Intervista a Luciano Canfora

Tiziano Colombi, VIce Direttore DiverCity Magazine

Caro Professor Canfora, Lei rappresenta un tipo di intellettuale piuttosto inusuale nel panorama contemporaneo: diciamo pure un unicum. E’ riuscito, nella Sua bibliografia, a tenere insieme l’interesse perla cultura greca classica e la più lucida analisi della politica contemporanea, passando attraverso la storia romana, il Rinascimento (Convertire Casaubon), la passione per Antonio Gramsci e l’avversione al Fascismo, arrivando alla lotta politica dei nostri giorni: ricordo, a titolo di esempio, la stroncatura diretta a Matteo Salvini, da Lei definito, con estrema precisione linguistica, “fascistoide” e non “fascista”.

Intervistarla sul tema del Linguaggio, a cui è dedicato il numero 9 di DiverCity significa, in qualche misura, ripercorrere l’arco dei Suoi interessi e della Sua esistenza. E provare a definire un perimetro d’azione di questa ricerca, legata alla memoria, al linguaggio ideologico, al linguaggio politico. Partiamo allora dall’Apologia di Socrate, uno dei primi discorsi politici della polis greca che tanto peso ha avuto nella formazione degli intellettuali di ogni epoca (basti ricordare le letture di Danton in carcere). 

Nella prima pagina dell’Apologia, Socrate si presenta come un sempliciotto di settant’anni che compare, per la prima volta, in tribunale. Tuttavia, nell’arco di due pagine (all’incirca 52 righe) i termini inerenti “il parlare” si declinano in tutte le sfumature possibili, arrivando a un numero impressionante di ripetizioni: troviamo ben 23 accezioni di “parlare” (pronunciare, dichiarare, enunciare, dire, parlar bene, descrivere, aver udito, rumoreggiare, ecc.). Il testo è un capolavoro di perizia retorica da parte di un giovane e talentuoso Platone, dotato di un’enorme proprietà di linguaggio considerato che, forse, l’apologia di Socrate è il primo scritto uscito dalle mani del filosofo. 

Dopo questa lunga introduzione, è possibile chiederLe a che punto è giunto, oggi, il linguaggio? 

C’è un fatto: il nostro Paese è stato fino alla metà del secolo scorso un Paese largamente in ritardo in quel processo di alfabetizzazione scolastica che altri Paesi, come Inghilterra, Francia e Germania avevano affrontato già nell’800. Si è calcolato che l’analfabetismo in Italia, in particolare al sud e nelle zone di campagna delle regioni del nord, intorno al 1950 fosse pari a quello della Russia zarista. Prima di raggiungere la conquista del cosiddetto linguaggio universale, cioè una lingua comune parlata e compresa da tutti, al di là dei vari dialetti regionali, ci sono voluti altri vent’anni. Questo coinvolgimento delle fasce della popolazione più povere è avvenuto, in parte, grazie al cinema (ancora troppo elitario), ma principalmente con l’avvento della televisione, come ha largamente documentato il lavoro di Tullio De Mauro “ È la televisione che ha unificato il linguaggio della nazione”. Ma come lo ha fatto? Semplificando, banalizzando. Questo è un problema morale. E’  stato un bene o un male? Per gli oligarchi, naturalmente è male. Dicono: si è persa la qualità della lingua letteraria, appannaggio di pochi eletti. Per gli utopisti è bene: tutti dovrebbero parlare benissimo, ma tant’è. 

Un caro amico, Beniamino Placido, faceva presente che, in televisione, se si utilizza un termine inusuale il conduttore o la conduttrice interrompono immediatamente e traducono, parafrasando il termine, come se il pubblico non fosse in grado di capire. 

E’ un fatto che la lingua parlata dalle persone tende ad essere quella del linguaggio delle serie tv, degli attori; meno la lingua dei  telegiornali e delle trasmissione di approfondimento, in realtà seguite da poca gente.

