LE PAROLE DELL’INCLUSIONE

di Elena Belloni

Mai come in questo numero il claim di DiverCity diventa un imperativo irrinunciabile. Le parole contano, hanno un valore, il loro utilizzo può avere delle conseguenze. Se poi si parla di disabilità, il rischio di incorrere nella terminologia sbagliata è molto più frequente di quanto possiamo immaginare. È necessario chiarire quali sono i termini migliori da utilizzare quando si parla di disabilità perché le parole sono importanti e usarle nel modo corretto contribuisce alla costruzione di una società più inclusiva.

Nel 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso l’ICIDH – International Classification of Impairment, Disabilities and Handicap, con l’intento di fare chiarezza terminologica e di analizzare le conseguenze associate alle menomazioni. Menomazione: dal punto di vista medico viene definita come qualsiasi perdita o anormalità di una struttura o di una funzione fisiologica, anatomica oppure psicologica. Nel caso della perdita di una capacità psicologica si tende, invece, a parlare di “disturbo”.

È una menomazione ad esempio la mancanza di un arto alla nascita o a causa di un incidente, ma è una menomazione anche la perdita temporanea di una capacità linguistica, visiva o uditiva. I termini disabilità ed handicap non devono essere considerati sinonimi. Disabilità, infatti, è la limitazione o la perdita della capacità di effettuare un’attività nel modo o nei limiti considerati normali per un essere umano. Rappresenta, quindi, la conseguenza pratica della menomazione e, perciò, indica lo svantaggio personale che la persona disabile vive rispetto a ciò che è in grado di fare o meno.

Handicap, invece, si riscontra quando si genera un processo di svantaggio sociale, vissuto da una persona a seguito di una disabilità o menomazione che limita oppure impedisce l’adempimento di un ruolo normale per un dato individuo in funzione di età, sesso e fattori culturali e sociali. L’handicap riguarda il valore attribuito a una situazione o esperienza individuale quando essa si allontana dalla norma.

Per riassumere, nel caso in cui ci sia disabilità la minorazione è connaturata alla persona mentre quando si parla di handicap la minorazione è rapportata alle barriere circostanti e alla possibilità, o meno, di partecipare alla dimensione sociale. Di per sé, quindi, la disabilità non è un handicap: lo diventa nel momento in cui incontra ostacoli e delle barriere che impediscono alla persona di manifestare tutte le sue potenzialità.

Nel 1997, dopo 17 anni, l’OMS ha aggiornato la classificazione con il documento ICIDH-2 per connotare con accezione positiva i termini di menomazione, disabilità e handicap e mettere in evidenza la forte influenza esercitata dai fattori ambientali e da quelli personali sulla patologia. Nell’ICIDH-2 i termini di menomazione, disabilità e handicap sono stati sostituiti da: funzioni e strutture del corpo, attività e partecipazione. Un grande passo verso l’inclusione visto che, addirittura nel testo della Legge 104, si legge ancora oggi: “È persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.

L’errore nel quale si incappa più frequentemente è quello di evidenziare la disabilità anziché la persona: un individuo, anche se disabile, non è la sua carrozzina o il suo bastone. Identificare una persona con lo strumento che utilizza anziché con il suo nome o il suo carattere, significa mancarle di rispetto. Anche porre la negazione “non” davanti ad una capacità è scorretto. La stessa comunità dei sordi, ad esempio, si dichiara “sorda” anziché “non-udente”, così come i ciechi si auto definiscono “ciechi” anziché “non-vedenti”. Il “non” sottende una premura dal sapore compassionevole. È sbagliato allo stesso modo definire una persona “normale” perché implica che altri non lo siano; oppure “normodotati” perché implica che altri siano ipo o iper dotati; o, ancora, “abili” sottintendendo che altri siano inabili. Usare la terminologia corretta, senza alimentare pietismo o voler sembrare politicamente corretti, contribuisce ad agire in modo più spontaneo nei confronti delle persone con disabilità.

Insomma, sarebbe sufficiente chiamare le cose semplicemente con il loro nome senza esprimersi con linguaggi emotivamente forti o sensazionalistici (tipico del giornalismo ad esempio, per catturare l’attenzione e commuovere i lettori).

Per concludere: come formatori, formatrici, professionisti e rappresentanti delle istituzioni dovremmo necessariamente fare molto di più per contrastare questa abitudine linguistica che si trasforma facilmente in barriera culturale e sociale; sarebbe auspicabile diffondere una cultura e un linguaggio maggiormente rispettosi e corretti, che funzionino da modello per ciascun cittadino.

Allo stesso modo anche i mass media possono e debbono svolgere un ruolo importante nel consolidamento della cultura della disabilità, ma come? Proponendo meno “tv del dolore” e meno disabili esibiti come macchiette. Non descrivendoli necessariamente come “infelici” o “eroi” di turno.

Sarebbe bello, allora, che la parola unicità venisse utilizzata molto più frequentemente e magari al posto di espressioni come “ diverso” o “ speciale” , per sottolineare l’importanza di ogni singola persona in quanto unica, originale e irripetibile. E ricordiamo sempre che il “Signor Normale” non esiste.

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Author: Redazione