CASSIOPEA | Rubrica filosofia – LA PAROLA DI OGGI: IDENTITÀ

Valeria Cantoni

Se Zoom potesse misurare le emozioni generate dalle call di lavoro, la comunicazione finirebbe di certo al purgatorio, a scontare la nostra scarsa dimestichezza con la cura per le relazioni.
Ma, poiché ogni cosa ha il suo lato B, è stata anche la riscossa di chi ha più difficoltà a imporre la propria presenza, di chi sente di avere un corpo ingombrante, diverso, non uniformato. Dietro a uno schermo, o in chat, queste persone si sono sentite più libere di esprimere pensieri ed emozioni, di far pesare le proprie parole al di là del proprio aspetto fisico, del proprio orientamento sessuale, della propria gestualità, dell’immagine che (sentono) gli altri proiettano su di loro. Di certo il linguaggio verbale ha avuto la meglio su tutto e da qui dobbiamo partire.
Attribuiamo alle nostre parole un senso dato, ma ogni parola in realtà nasconde in sé una vastità di piccoli scarti di senso, di stratificazioni, di salti culturali che ignoriamo e contro cui ci scontriamo quando non ci sentiamo capiti dagli altri.

Perché una rubrica sulle parole?
Come è difficile capirsi. In questo ultimo anno poi, che ha cancellato il gesto, il corpo e ci ha stampati sugli schermi a due dimensioni, la parola è divenuta la regina della comunicazione, generando momenti di vicinanza ma anche voragini di malintesi, nervosismi, noia, frustrazione. Di certo in questo anno impiegato a cercare di capirsi, ascoltarsi e non solo sentirsi (mi senti? Io ti sento) abbiamo tutti capito che comprendersi è uno strumento di time management oltre che di salute personale. Se non ci si capisce si fatica ad accettarsi l’un l’altra, ma ci si può capire solo se ci si ascolta in modo attivo, senza pregiudizi. Impresa difficilissima. Anche se naturalmente la nostra comunicazione è generata da malintesi, ci sono momenti in cui comprendersi è importante per poter creare quella zona franca in cui le ragioni dell’uno non prevaricano quelle dell’altro. Mai come adesso le persone nelle organizzazioni hanno bisogno di raccontarsi, di dire ciò che hanno vissuto, provato, perché c’è un bisogno condiviso di non sentirsi sole, di sentirsi parte di un’esperienza che le accomuna ad altri. C’è bisogno di sentirsi simili – non diversi, non uguali – e dunque compresi, non solo nella propria diversità, ma anche nella propria somiglianza, tutti impegnati ad attraversare un territorio impervio, incerto e annebbiato. Così nasce Cassiopea, uno spazio e un tempo per riflettere proprio sui significati delle parole più comuni e “abusate”, per interrogarle, scavarle e aprire “pensieri ponte” tra la nostra routine e la nostra interiorità e unicità, tra il nostro essere “individui sociali”, professionisti, dirigenti, impiegati, insegnanti, venditori e il nostro essere persone, sistemi complessi che impattano sul contesto, cambiandolo, e ne vengono modificati. Anche per una parola.

La parola di oggi: Identità
In ogni riflessione sull’orientamento affettivo e sessuale delle persone, la parola identità corre veloce e subdola, cercando sempre riparo in un significato che si suppone dato. Qualunque sia il punto di vista, pensiamo sia quello “vero”, senza considerare che ognuno pensa sempre a partire da sé, situato in una certa posizione, in una cultura, in una lingua, in una storia che si porta dentro, da cui è costruito. La parola identità è vissuta e narrata in un modo diverso da chi eredita una storia di persecuzione, inadeguatezza ed esclusione o da chi, invece, è nato e cresciuto in un contesto aperto, accogliente, dove l’identità non è una questione da interrogare ma un concetto dato, univoco, non negoziabile, statico direi.
In nome dell’identità si commettono reati di massa, in difesa dell’identità si emarginano persone considerate troppo diverse per poter essere parte del gruppo, invocando l’identità si ergono muri protettivi che, sotto l’etichetta dell’inclusione, escludono tutto ciò che non si conforma per poter stare dentro.
Se si scava nella parola, se si fa operazione di gemmologia, come mi piace definire la ricerca dell’oro tra la terra e il fango, l’identità è una fantasia, non esiste. Identità viene dal greco ταὐτότης , identico a se stesso e distinto da tutti gli altri. Nasce così l’identità come grande equivoco della cultura occidentale moderna che ha bisogno di definire tutto, anche l’essere umano, incasellarlo, farne categorie, bloccarlo, controllarlo. Non contempla chi sta in mezzo, ciò che non è una cosa e neppure l’altra, ma tutte due insieme. Ciò che non incasella sfugge dal controllo dell’approccio scientifico, dall’idea cartesiana del cogito ergo sum che ha impiegato tre secoli prima di essere smantellata dalla psicoanalisi e dall’antropologia. Questa cultura dell’identità è la causa di tante crisi di persone che, perso il ruolo a cui si erano “inchiavardate” – amministratore delegato, presidente, dirigente, capo sales, direttore marketing – si sentono perdute, private della propria identità.
Noi non siamo identici a noi stessi, siamo molteplici, poliedrici, numerosi dentro di noi. Siamo tante persone insieme, tanti ruoli, tante voci diverse, desideri contraddittori, siamo contraddizioni che respirano.
Come scrive Umberto Galimberti,“l’identità è il prodotto delle relazioni che la memoria instaura tra le impressioni continuamente mutevoli, e tra il presente e il passato”. L’identità non è un fatto né una condizione, non è sostanza, l’Io non esiste in sé, ma è una costruzione della memoria, della mente, è un processo narrativo, è il prodotto continuamente mutevole di molte narrazioni.
Noi ci riconosciamo “io” grazie soprattutto ai racconti degli altri (genitori, amici, fratelli e sorelle, colleghi e colleghe), costruiamo il senso del nostro essere continuo nel tempo e distinto da tutti gli altri grazie a narrazioni, a esperienze, relazioni.
La storia di una vita non cessa di essere continuamente ridisegnata, addirittura “quando dico io, dico anche uno pseudonimo”, scriveva il filosofo Jacque Derrida. Non siamo mai uguali a noi stessi.
L’antropologo Francesco Remotti scrive che “l’identità non solo è un’invenzione, ma addirittura un’illusione”. “Io” in realtà è un “noi”, un parlamento interiore molto più interessato agli scambi e alle relazioni con l’alterità che non ad arroccarsi in difesa di ciò che si finge di essere.
“Un buon funzionamento psichico è il risultato dell’incontro, morbido o acceso, di molteplici stati del sé. Ci vogliono parecchi luoghi, tanti percorsi, molte motivazioni”, scrive Vittorio Lingiardi.
Allora, questa parola identità creata per inchiodarci in un passato identico a se stesso, può essere ripensata con la parola somiglianza, che è più docile e indefinita, più adatta alla molteplicità di storie, culture, orientamenti sessuali, lingue, religioni, ruoli, che popolano ogni sé e insieme ogni organizzazione. Suggerisco di lavorare su ciò che ci rende simili e un po’ meno su ciò che ci distingue, forse qualche muro potrà sbriciolarsi e lasciar passare relazioni. Ce n’è così tanto bisogno nelle imprese, nella scuola, nella società.

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Author: administer