Lei ha riflettuto ampiamente sull’utilizzo del linguaggio da parte  di dittature antiche e moderne (non a caso Atene fu definita da  Platone “Teatro-crazia”): quando e come queste si sono avvalse dei  mezzi di comunicazione di massa per fare della (dis)informazione un  metodo di manipolazione? Come giudica il linguaggio politico attuale?

I politici dialogano tra loro. E usano i giornali per mandare  messaggi. A questo servono ormai i giornali: non hanno più altra funzione. E, infatti, le vendite vanno a picco. 

Sarebbe utile rileggere o riascoltare i discorsi di alcuni politici del passato: sono costruiti attraverso la tipica struttura retorica di Demostene e Cicerone: da un lato appresa sui banchi di scuola del liceo o nelle aule universitarie; dall’altra emersa dallo studio dei grandi statisti. 

E’ solo negli ultimi vent’anni che il linguaggio politico è andato degenerando. Dall’argomentazione si è passati all’insulto. Si è perso il ragionamento. Cosa non meno fastidiosa è l’enorme influenza dei modelli: gli Stati Uniti, di cui siamo un protettorato, rappresentano oggi l’avanguardia della banalità. 

Un politico americano, durante un comizio, pronuncia frasi costituite, al massimo, da soggetto, predicato e complemento oggetto; poi tace e aspetta la reazione dell’uditorio. Poiché sa che il pubblico non capisce più di così. 

Donald Trump, poi, ha raggiunto il punto più basso: emette solo invettive: “Fauci è un idiota”. Questa frase crea sconcerto, dato che Fauci rappresenta l’esperto più competente nominato proprio dal Congresso per affrontare le epidemie. 

Va detto che questa decadenza del linguaggio colpisce tutti i settori della vita. E ha avuto effetti anche sulla narrativa. Mi capita di leggere testi di narrativa e noto che anche la prosa ha subito, tranne in rare eccezioni, un adeguamento alla lingua parlata. Un antidoto potrebbe essere quello di ricordare un vecchio suggerimento di Giosuè Carducci: “Traducete dal latino, dal francese”. Nell’operazione del trasportare i termini da una lingua all’altra, in effetti, si è costretti a riflettere sulla scelta dei vocaboli e si riscopre il valore etimologico o semantico della parola.

Cosa pensa dunque del linguaggio politico dei cosiddetti “populisti”?

Definire populisti questi politici è un eufemismo ed è, soprattutto, un errore. Come disse chiaramente Umberto Eco, in Fascismo eterno, la Destra è fascista. La Destra usa la demagogia. Una demagogia basata sull’equivoco. La destra, infatti, è nazionalista e contro immigrati, ebrei e chiunque “tolga il pane”. Questo è il nucleo del fascismo. 

E qui nasce un problema: i giornalisti si spaventano. Hanno paura ad impiegare il termine corretto, fascista, e lo sostituiscono con un altro termine: populista, diciamo per… pudicizia. In realtà, il populismo è stato un movimento ottocentesco completamente diverso, ispirato da motivi comunitari e religiosi. Concordo con la definizione che ne diede Vittorio Zucconi, immediatamente dopo l’esito delle urne 2018: siamo di fronte a pulsioni fascistiche. 

Tornando indietro alla fine della Repubblica romana e agli esordi  dell’Impero, colpisce la vicenda di Ovidio. Il poeta, censurato da  Augusto per motivi ancora oscuri, inscena il ritorno a Roma dei suoi  libri che, davanti all’ingresso della biblioteca pubblica, vengono  respinti (addirittura!) da una statua che rappresenta la libertà. È  curioso come il programma culturale di Augusto prevedesse l’aumento  delle biblioteche pubbliche e, insieme, una maggiore censura dei libri  non graditi al Principe. Come diceva Leo Löwenthal la storia  dell’umanità non è altro che una lotta per la memoria e il libro è, in  fondo, la vittima di questa lotta. Secondo 

Lei, oggi, i libri sono  ancora così potenti?    

Per quanto riguarda la narrativa, direi proprio di no. Se non in rari  casi e indirettamente. Per esempio, famoso il caso di Ahmed Salman Rushdie. 

