LA LINGUA E’ UNA COSA SERIA – Come non discriminare con le parole

di Marzia Camarda

La centralità della parola è stata, per molto tempo, la chiave di lettura della linguistica rispetto al linguaggio e alla lingua: dimensione astratta, condivisa dagli esseri umani e legata al pensiero il primo, realizzazione concreta del linguaggio in un determinato contesto storico, sociale, economico e culturale la seconda.

Le parole servono principalmente per due finalità: per pensare, imparare, e per mettersi in relazione. E le usiamo tendenzialmente attraverso alcune modalità che sono lo scritto e l’orale, a cui si è aggiunta la forma del trasmesso e, in particolare, la comunicazione web. Proprio quest’ultima necessita di maggior regole, di maggior controllo, per poter rispettare l’obiettivo della comunicazione: quello di trasmettere in modo adeguato il messaggio, il pensiero di chi comunica. Perché la lingua è

potente, e lo sono anche le conseguenze di un uso non consapevole. Una comunicazione non adeguata non solo non raggiunge i propri obiettivi, ma modifica la relazione fra le persone. Soprattutto quando si comunica in modo asimmetrico, come succede fra professionisti/e e non esperte/i, una comunicazione non attenta, non precisa, non adeguata all’interlocutore/interlocutrice può creare grandi danni. E non solo linguistici.

Come si ottiene una comunicazione rispettosa del genere, e quindi rispettosa delle persone coinvolte? La risposta è apparentemente semplice: applicando le regole grammaticali e pragmatiche al discorso e rispettando chi parla con noi.

Due sono i piani che vanno tenuti ben distinti; quello personale, che non ricorre a sanzione ed è bene che sia così: è la persona che decide come utilizzare la lingua italiana nella sua comunicazione. E il piano istituzionale, che ha il dovere di precisione e correttezza e che, quindi, deve utilizzare una lingua adeguata al genere. La grammatica della parità, oltre ad avere l’obiettivo di rappresentare l’effettiva presenza delle donne anche in professioni considerate alte, serve a fare maggiore chiarezza. Questo aspetto ha rilevanza anche da un punto di vista giuridico. E proprio per questo gli/le operatori/trici del diritto, chi lavora nella stampa, chi ha un ruolo politico ha una maggiore responsabilità nell’uso del linguaggio.

Siamo noi a decidere come usare le parole, il tono, la prosodia, la mimica e la gestualità che le accompagnano.

Usare le parole per costruire o per distruggere è nella nostra libertà. Le parole sono democratiche e libere, non sono privilegio di pochi, ma patrimonio di tutti/e. I/le parlanti possiedono il potere di determinare, attraverso le parole dette e scritte, le relazioni, a partire da quelle affettive fino a quelle professionali. E’ con le parole che ci definiamo e definiamo il mondo. Per questo motivo tutti/e possiamo contribuire a cambiare le realtà asimmetriche nelle quali ci muoviamo.

Usare le parole in modo consapevole, riflettere sul perché “si è sempre detto così”, accogliere usi diversi e non solo relativamente a prestiti stranieri, modifica davvero la realtà, e non solo comunicativa.

L’abitudine e la routine permettono la comunicazione veloce, spontanea, incisiva: ma la consapevolezza di tali processi è fondamentale per esprimersi in modo consono al contesto in cui ci si trova. È attraverso l’uso linguistico che certe abitudini negative possono essere modificate. E siamo noi, attraverso le nostre espressioni, a farlo cambiare.

Le parole, infatti, cambiano con il contesto: si “risemantizzano”, vengono prese a prestito, nascono e muoiono.

La via per un’educazione alla parola sta nella formazione. A casa, a scuola, negli ambiti professionali. Partendo proprio da una riflessione sul suo utilizzo. Non basta sostenere “si dice così”, ma “perché si dice così”. La percezione di chi parla e quella di chi ascolta è determinante; ci porta a dire che una parola è cacofonica, spesso solo perché non si è abituati a sentirla. E’ quella che ha trasformato l’uso di “negro” in “nero”, ma anche l’uso di “signora” in ambito professionale in “dottoressa, professoressa, ingegnera, presidente…”.

Se la lingua è il costrutto di una società, siamo noi a decidere quale rappresentazione del mondo vogliamo darne. Continuare ad utilizzare il maschile significa riproporre una realtà linguistica che non corrisponde a quella effettiva, in cui sono coperte da donne molte delle cariche istituzionali più prestigiose, a livello europeo e in parte a livello nazionale.

Del resto, il tema della lingua adeguata al genere non è una novità. E’ del 1987 il testo di Alma Sabatini, Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua. Un riferimento utile, ma ancora disatteso.

Battersi per il riconoscimento delle differenze di genere significa in primo luogo partire dalla lingua che descrive, marca, scompone tali differenze. Non è quindi una questione marginale, ma centrale. È questione di riconoscimento di chi parla e viene nominato. Se non si riconosce questo, difficilmente la situazione e la percezione cambierà.

Al fondo di tutte queste resistenze c’è un rapporto di potere. Evidentemente il maschile è considerato più importante e lo dimostrano le donne che, implicitamente e esplicitamente, attribuiscono al genere maschile un potere maggiore rispetto all’uso del femminile.

E’ questo il vero problema, di cui si deve discutere, su cui bisogna confrontarsi. Soprattutto negli ordini professionali, nelle sedi rappresentative, nelle università, negli organi di stampa.

Le regole grammaticali sono chiare ed esistono parecchi strumenti per chiarire gli eventuali dubbi, in forma di pubblicazioni e vademecum, oltre alla riflessione scientifica che in Italia è presente almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso.

Il problema non è relativo ad un semplice cambio di desinenza, ma è una questione più profonda, che tocca le viscere di chi parla e che, spesso proprio per questo motivo, suscita due reazioni, ben prevedibili: o si fa passare il tema come una questione “di lana caprina” che occupa spazio rispetto a problemi ben più grossi, oppure dà vita a reazioni stizzite, inverosimili, esagerate. Entrambi i poli non rendono giustizia al tema.

Le indicazioni dell’Accademia della Crusca sull’uso del femminile si rifanno alle professioni di livello, alle cariche istituzionali, perché non c’è necessità di ribadirlo per le professioni considerate meno “prestigiose” (maestra, infermiera, operaia, fiorista…). Se applicassimo la grammatica in tutti i casi allo stesso modo nessuno/a si risentirebbe della parola ministra, procuratrice, sindaca, avvocata.

L’uso di una lingua che considera il genere una cosa seria contribuisce a costruire una cultura che tenga conto delle differenze e che, allo stesso tempo, rappresenti tutti/e coloro che partecipano alla vita sociale, economica e politica.

Basterebbe utilizzarla.

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Author: Redazione