RISO E SETA – Identità

di Alessia Mosca

Vedere è credere e dall’esempio si può sognare più in grande. Guardare all’esempio di leader o role model non stereotipati rafforza efficacemente il cambiamento nella cultura della parità: se usiamo sempre più parole (nuove) nel dibattito sui temi di genere, possiamo beneficiare dei racconti delle donne che, con il loro esempio, ispirano nuove opportunità di empowerment.

Capita sempre più spesso di leggere di primati che vedono per protagonista una donna (o più). Un trend questo che, nell’anno che ha messo in discussione tutti i parametri conosciuti, oltre a espandere un vocabolario nuovo, ha cementato la sensibilità verso il modo di raccontare le storie di leader femminili trasformati in role model.

Anni fa il dibattito sull’empowerment passava spesso dalle rivendicazioni sui termini da preferire: l’amministratrice delegata, la ministra, la rettrice,… Oggi siamo andati un passo oltre, più alla sostanza della questione e, questo, grazie anche alle immagini che rimbalzano a una velocità inimmaginabile. La foto dei premi nobel per la chimica, Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna, la prima donna alla guida di Citi Bank Jane Fraser, o l’inusuale spazio che il neo-eletto presidente Biden ha lasciato alla sua vice Kamala Harris, nel primo discorso dopo la conferma della sua vittoria. Camminiamo sulle spalle di chi ci ha preceduto, ha ribadito la Harris stessa, e su questi esempi costruiamo una società più equa.

Le rivoluzioni culturali sono incoraggiate dall’emulazione di chi, prima di noi, ha provato a cambiare lo status quo. Ma concentrarsi solo sulle donne che sono arrivate nelle stanze dei bottoni, che hanno vinto un Oscar o hanno creato imprese milionarie, può essere controproducente se, come accade, sono percepite come modelli troppo lontani per essere raggiunti. La diversità si ottiene infatti attraverso tutte le sfumature possibili. Se nomi acclamati in tutto il mondo rappresentano l’affermazione della possibilità di arrivare ai vertici, abbiamo però anche bisogno di modelli di vicinanza: l’insegnante che ispira un pensiero critico, l’imprenditrice della propria città che gestisce l’azienda con tenacia, la studentessa di qualche anno più grande che sta concludendo con successo un percorso di studi non “tipicamente femminile”.

Con l’immediatezza di accesso alle informazioni garantita dalla tecnologia, offrire alle giovani generazioni parametri nuovi a cui ispirarsi è un bisogno facilmente applicabile. Proporre loro una maggiore varietà di modelli percepiti come raggiungibili richiede il coraggio di metterci la faccia. Però, ispirare in loro un diverso mindset è un fenomeno quasi naturale che si può instillare già in famiglia: avere una mamma che lavora contrasta il pensiero stereotipato “think manager, think male” e, alla lunga, rende le donne meno reticenti nell’immaginarsi nel ruolo di leader.

Oggi, nonostante alcuni chiari esempi della tendenza, il percorso verso la parità di genere resta ancora arduo e il traguardo molto (molto) lontano. I passi in avanti sono messi a rischio proprio dalla pandemia e dalla crisi conseguente. Le condizioni di moltissime restano minacciate da un pay gap ampio, da tutti i pericoli connessi all’essere economicamente dipendenti, da politiche poco adatte ad accompagnare la riqualificazione delle donne e da una cultura troppo carica di stereotipi che le marginalizza in ruoli ben definiti. Senza contare poi che si sono trovate ulteriormente caricate delle responsabilità di cura.

Per cambiare la cultura è necessario, allora, ripensare al lavoro delle donne, ma anche ai modelli che vengono proposti, già a partire dagli anni degli studi. Se è vero che matematica, scienze, nozioni finanziarie e conoscenze digitali sono linguaggi abilitanti per una nuova inclusione, ad oggi ancora metà della popolazione resta indietro in questo senso e, principalmente, a causa di abitudini mentali e preconcetti duri a morire.

Spread inclusion all around the globe

Author: administer