Rubrica musica: DIVERSOUND

di Davide Sapienza

LAURIE ANDERSON E IL LINGUAGGIO COME VIRUS

Le avanguardie musicali sono sempre state consapevoli della forza primordiale del suono: coniugandolo in forme nuove, gli artisti che volevano nuovi linguaggi, si sono sempre posti la questione del senso della musica rispetto alla propria contemporaneità. Ed è così che Laurie Anderson, violinista e “narratrice di storie” – come si è sempre definita – ha concepito la pratica della propria creatività, arrivando a intitolare una sua nota canzone Language Is A Virus (From Outer Space). Il linguaggio parlato ci ha da sempre orientato modificando il proprio messaggio attraverso l’uso dei contenuti espressi: la musica, in quanto linguaggio non verbale, ha sempre dato all’ascoltatore un altro modo di vedere la vita attraverso la percezione sensoriale che diventa protagonista legittimata dalla forza della creatività che l’ha prodotta e che ci arriva senza filtri, soprattutto quando è un’esperienza inattesa. Un linguaggio nuovo. Un linguaggio virale.

Alla fine del 1981 Laurie Anderson pubblicò un 45 giri dal titolo O Superman. In breve e inopinatamente questa (non) canzone si insinuò nell’etere, fino a scalare clamorosamente le classifiche di vendita: la sfuggente musa dell’avanguardia newyorkese era riuscita nell’impresa di portare il suo nuovo linguaggio dallo street level – lì amava esibirsi senza preavviso agli esordi – al viral level concedendosi addirittura otto ossessivi minuti scanditi dalla ripetizione della sillaba “ah-ah-ah-ah”, intorno ai quali aveva ricamato le trame della propria voce filtrata dal vocoder. Un effetto dirompente a dimostrazione di come l’avanguardia – col suo linguaggio per pochi – può diventare popolare – col linguaggio musicale e verbale tipicamente virale della canzone popolare. O Superman entrò nell’inconscio collettivo e Big Science, l’album di debutto della Anderson pubblicato nel 1982, dove O Superman venne inclusa e che ancora oggi sembra provenire dal futuro, impose un linguaggio musicale-vocale le cui caratteristiche erano simili a quelle del virus che, per sopravvivere, si modifica di continuo – in questo caso nella nostra percezione. Quattro anni dopo, l’artista americana colse lo zeitgeist con un’altra composizione provocatoria, il cui titolo, mutuato da una frase di William Burroughs, fu più che eloquente: Language Is A Virus (From Outer Space) trasformò l’idea stessa di ritornello in parole-note (Il Linguaggio! E’ Un Virus!); un metodo destabilizzante come a ricordare che il linguaggio, nella storia, ha sempre rivestito una doppia funzione – quella di comunicare e quella di manipolarci, dunque di modificarci modificando se stesso. Nel 2000 in un’intervista a Rai Educational, sulla lunga eco che quella sua opera riuscì a creare, ebbe a dire: «Il linguaggio è un virus venuto dallo spazio era una citazione da William Burroughs (dal romanzo del 1961 “Il biglietto che esplose”) e mi colpì perché trovai strano che uno scrittore sostenesse come il linguaggio sia una malattia trasmessa per via orale. Ma questa affermazione mi piacque perché è difficile esprimere a parole i propri pensieri e una delle ragioni per cui mi sono dedicata alle arti visive e musicali è che amo le parole, ma sono anche convinta che siano molto ingannevoli. Spesso usiamo il linguaggio come arma di difesa e ci sentiamo in grande imbarazzo quando smettiamo di parlare. Ma di ogni cosa si scoprono molti aspetti nuovi solo quando si cessa di usarla». E ancora, due anni fa, commentando la nostra attuale situazione nel rapporto con il pianeta, dichiarò: «È sempre più complicato raccontare storie, perché il finale già incombe su di noi. Siamo i primi esseri umani ad avere il compito di parlare della possibilità di un’estinzione e scriviamo storie che potremmo non raccontare a nessuno, ma dobbiamo farlo perché le parole possono disinnescare la paura». Il linguaggio è un virus, sì: ma sta a noi capire come usarlo o se lasciarci usare.

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Author: Redazione