di Miriam Frigerio

Le parole raccontano: le nostre storie, il nostro mondo, i nostri pensieri.

Ma, le parole, raccontano anche se stesse. E, con la loro storia, le loro fortune a volte alterne, i loro successi e la loro quotidiana esistenza… una volta in più ci vengono in aiuto, non solo come primo strumento di espressione, ma anche di comprensione della realtà.

Come ogni storia, anche quella delle parole parte dalla nascita, dall’etimologia.

Diversità non fa eccezione e la sua radice dice molte cose.

Diversità deriva da diverso, evoluzione diretta del latino divèrsus, participio passato di divertěre: è quindi propriamente chi è volto, voltato, girato da un’altra parte – insomma chi si allontana da qualcosa che, in qualche modo, rappresenta l’elemento di confronto.

Qualsiasi riflessione sulla diversità non può che partire da qui, da un concetto che si definisce per differenza rispetto a qualcosa di stabile, di certo, di assoluto – di “normale”.

Anche la storia della parola “normale” racconta cose interessanti, con l’origine latina (norma) che indica la squadra da disegno, da cui l’aggettivo normalis, il cui primo significato è quello di perpendicolare o “retto” (in senso geometrico, che poi sarebbe diventato anche figurato con l’uso del termine rettitudine a indicare esattezza e regolarità).

Oggi definire qualcosa o qualcuno “diverso” o “normale” significa classificare in modo rigido, come stessimo tracciando una linea netta di separazione, determinando quello che è giusto e quello che non lo è. Fortunatamente, nel linguaggio comune è sempre più raro il ricorso al termine normale. Forse è giunto il momento di abbandonare anche l’uso di diverso.

Del resto, come stabilire che cos’è normale e che cos’è diverso? In Grecia ad essere diversa è la persona bionda, in Svezia quella con gli occhi scuri.

Ma perché uno svedese considera normale essere alto, biondo e con gli occhi azzurri? La risposta non sta nelle parole, ma nei numeri: perché la maggior parte di chi vive intorno a lui ha quelle caratteristiche. Allo svedese, come a tutti noi, ciò che sembra normale è ciò cui più è abituato, che rientra nella “curva Gaussiana” di distribuzione di un dato attributo su una certa popolazione.

Non intendo addentrarmi in concetti statistici e matematici, preferisco tornare alle parole: spesso quello che definiamo “normale” altro non è che quello che ci sembra più frequente. Però una cosa tanto frequente, tanto comune, tanto diffusa non è affatto la più giusta o la più importante. E ancora: ciò che è frequente in un luogo può essere raro altrove, come nel caso dei capelli neri o biondi.

Il concetto di diversità, quindi, non solo si definisce per contrasto, ma è anche relativo, oltre che assolutamente indipendente da un principio di valore.

Quindi, nella vita di tutti i giorni, quali parole – aggettivi, sostantivi, pronomi – usiamo per descrivere questa diversità?

Mai come in questo caso, nomina sunt consequentia rerum: conseguenze dei fatti, ma ancor più di come li rappresentiamo nella nostra mente. Da qui la moltiplicazione di perifrasi, eufemismi, circonlocuzioni, ironie di bassa lega e un po’ ridicole che riempiono discorsi e pensieri: non udente e non vedente, disabile e diversamente abile, trans e fluido, extracomunitario, di colore e via discorrendo.

Definire qualcosa, o ancora più qualcuno, partendo da una negazione significa escluderlo dal nostro mondo, dai nostri occhi, dalla nostra attenzione. Il termine extracomunitario è nato in ambito giuridico-burocratico, immagino, anche per evitare generalizzazioni geografiche o definizioni potenzialmente razziste. Ma nel parlato comune extra esclude, sancisce la distanza – proprio come non- o dis- negano invece di affermare.

Tutti siamo quello che siamo e che sappiamo fare, non ciò che ci manca. Io non posso essere definita un non-uomo non-biondo, semplicemente perché sono una donna mora.

In Italia esiste l’Associazione Nazionale Ciechi: a chi non vede non verrebbe mai in mente di definirsi a partire da qualcosa che non sa fare. Allora perché parlare di non-vedenti?

Certo, l’alternativa fra l’offesa brutale e la circonlocuzione impraticabile è a volte incerta: atteso che nel 2020 nessuno si sogna più di dire “mongoloide”, è meglio – per lui e per la società – definire Matteo “un down”, “persona affetta da sindrome di Down” o magari “portatore di trisomia 21”?

Io non lo so, credo che il peso delle parole dipenda molto dall’intenzione di chi le usa e dal suo sguardo sul mondo. Le parole rappresentano il mondo e la realtà, a volte alterare le parole è un modo per cercare di fuggire da una realtà che fa paura o mette a disagio. L’offesa o il rispetto stanno anzitutto nell’intenzione di chi parla, così come la diversità sta negli occhi di chi guarda.

Penso che il modo corretto per esprimere ciò che è diverso non possa che nascere dalla sua conoscenza. Solo ampliando i confini della nostra normalità, e quindi la curva della nostra Gaussiana, saremo a nostro agio con tutto ciò che non siamo e sapremo – senza nemmeno chiedercelo – che parole usare.

Se l’incontro con la realtà è la via per rappresentarla, la piena adesione a una realtà che prima sembrava diversa, alla fine, cancella ogni timore e ogni preoccupazione di trovare le parole giuste. Parole che non offendano nessuno, che siano rispettose, che siano delicate. E allora ti trovi a parlare con Bebe Vio, te ne esci con un “mi cadono le braccia”, e la prima a riderne è lei: capisci che hai di fronte un personaggio, un’icona, una forza della natura, a suo agio in una realtà fisica – che molti non accetterebbero -, al punto da non chiedere a sé e agli altri l’uso di parole che non raccontano quella realtà. E, forse, è questa una delle ragioni per cui abbiamo scelto proprio lei come testimonial di Sorgenia.

Le parole raccontano storie della realtà così come ciascuno la vive e la sente: bella, brutta, normale o diversa. Per questo credo poco a regole codificate per definire persone, casi ed esperienze; credo invece molto al fatto che il linguaggio possa diventare inclusivo soltanto se i nostri pensieri diventano inclusivi, capaci di dare uguale peso e valore alle infinite identità delle persone.

Spread inclusion all around the globe