda condizione prevede la piena consapevolezza ed accettazione, da parte di tali professionisti, che oggi, nei servizi e nelle scuole, entrano una pluralità di modi di vivere la genitorialità e molteplici forme di famiglie (nucleari, ricomposte, monoparentali, omogenitoriali, con figli non biologici, adottati, in affido…): oltre ogni ideale e stereotipo, è con ciascuna famiglia che risulta prioritario trovare un modo buono per collaborare.
Infine, la terza condizione prevede che tale relazione tra famiglia e servizio non sia tanto concepita come terra di conflitto o come pratica per istruire buoni genitori, quanto piuttosto come un terreno fertile di ascolto e di scoperta, entro il quale agire come alleati alla ricerca delle migliori strategie per educare i bambini e le bambine alla cittadinanza, alla diversità, all’inclusione e alla libertà di esistere e di essere ciò che si è.

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Author: administer