I Mandarini 9

Attingere ai fatti di cronaca, purtroppo, non delude mai.

Per parlare di linguaggio e della responsabilità che porta con sé, sempre, non posso fare a meno di prendere posizione sull’infame vicenda (il seguito ideale di “piccola storia ignobile”, se solo Guccini tornasse a scrivere canzoni) della giovane donna di 22 anni, torinese, ingiustamente licenziata a causa della diffusione di sue fotografie e video erotici.

Il modo in cui questa notizia è stata comunicata, scritta e quindi letta da milioni di italiani e italiane, è la vera storia ignobile. Quotidiani nazionali e non, hanno usato titoli quali (cito testualmente):

– La maestra d’asilo licenziata per un video hard;

– Maestra d’asilo viene licenziata per un video a luci rosse diffuso dal fidanzato;

– Sesso: video hard della maestra d’asilo nella chat delle mamme;

– Maestra d’asilo spedisce video e foto hard: licenziata;

– Maestra licenziata: nessun bigottismo, solo incompetenza della preside.

Spendiamo qualche minuti per analizzare questi titoli mettendo subito a tacere la prima ipotetica protesta che potrebbe giungere: “È solo un titolo, se poi leggi l’articolo…”.

Ecco, no. La percentuale di persone che leggono solo i titoli in un quotidiano, specialmente in rete, supera di gran lunga quella di coloro che si fermano a leggere l’intero articolo (70%). Chiarito questo, torniamo alle parole scelte per i suddetti titoli.

Che motivo c’è di sottolineare che la donna in questione è una maestra d’asilo? Le maestre sono forse asessuate? Oppure se sei maestra e scatti foto hard verrai licenziata, ma se sei panettiera no?

Se riportare i fatti con estrema precisione fosse stato uno scrupolo professionale (cosa che, per inciso, non credo) allora, nel titolo, sarebbe stato utile inserire anche che il “fidanzato” era un ex-fidanzato.

Dettaglio che ha un certo peso in un’ottica di revenge porn (vendetta, per l’appunto).

Un altro esempio: “Sesso: video hard della maestra d’asilo nella chat delle mamme”.

A quanto risulta dalle indagini, il video è stato diffuso, prima di tutto, dall’ex fidanzato violando la legge (dettaglio che forse in un titolo si sarebbe potuto riassumere con la parola “reato” in apertura, invece di “sesso”), all’interno di una chat condivisa con i compagni di calcetto (quindi uomini, non mamme).

Purtroppo in Italia, nel 2020, crea più scalpore insinuare (e, quindi, lasciar immaginare) che un video hard che ritrae una maestra (per giunta d’asilo! Se avesse insegnato alle medie va bene, alla scuola primaria ancora ancora… ma all’asilo, giammai!) si diffonda tra un gruppo di mamme.

La madre, infatti, è un’altra categoria notoriamente asessuata, salvo per quell’unico momento di sacrificio ed elevazione (per la patria, per Dio, per la famiglia) in cui ha dato alla luce un pargolo divenuto discente della docente in questione.

Addirittura, uno dei titoli proposti non specifica nemmeno a chi la maestra avrebbe spedito “video e foto hard”. È accaduto così, probabilmente mentre faceva colazione, li ha inviati a random alla propria rubrica telefonica in un momento di euforia poiché la donna è umorale, si sa; infatti, fino al 1963 non ha potuto accedere alla carriera di magistrato “perché inadatta al giudizio e all’equilibrio”.

L’ultimo titolo è il migliore, senza dubbio: “Nessun bigottismo, solo incompetenza della preside”. Lo trovo geniale. Innanzitutto perché mette subito “le mani avanti”, casomai a qualcun* fosse venuto il dubbio, in un lampo di lucidità subito smorzata, che ci si trovi proprio davanti a un caso di bigottismo (e di moralismo, e di falsità, e di perbenismo, e di maschilismo, e di sessismo ) che no, non c’è bigottismo alcuno in questa faccenda. Semplicemente, una sprovveduta dirigente scolastica che non si era trovata mai, prima d’ora, davanti a un caso di diffamazione e per nulla avvezza alla burocrazia, alle normative (ed evidentemente al buon senso), ha incautamente spinto e agevolato le dimissioni della svergognata maestra.

E qui ha senso dire maestra, sì, perché un dirigente scolastico è datore di lavoro e responsabile in prima persona dei propri dipendenti, è titolare delle relazioni sindacali e non è ammissibile che abbia usato un video totalmente privato per forzare alle dimissioni una sua collaboratrice definendola “incompatibile con il lavoro di educatrice”.

Aver inviato al proprio fidanzato fotografie e video erotici non mina certo lo spessore professionale di una maestra (o di un’avvocata, o di una farmacista, o di una ministra). Eppure questo è il messaggio arrivato fino a noi.

E, anche qui, è una questione di linguaggio. Non necessariamente verbale. Spesso il non detto è altrettanto forte. Spesso i pregiudizi urlano nella nostra testa senza lasciare spazio al pensiero, alla riflessione, o anche solo a un po’ di compassione.

Purtroppo non ho trovato nei media uno sforzo reale per comunicare in modo oggettivo questa notizia, anzi, sembra che gli stereotipi più meschini siano stati allegramente cavalcati, fingendo di non sapere quanto le parole fossero e siano importanti. Quanto possano ferire, violare, traumatizzare, nascondere, ingabbiare, etichettare. Quanto vadano scelte con cura soprattutto da chi, di mestiere, ne produce in grande quantità.

Spread inclusion all around the globe

Author: Valentina Dolciotti