IL GENERE (S)VELATO – Conversazione con Vera Gheno

Elvira Di Bella

Quest’anno l’Unità di Coordinamento Terminologico del Parlamento Europeo ha lanciato il progetto YouTerm FEM per la tutela dei diritti delle donne tramite il linguaggio. È noto l’impegno profuso dalle istituzioni europee a favore dei diritti umani tout court; perché riservare allora un database terminologico esclusivamente alle disuguaglianze di genere? La pandemia da Covid-19 ha suscitato un incremento delle disparità sociali, fra cui quella di genere. Questa pagina inedita della storia dell’umanità ci pone di fronte alla duplice esigenza di comunicare in modo sia efficace che consapevole. Il Parlamento Europeo propone diverse soluzioni linguistiche con lo stesso scopo: riconoscere tutte le diversità.

Le lingue di genere naturale come il danese, l’inglese e lo svedese invitano alla neutralizzazione: chair è preferibile a chairman, police officer a policeman. Nelle lingue di genere grammaticale come il tedesco, le lingue romanze e le lingue slave i sostantivi presentano un genere grammaticale e si ritiene sia pressoché impossibile creare forme lessicali neutre. La femminilizzazione è l’approccio suggerito in questo caso, come in Kanzlerin (Cancelliera) e Sénatrice (Senatrice). Per le lingue prive di genere come il finlandese, l’estone e l’ungherese non sono indicate particolari strategie linguistiche.

Benché il linguaggio inclusivo susciti ancora perplessità in Italia, il suo impatto è già realtà. La lingua è il riflesso della cultura dominante di un popolo e uno strumento di affermazione potentissimo. Basti pensare alle notizie che leggiamo sui quotidiani nazionali, dove autorevoli professioniste sono spesso chiamate Samantha o Angela. O ancora, quando definiamo troia una donna verso cui non nutriamo spiccata simpatia o femminuccia un uomo la cui virilità sembra discostarsi dai canoni di un modello socioculturale ideale. Un’altra consuetudine riguarda l’uso universale dei titoli professionali di genere maschile per le ragioni più disparate: suona male, è sempre stato così o addirittura è più figo. Quando una prospettiva, in questo caso quella androcentrica, si impone come universale, è facile assumere che sia unica e non parziale. Sottovalutare le istanze linguistiche dei parlanti equivale a ignorare un profondo disagio di natura sociale. Il linguaggio inclusivo non può prescindere quindi da una visione intersezionale del mondo poiché la lingua è intimamente legata alle relazioni di potere.

Ho avuto il piacere di parlarne con Vera Gheno, sociolinguistica specializzata in comunicazione digitale, traduttrice dall’ungherese e collaboratrice dell’Accademia della Crusca. Qual è la relazione tra linguaggio e stereotipi di genere? Perché sono difficili da riconoscere? Una delle caratteristiche precipue del linguaggio è quello di rispecchiare la realtà e la cultura delle persone che vivono nella società. In questo senso, il linguaggio è una cartina tornasole di quello che riteniamo giusto o sbagliato.

Gli stereotipi linguistici sono più sottili da individuare, isolare e quindi evitare perché sono automatismi. Pensiamo che le questioni linguistiche siano aleatorie rispetto alla realtà, ma la lingua innerva ogni aspetto della quotidianità. Solo che, per la maggior parte dei contesti, non abbiamo bisogno di pensare a ciò che diciamo. In questo istinto linguistico proliferano stereotipi di genere e non solo.

In Francia è stato adottato il point médian in un libro scolastico, in Italia l’uso dei segni grafici suscita ancora dibattito…

Il limite intrinseco delle lingue neolatine è il genere grammaticale. Viviamo in una realtà linguistica in cui le cose sono maschili o femminili: una divisione pacifica per gli oggetti inanimati e gli animali, per gli esseri umani no perché c’è una minoranza che non si sente rappresentata dalla sua lingua. Viviamo nel mito che i saggi siano saggi a priori ma non è così. L’Accademia della Crusca non ha un ruolo prescrittivo, per fortuna, perché le centralizzazioni linguistiche per certi versi facilitano e per altri creano correnti. Spezzo una lancia a favore dei libri scolastici: sono in corso dei movimenti, ma hanno effetti a lungo termine. Lo schwa e l’asterisco potrebbero essere tra questi, tra 15 o 20 anni. Il primo passo è rimuovere gli stereotipi, dalla mamma che stira al bambino nero che usa l’infinito.

In Femminismi Singolari (2019) riferisci esempi reali di utenti che si scagliano sul web contro le professioni al femminile, una dittatura del “politicamente corretto”. Perché fanno così paura?

Il cambiamento fa paura. Gli esseri umani sono abituati a mettere radici in un posto. Ed è un posto psicologico, cognitivo e anche linguistico. Dopo aver tribolato tanto a scuola il nostro desiderio è quello che la lingua rimanga così come l’abbiamo studiata. Ma la lingua è viva e si aggiorna. Non riconoscere il cambiamento linguistico come naturale è frutto dell’impostazione linguistica normativa che riceviamo a scuola. Faccio sempre l’esempio di a me mi: non lo scrivi in una lettera a Mattarella, eppure lo dici. Il cambiamento di genere ha, in più, l’ulteriore complicazione di essere una questione sociale. Dire ministra, così come professoressa, non è politicamente corretto, bensì semanticamente corretto. Il politicamente corretto è l’argomentazione di chi non ha argomentazioni.

Qual è il tuo consiglio per combattere i pregiudizi?

Cito il mio collega Federico Faloppa: non ci sono nemici. L’inclusione, così come la tolleranza, presuppone ci sia una parte giusta che include o tollera l’altra difettosa. Noi conviviamo con le differenze, scrive Fabrizio Acanfora. Non siamo obbligati a accettarle o rimuoverle. Dice sempre Faloppa in #Odio, ascoltiamo le vittime – anche quelle che non ci sembrano tali. Questo è il mio consiglio: consci del nostro privilegio, qualunque esso sia, ascoltiamo.

Vera Gheno è autrice di Femminismi Singolari, Potere alle Parole, Prima l’Italiano e tanti altri saggi illuminanti sull’importanza delle parole.

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Author: Redazione