L’ARTE DEL LINGUAGGIO – Parole e silenzi tra le pagine del capolavoro di Goliarda Sapienza

di Nicole Riva

No. Questa è la sillaba che Goliarda Sapienza, in prima battuta attrice tra teatro e cinema e successivamente scrittrice, si è sentita ripetere ogni volta che ha presentato L’arte della gioia a un editore. Il romanzo, con oltre cinquecento pagine e una gestazione di nove anni, solo oggi è considerato il capolavoro della Sapienza e ha visto la luce parzialmente nel 1994. Il libro, terminato a metà degli anni Settanta, aveva uno stile troppo sperimentale e un contenuto considerato decisamente immorale per i primi anni Novanta. Alla fine, la storia di Modesta, la protagonista, è riuscita a raggiungere lo scaffale di qualche libreria solamente nel 1998 quando Angelo Pellegrino, marito della scrittrice, pagò la pubblicazione di un migliaio di volumi per Stampa Alternativa. Nel frattempo l’autrice ci aveva lasciati.

Bisognerà attendere il successo all’estero e il via di Einaudi e Mondadori (tra il 2008 e il 2009) per avere questo romanzo sul comodino.

La domanda allora sorge spontanea e forse anche la curiosità, cosa c’è di tanto perverso nelle parole che nero su bianco descrivono la storia di Modesta? È proprio di questo che è importante parlare quando ci si approccia a questo romanzo: nessuna parola, utilizzata od omessa, è lasciata al caso.

Goliarda Sapienza ha probabilmente ben presente la forza intrinseca dei vocaboli della lingua italiana e non solo, anche del dialetto siciliano.

In letteratura, fin dall’antichità, esiste l’artifizio del “nome parlante” che consiste nel dare a un personaggio un nome che rappresenta una sua caratteristica. Già dalle prime pagine si capisce subito che Modesta è l’antitesi di sé. Il suo nome è antifrastico per scelta. Scaltra e sveglia, questa bambina ha avuto solo la sfortuna di nascere il 1° gennaio 1900 in una famiglia disagiata nella Sicilia rurale; dopo un’infanzia afflitta dallo stupro e dalla permanenza in convento, inizia a porre le basi per la sua scalata sociale, che la porterà ad ottenere il titolo di “principessa”, altro vocabolo che, per come lo intendiamo oggi, le si addice ben poco.

Non è però solo la parola ad essere ricca di significato; la vita di Modesta (inglesizzato “Mody” a partire da un certo punto della storia) è strettamente legata al binomio che intercorre tra le parole e il silenzio. La giovane è conscia di vivere in una società che la vuole vedere zitta e obbediente. Modesta non si lascia mai sfuggire un segreto su di sé e conquista i favori di chi ammira portando pazienza e tramando senza mai ragionare ad alta voce.

Fin dalla sua prima educazione in convento, apprende subito che ci sono parole belle come azzurro, soave, emozioni e firmamento e altre parole brutte come male, inferno e peccato. Ben presto però quella vita fatta di preghiera e devozione inizia a starle stretta e, proprio quando una parola particolare le viene indicata come la peggiore di tutte, ovvero odio, la bambina che era prenderà consapevolezza di sé, insieme alla scoperta dell’autoerotismo, e cercherà di fuggire dalla gabbia del convento. Ormai nel pieno dell’adolescenza sa che le risposte alle sue domande si trovano nei libri e nella cultura, così dopo aver letto ciò che le aveva lasciato la madre superiora del convento, riesce, nella grande villa dei Brandiforti, a leggere di nascosto ciò che era appartenuto allo zio Jacopo.

La piccola libreria contiene Voltaire, Diderot e anche Marx, tutti i libri sono appuntati da Jacopo che ha lasciato questo tesoro credendo che nessuno mai lo avrebbe compreso in quell’enorme casa.

Di Modesta si dice che era “nata per essere uomo”, eppure lei, donna, tiene le redini di tutto e, mentre la storia scorre, si insinua negli ambienti socialisti, pensa alla rivoluzione e al comunismo, si pone contro la mafia ed è dichiaratamente antifascista, a suo rischio e pericolo, negli anni del Ventennio.

A causa di queste idee politiche verrà anche arrestata dalle camicie nere, agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, e trascorrerà cinque anni in carcere. Il lessico politico ha grande peso in questo romanzo, infatti, malgrado l’ambientazione siciliana provi a tenere i personaggi lontani da ciò che accade nel continente, lo sfondo è un continuo accenno a quelli che sono stati gli anni più bui del secolo scorso.

Oltre che dall’ascesa sociale e dalle idee politiche, il personaggio di Modesta è fortemente caratterizzato dall’esperienza amorosa. Una vita piena di amori maschili e femminili, tutti diversi: la curiosità infantile con Tuzzu, l’amore giovanile con Beatrice, la ricerca di maturità con Carmine, l’impossibilità di realizzazione con Carlo, il tormento con Joyce, la ricerca del tempo passato con Mattia e infine la tranquillità con Nina. Modesta vive l’amore continuamente, ma sul piano delle parole, come sempre, si sbilancia poco. Per spiegarla con la voce di Carmine: “Ti amo è una parola che s’ha da essere cauti a usare”. Per Modesta la parola “amore” è assoluta e, proprio lei, afferma che “il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire”. In questo romanzo ci sono tantissime sfaccettature sessuali e amorose, eppure si parla di orgasmo, omosessualità e bisessualità senza mai dare un nome a nulla. Questo silenzio che fa capolino attraverso l’omissione dei vocaboli, non dà però al lettore/alla lettrice l’idea che gli argomenti trattati siano dei tabù, anzi, li fa apparire così normali e quotidiani da non necessitare di spiegazioni e questo può essere solo sinonimo di grande modernità.

“Le parole nutrono, e come cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle”; la forza di Modesta deriva dalla consapevolezza che nella lotta per la sopravvivenza all’interno della società non fanno fede solo le azioni degli individui, ma anche ciò che essi dicono. Un concetto, questo, che ancor di più oggi – nell’era dei leoni da tastiera – è restio a entrare nell’immaginario comune.

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Author: Redazione