Lo stesso vale per la saggistica. Basti pensare che un editore  considera buona una tiratura di 1500 – 2000 copie. Fa ridere.    

Ma allora Professore di cosa ha veramente paura il potere?    

Il potere ha paura della stampa. E vuole il controllo dei mass media.    

Rispetto alla potenza dei libri e dell’educazione, come commenta una  politica che, durante l’emergenza Covid-19, ha confermato un notevole disinteresse per la Scuola?    

La didattica a distanza si impone, in questa fase, ma si spera sia un  fenomeno transitorio. Naturalmente, la didattica a distanza non fa  altro che accentuare le difficoltà di quei bambini e bambine che hanno famiglie disagiate, non in grado di sostenere l’educazione dei figli, negando pertanto il presupposto di un diritto all’istruzione  universale, indipendentemente dal censo o dalla classe sociale di appartenenza.    

Ma il problema non nasce certo negli ultimi mesi, a causa del Covid-19. Il vero problema è lo storico svilimento della scuola: basti pensare  alla malaugurata scelta di accorpamento di storia e geografia, in una  folle materia definita geo-storia; il cronico intento di ridurre ore d’insegnamento, adottare manuali che poi non si usano, per quanto  insufficienti e talvolta puerili. Non credo ci sia un vero disegno diabolico a monte. Ma, se ci fosse, questo tenderebbe a rendere il cittadino il più indifeso possibile. Questa la ragione di tanta dequalificazione dei contenuti. 

E poi ci sono i pedagogisti che compiono azione nefasta per giustificare questo Sistema, adducendo teorie educative e non concentrandosi su contenuti specifici. 

Mi piace ricordare ancora Umberto Eco il quale prese parte a Torino ad un processo al Liceo, in cui rappresentava la difesa (il discorso integrale si può leggere in “Difesa del Liceo, Il mulino”). 

L’intervento in favore della “licealità” si incentrò proprio sul valore del Liceo, come luogo in grado di formare le giovani coscienze degli studenti. Io, chiamato a testimoniare, posi l’accento sull’importanza dell’insegnamento della storia della Filosofia, quale fondamento del pensiero critico.  A proposito di storia, torniamo al Novecento, a Gramsci e alle famose lettere dal carcere. In modo del tutto simile ad altri perseguitati il suo sacrificio nelle prigioni fasciste lo renderà simbolo potentissimo per le generazioni successive alla costituzione della Repubblica. Una di queste lettere colpisce per il tono e per l’argomento trattato.

A sua eccellenza Benito Mussolini, capo del Governo, Roma. Nel dicembre dello scorso anno, Vostra Eccellenza mi concesse, date le condizioni catastrofiche della mia salute, di essere ricoverato in questa clinica, sotto la custodia dell’Arma dei Carabinieri. Perché mi trovo nelle condizioni giuridiche e disciplinari indicate dall’articolo 176 del Codice Penale per essere ammesso alla libertà condizionale, prego Vostra Eccellenza di voler intervenire affinché mi sia concessa una condizione di esistenza che mi consenta la possibilità di attenuare, se non di annullare del tutto, le forme più acute del mio male, che da quattro anni ha demolito il mio sistema nervoso e ha reso il mio esistere una continua tortura. Libertà condizionale, confino di polizia, trattamento di confinato, ciò che la prego di volermi concedere è la fine delle condizioni di recluso in senso stretto, con le sue forme di piantonamento e di vigilanza diurna e notturna, di tutte le ore, che impedisce la tranquillità e il riposo, nel caso mio necessario per arrestare la demolizione progressive torturante dell’organismo fisico e psichico. L’articolo 191 del regolamento carcerario in vigore esige che il condannato, il quale presenta domanda di ammissione alla libertà vigilata, indichi il comune dove, nel caso di accettazione dell’istanza, intende stabilire   la sua residenza. Date le condizioni speciali di questa mia istanza, la prego di volermi concedere, nel caso di accettazione, di consultare un sanitario, poiché non posso fare a meno di risiedere in una clinica o accanto ad una clinica specializzata. Con ringraziamenti e ossequi. 

