Rubrica libri: BOVARY

di Silvia Rota Sperti

1984, GEORGE ORWELL, Mondadori, 2014

È il 1948 quando George Orwell comincia a scrivere il suo libro più famoso e discusso. Lo intitola 1984, invertendo volutamente le due cifre finali rispetto all’anno corrente, come a indicare che il mondo che vi dipinge non è molto lontano dall’oggi.

Orwell raccoglie il pessimismo del suo tempo, vessato da due guerre mondiali e dai fantasmi dell’olocausto atomico e dà vita a quello che è, probabilmente, il più celebre scenario distopico della letteratura occidentale. In un’allucinatoria società futura, un potere sovra-governativo e sovra-umano chiamato Grande Fratello controlla le masse disumanizzandole, privandole di ogni facoltà di pensiero autonomo e di emozione. È il trionfo del regime a discapito dell’individualità e dell’amore, un ricalco – portato all’estremo – del totalitarismo sovietico che Orwell criticherà duramente per tutta la vita, pur definendosi egli stesso un socialista.

Il regime del Grande Fratello è un tripudio di dispotismo, torture, falsificazione, perdita di memoria storica, controllo delle masse, oppressione psicologica e via dicendo.

Ma, al di là di questi aspetti, ce n’è uno che rende peculiare lo scenario di 1984 ed è quello riguardante la manipolazione del linguaggio. Orwell insiste molto su questo punto, descrivendolo dettagliatamente all’interno del romanzo e dedicandogli un’apposita appendice finale. La creazione di una nuova lingua ufficiale (chiamata “Neolingua”) intesa a soppiantare quella esistente è uno dei cardini attraverso cui il Grande Fratello riuscirà ad attuare il suo progetto diabolico. É il concetto strutturalista di linguaggio come creatore di realtà portato agli estremi. Il linguaggio è il mezzo principale attraverso cui si può cambiare il modo di pensare delle persone e, quindi, sottometterle. La Neolingua viene messa a punto esplicitamente per le esigenze ideologiche del regime, ovvero per creare una nuova visione del mondo e nuove abitudini mentali nella popolazione. In che modo?

Innanzitutto, ci dice Orwell, attraverso l’invenzione di nuovi vocaboli e l’eliminazione di parole indesiderate che veicolano concetti sovversivi. Come dire: eliminando la parola, eliminiamo anche la cosa stessa. Tutte le parole legate a concetti di libertà e uguaglianza vengono rimosse e riunite nell’unico termine di psicoreato. Si tratta di un processo lento, ma costante, che vede una drastica riduzione del numero dei vocaboli volta all’impoverimento e alla limitazione del pensare in sé. Tutto viene semplificato, spogliato a più non posso di caratterizzazioni aggettivali e regolamentato da una grammatica tanto rigorosa quanto aberrante. Nomi e verbi vengono riuniti in un unico termine, suffissi, prefissi e comparativi vengono ridotti all’osso, l’opposto di un termine scompare e viene creato aggiungendo il prefisso “s” al suo positivo e così via.

Il lessico della Neolingua viene ridefinito sistematicamente di anno in anno attraverso la pubblicazione di “Dizionari della Neolingua” sempre più stringati. La popolazione, così, si trova in difficoltà nell’esprimere dissenso perché, letteralmente, non ha le parole per farlo.

Toccando temi cari alla filosofia del linguaggio, 1984 propone uno scenario estremo e terribile che, d’altro lato, mette in luce le grandi potenzialità del linguaggio umano nel creare pensiero e realtà. Allo stesso tempo, apre a interrogativi che sono più che mai attuali anche settant’anni dopo la sua uscita.

É possibile un cambiamento sociale senza un cambiamento del linguaggio e viceversa? E in che misura l’uno influenza l’altro? Quali sono gli attori chiamati in causa o in altre parole: di chi è la responsabilità di una simile trasformazione? Quali sono i rischi e i possibili benefici?

Infine, virando le cose in positivo: è possibile che il linguaggio diventi strumento e occasione di crescita, di apertura e di maggiore benessere per l’intera umanità?

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Author: Redazione