LA GABBIA DEL POTERE – Cercare nuove parole per raccontare un diverso modo di stare al mondo

di Stefano Ciccone

L’organizzazione del lavoro ha spesso mirato o a enfatizzare le differenze in termini gerarchici, o a negarle con modelli neutri e massificati. Oggi si sviluppano esperienze che tentano di leggere le diversità come una risorsa. Ma ancora il pensiero sottinteso sembra considerare “le differenze degli altri” e a “includerle” o a “metterle in valore”. E, così, le attitudini attribuite in modo stereotipato al femminile diventano risorse da giocare nella nuova organizzazione del mercato, nei servizi post vendita, nella fidelizzazione dei clienti e nei nuovi servizi alla persona: l’accoglienza, l’empatia, la seduttività.

Nel senso comune il riconoscimento delle differenze e il contrasto a forme di discriminazione viene presentato come richiamo alle “buone maniere”, al “conformismo del politicamente corretto”. “Cosa sarà mai una battuta sulla collega o un apprezzamento al suo passaggio?” Chi “non sta al gioco” viene etichettato come chi vuole imporre pedanti “regole”. Eppure è proprio il contrario: la battuta, il sorriso di sufficienza, l’apprezzamento fisico sono tutt’altro che trasgressioni. Anche se contrabbandati per “spontaneità” ripropongono un conformismo a “regole non scritte” e luoghi comuni consolidati.

Ancora oggi, per un uomo, la valorizzazione delle differenze nel mondo del lavoro appare come una questione che riguarda l’inclusione di altri (le donne, le minoranze sessuali, le altre culture…). Ma se invece il riconoscimento della pluralità, delle diversità ci chiedesse di riconoscere noi maschi come parzialità, come differenza? E se ci chiedesse di provare a differire da ruoli e modelli stereotipati?

Abbiamo sempre pensato che il problema non ci riguardasse, ci siamo pensati come la norma di riferimento su cui misurare, per difetto, tutti gli altri… Ma potremmo provare a cambiare punto di vista: non limitarci a farci carico dei “diritti degli altri” ma riconoscere come l’inferiorizzazione e la discriminazione delle donne, la stigmatizzazione delle persone omosessuali o delle persone portatrici di altre diversità, non producano solo un’ingiustizia nei loro confronti, ma una gabbia per noi uomini, bianchi, eterosessuali, produttivi e autosufficienti.

Non c’è bisogno di fare analisi troppo complesse o approfondite: ognuno di noi lo sa, più o meno consapevolmente e da sempre. Quando a tre anni ci veniva detto di non piangere per non sembrare “una femminuccia”, ci si dice che una femmina ha meno dignità, ma anche che per tenerci stretta questa dignità non dobbiamo ascoltare le nostre emozioni, nasconderle fino a non saperle più riconoscere. Quando a 13 anni abbiamo assistito all’insulto verso il ragazzino additato come “checca” o “finocchio” non scopriamo solo la violenza verso le persone omosessuali ma registriamo un avvertimento per ogni maschio: “chi esce dal recinto della virilità obbligatoria, chi trasgredisce le sue regole non scritte precipiterà nel ridicolo”.

La socialità tra uomini ne risulta menomata e impoverita: l’unico contatto possibile è la pacca o l’urto, bisogna stare alla battuta, alla competizione, al cameratismo più o meno greve.

Oggi ci accorgiamo che i ruoli stereotipati di donne e uomini tra lavoro di cura e impegno professionale si rivelano una gabbia anche per noi. Per molto, troppo tempo abbiamo pensato al lavoro come nostro luogo di realizzazione, come ambito per la costruzione di genealogie maschili. Nel lavoro e nel produrre reddito abbiamo trovato conferma del nostro ruolo (“mia moglie non deve aver bisogno di lavorare”, “sono io che porto i soldi a casa”) e abbiamo sottovalutato o considerato “naturali e inevitabili” gli ostacoli che le donne incontravano nel lavoro (le mancate promozioni o le mancate assunzioni perché “se fa un figlio si sa come va a finire”). Ancora oggi una madre che investe nella carriera è giudicata per la sua “ambizione”, mentre un uomo che sceglie di restare a casa tra pappine e pannolini viene considerato mancante di dedizione e determinazione competitiva. Un uomo che sceglie di non limitarsi ad insegnare ai figli ad andare in bicicletta, che cerca di costruire con loro un’intimità, viene definito “mammo”: svolge quindi funzioni femminili che ne incrinano autorevolezza e virilità. E così una donna che si afferma nel lavoro è “una con gli attributi”. Il linguaggio ci rivela che non abbiamo riferimenti per riconoscere il cambiamento nemmeno quando arriva.

Oggi il lavoro è precario e intermittente, le donne sono sempre più presenti nel mercato e, soprattutto, la “forma” della famiglia non è più rigida e inamovibile… scopriamo perciò che il modello precedente sta stretto anche a noi. Quella divisione di ruoli che determina, ad esempio, l’attribuzione dei figli alle madri nei casi di separazione. Se lo stereotipo ci premiava e ci premia nella carriera, scopriamo che ci penalizza nelle relazioni con i figli. Eppure, la tendenza più diffusa tra i padri separati non è mettere in discussione lo stereotipo, non è scoprire che la realizzazione delle donne nel lavoro e quella degli uomini come padri possono essere opportunità per conquistare spazio e legittimità alla propria esperienza genitoriale e lavorativa. La risposta più diffusa è un rancoroso vittimismo verso l’opportunismo femminile, la rappresentazione un po’ paranoica di un complotto anti maschile condiviso da istituzioni, media e tribunali.

Più in generale il cambiamento di ruoli, destini e relazioni per donne e uomini è rappresentato dai media e proposto dal senso comune come una minaccia per gli uomini, per la loro idea di sé, per il loro stare al mondo.

Forse anche per questo gli uomini non riescono ancora, nel cambiamento, a riconoscere ed esprimere un desiderio capace di trasformare ruoli, stili di lavoro, forme di socialità. Se vivremo i cambiamenti inseguendo un modello passato, impossibile e limitante per noi stessi, non potremo che vivere nel vittimismo, nel rancore o nella nostalgia.

Se qualcosa non ha nome stenterà ad esistere. Se non disponiamo di parole per esprimere la nuova esperienza maschile, per raccontare un modo diverso di essere padri, per rappresentare il corpo maschile e i desideri degli uomini, difficilmente riusciremo a dare una espressione diversa al nostro stare al mondo.

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Author: Redazione