Antonio Gramsci – Formia, clinica Cusumano, 24 settembre 1934.

Com’è possibile, secondo Lei, che Antonio Gramsci si esprimesse così in una lettera indirizzata al Duce? 

Questa lettera di Gramsci fa parte di un fascicolo di lettere depositate presso l’Archivio di Stato e felicemente ritrovate da Costanzo Casucci. Ce ne sono anche altre molto interessanti. Ne ricordo una, per esempio, in cui Gramsci scrive all’Amministrazione penitenziaria lamentandosi di non aver ricevuto alcuni libri che aveva richiesto. 

Qui il problema è duplice. La figura di Gramsci è stata deformata ad arte dall’assordante retorica del dopoguerra. Basti pensare che, Gramsci, non è morto in carcere come si racconta solitamente. Bensì è morto in una delle cliniche più costose di Roma, nella quale era confinato. D’altra parte, quel trattamento – malgrado la pesante condizione di libertà condizionale – fu reso possibile solo grazie alle sovvenzioni dell’URSS. 

Per capire lo stile burocratico e rispettoso della lettera sopra trascritta bisogna sapersi collocare in quel momento storico allorché il Fascismo non era ancora ciò che si sarebbe rivelato poi.  

Per chiudere l’intervista, vorrei chiederLe un parere sul tema della nostra rivista: diversità e inclusione. Nel 1993 Robert Hughes ha pubblicato La cultura del piagnisteo, un testo molto importante che fece il punto del cosiddetto “politicamente corretto” negli Stati Uniti. E’ interessante la ricostruzione che ne fa l’autore australiano: politicamente corretto è il tentativo linguistico di tenere insieme l’aspirazione americana di garantire a tutti pari opportunità e la constatazione che, tra i cittadini, esistono differenze clamorose in termini di censo, ricchezza, origini con tutte le conseguenze contraddittorie che ne derivano. 

DiverCity si occupa proprio di questo. Una tematica che negli ultimi 50 anni (nei Paesi anglosassoni) e ora anche in Italia si sta manifestando con forza eccezionale, tanto da dare l’impressione che, in alcuni ambienti, vada proprio di moda. Perché, in un momento storico afflitto – tra l’altro – dalla prima pandemia globale, questo tema ha attecchito in maniera così sensibile? 

Siamo di fronte ad una mera ipocrisia linguistica? 

La tematica, diversità e inclusione, è cosa nobilissima se fa riferimento alle libertà individuali, ma può essere ingannevole se applicata a corpi sociali, intesi come classi sociali. Do un esempio: un operaio dell’Ilva è chiaramente diverso dal proprietario dell’Ilva. Ma se, per rispettare la diversità tra loro, ognuno alla fine resta nella sua condizione, allora non va bene. Si crea un sillogismo falso che Aristotele definirebbe paralogismo. Cioè si inserisce nel ragionamento un termine medio che ha doppio significato. Un buon esempio di sillogismo è il noto: gli uomini sono mortali; Socrate è uomo; Socrate è un mortale. 

Un noto paralogismo, invece, è: un cerchio è una figura geometrica; i poemi epici sono un cerchio (in greco cerchio è kuklos, sia “cerchio” che “ciclo epico”); i poemi sono una figura geometrica. 

Pertanto, trovo fuorviante l’attenzione ai termini per definire i gruppi soprattutto se si mira a non risolvere le diseguaglianze, ma si pensa di risolvere le differenze reali con introduzione di ragionamenti basati su sillogismi falsi, come detto paralogismi. Ripeto: “diversità e inclusione” è un movimento culturale importantissimo là dove riguarda la rivendicazione e la garanzia o addirittura l’anticipazione di diritti individuali, ma non è altrettanto efficace se mira a risolvere il problema reale delle disuguaglianze tra classi sociali. Il rischio è il mascheramento del problema dietro la famosa foglia di fico.

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Author: Redazione