di Silvia Camisasca

“I bambini sono creature cinetiche e, quando non ottengono quel che cercano, prendono quel che trovano. La tecnologia, nella prigionia a cui siamo stati costretti con il primo lockdown, e, in parte, in questa fase, è stata il supporto che ha consentito di resistere e mantenere l’equilibrio all’interno delle mura domestiche” afferma lo psicoanalista Uberto Zuccardi Merli, Direttore Scientifico di Gianburrasca-onlus, membro dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi e della Società Milanese di Psicoanalisi. L’immagine del carcere non è un’iperbole: piccoli e adulti abbiamo, infatti, vissuto in uno stato di compressione motoria, limitati negli spazi e negli spostamenti, al chiuso, determinando una condizione “mai sperimentata nella storia dell’uomo su questa scala e, anche se ad oggi non possiamo valutarne gli effetti, provocatoriamente suggerisco il Premio Nobel per la Pace agli strumenti tecnologici, non di rado demonizzati, ma, in quanto potenti catalizzatori di attenzione, capaci di distogliere il bambino dal naturale bisogno di esprimersi attraverso il movimento, di variare da un’attività a un’altra e di tenerlo occupato in silenzio e per ore, hanno consentito ai genitori di lavorare, partecipare a riunioni e gestire 24 ore al giorno il rapporto con i figli” conclude Zuccardi. Tanto più che nel bambino la forma di comunicazione predominante è il linguaggio del corpo: attraverso di esso filtrano, consapevolmente e non, messaggi ed emozioni. Ed è ancora il corpo che li registra: o meglio, secondo Freud, quell’IO corporeo che precede ogni consapevolezza mentale o emotiva. Del resto, ancora fisiologicamente immaturo, il neonato vive attraverso il contatto fisico materno e sperimenta l’incontro, con la madre prima, e con l’esterno dopo, attraverso la dimensione non verbale del corpo, delle sensazioni tattili, olfattive o di calore: tali fattori sono alla base dello sviluppo cognitivo-relazionale della personalità e fanno da premessa ai successivi contatti interpersonali. L’isolamento e la distanza dai coetanei in età infantile determinano il venir meno di tutto un processo di conoscenza ed esplorazione nel rapporto corpo-spazio e io-altro. “La naturale insofferenza dei più piccoli alla condizione di confinamento di questi mesi è stata resa tollerabile dall’oggetto ludico, rappresentato dal dispositivo digitale, che ha il potere di sedare la loro iperattività, raccogliendone tutta la capacità di concentrazione e trattenendola a lungo” riprende Zuccardi, specificando che, in riferimento alla finalità stessa con cui sono programmati alcuni social network, come Tik Tok, si parla di “battaglia commerciale dell’attenzione” condotta attraverso uno specifico canale di comunicazione: quello dell’attrazione e del godimento. Nella tecnologia, del resto, non c’è alcuna verbalizzazione del pensiero, l’oggetto tecnologico è di per sé arcaico, cioè dotato di un potere di soddisfazione che lo rende un oggetto-seno, ipnotico e a disposizione, dispensatore di piacere sotto varie forme, dalla maneggevolezza, al design, ai contenuti. “La facilità di accesso e la forza seduttiva di questi dispositivi li rende indispensabili non solo ai bambini, ma anche a noi, adulti, che ne siamo abbondantemente dipendenti e assorbono gran parte del nostro tempo. Da questo punto di vista, la rivoluzione digitale ha la portata dell’avvento del fuoco o della ruota, in termini di cambiamenti prodotti nella vita quotidiana di tutti noi” spiega lo studioso. La presenza tecnologica, trasversale a tutti gli aspetti e a tutte le relazioni umane, riesce ad essere pervasiva rendendo fondamentale la dimensione non verbale del godimento che, nei bambini, ha consentito di compensare la frustrazione della scarica motoria: “Non a caso, quando hanno tra le mani un oggetto tecnologico, non parlano, si chiudono in silenzio anche per ore, essendo stimolati su fronti diversi da quello della parola”. Un silenzio che non può che preoccupare e che è l’effetto della direzione intrapresa dal mercato o, se vogliamo, da tutti noi: “La società di oggi guarda al mondo dell’infanzia come ad un bacino di consumatori, per cui tende a generare oggetti sempre più seducenti per il bambino” rimarca Zuccardi. Inoltre, l’uso quotidiano affina enormemente le capacità di utilizzo della tecnologia, rendendo i bambini precoci esperti: questo fa sì che più che al bambino del presente si pensi a lui in termini di consumatore di domani e di lavoratore. In questo modo la tecnologia per loro è un’oasi di gioia, ma non si riduce a questo. “La dimensione ludica non è mai fine a se stessa, nessun gioco infantile è mai stato solo un gioco, ma sempre un apprendimento della realtà e della costruzione del rapporto tra il bambino e quanto lo circonda. Ogni gioco apre al mondo il bambino, contenendo sempre la relazione con una qualche competenza tecnica” sottolinea Zuccardi, specificando, tuttavia, che questo è sempre avvenuto: “Lego, puzzle, perfino le armi da sparo, tutti i giochi del passato contenevano già in sé la funzione di apprendimento di alcune abilità, ma in tutte queste attività era ben presente la componente verbale: lo scambio linguistico era garantito anche dal fatto che, al contrario di quanto avviene oggi, e che è stato esasperato durante il lockdown, in cui il tempo libero si trascorre soli e al chiuso, i giochi del passato erano collettivi e vissuti all’aperto, dando così sfogo a parola e movimento”. La maggiore esposizione del bambino a vivere pubblicamente i suoi hobbies, a condividere il momento di gioco, comportava una spettacolarizzazione teatrale che molti di noi si ricorderanno: una vera messa in scena in cui l’immaginazione dei bambini li porta a immedesimarsi in parti non loro, fingendosi eroine o personaggi a loro noti. Con la tecnologia l’esposizione si è spostata su un’altra piazza, quella virtuale, e la riduzione della componente verbale è stata compensata dal potenziamento della percezione visiva e tattile, fondamentale in un contesto fatto di immagini e interazioni manuali: un ambiente chiuso. “Non a caso, gli adolescenti mostrano ritardi significativi nella sfera cognitiva e nelle competenze linguistiche, usano uno slang molto stretto, hanno difficoltà a strutturare periodi articolati. In compenso i bambini oggi, grazie agli stimoli tecnologici e alla cibernetica, sviluppano capacità logiche superiori a quelle delle precedenti generazioni, reagiscono più prontamente agli input esterni e sono più inclini a cogliere le interconnessioni e a relazionare le informazioni” analizza Zuccardi. Difficile, tuttavia, prevedere quali sintomatologie trascinerà con sé un’overdose tecnologica: “Disturbi dell’apprendimento, difficoltà a gestire l’aggressività o a riconoscere l’autorità sono in aumento da diversi anni e l’unico fattore correttivo è la scuola, come luogo di formazione insostituibile: la sola istituzionalmente deputata ad intervenire nel processo di crescita e, come tale, in grado anche di esercitare all’uso della tecnologia”. Per queste, e tante altre ragioni, si spera in un prossimo ritorno sui banchi. Con o senza rotelle.

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