Claudio Guffanti

La storia di Roberto – oggi 51enne – non è comune, quantomeno in Italia. Mi ha affascinato la naturalezza con cui testimonia la sua scelta: sull’asse Roma-Parigi-Tokyo-Milano unisce la pienezza del suo ruolo di padre alla forza con cui sostiene la carriera della moglie. Roberto è un esempio di diversità e di coraggio e – nella vita come in azienda – di quanto i background differenti rappresentano un valore da ricercare e promuovere. Conosciamolo insieme.

Roberto, raccontaci che padre sei

Volentieri. Vivo a Roma fino al 2014 e lì nascono le mie figlie: due dal primo matrimonio e la piccola dalla mia attuale moglie. In quegli anni mi barcameno tra impegni di lavoro e famiglia, con corse affannose da una parte all’altra della città. Sono un padre attento, molto presente. Non manco agli appuntamenti più significativi per la crescita delle mie figlie: vado a prenderle a scuola, partecipo alle riunioni con i genitori, sono presente ai saggi e agli eventi sportivi. Sono uno dei primi padri divorziati ad avere l’affidamento congiunto ancor prima che sia varata la legge: combatto per non essere il papà del mercoledì pomeriggio e di due weekend al mese. Voglio condividere tutto con le mie figlie: i mal di pancia, le gioie per i voti a scuola, la quotidianità e la felicità di una nuova famiglia allargata. Il mio essere un padre molto presente è dettato, da un lato, dall’attitudine personale, dall’altro dalla frequenza con cui sia la mia ex moglie sia l’attuale viaggiano per motivi di lavoro. Imparo non solo a gestire le incombenze domestiche quotidiane ma, soprattutto, a colmare le lacune di un’assenza materna che può ripetersi con frequenza.

Ad un certo punto la vita vi offre un’opportunità: cosa accade?

Nel 2014 la carriera di mia moglie ha una svolta e ci trasferiamo a Parigi. Il motore di questa scelta è il nostro disagio di vivere a Roma. Avevamo concordato che, quando la mia seconda figlia si fosse diplomata, avremmo dato inizio ad un nuovo progetto di vita, magari all’estero. Di fatto siamo fortunati perché si allineano varie condizioni e partiamo prima del previsto. In quel periodo, infatti, l’azienda dove lavoro come responsabile informatico è in liquidazione e io sento un desiderio profondo di cambiamento. Allo stesso tempo mia figlia maggiore, già diplomata, inizia il suo percorso da “adulta” e sua sorella esprime il desiderio di venire a Parigi con noi. Tutto si incastra perfettamente ed è, tutto sommato, semplice decidere.

C’è qualche elemento che sottovaluti?

Si. Parto con scarsa “coscienza” di quello a cui sarei andato incontro, oggi lo riconosco. Il lavoro fa parte della mia cultura: do per scontato che a Parigi, nell’arco di 3 o 4 mesi, una volta risolti i problemi logistici e imparata la lingua, riprenderò a lavorare. Ma mi sbaglio perché la fase iniziale richiede molto tempo: cercare casa, inserire le figlie a scuola, ricostruire una rete di contatti (il medico, il pediatra, il tessuto sociale). Occorre tempo per sistemare una serie di elementi che facciano stare bene. Realizzo che, senza la rete sociale che eravamo abituati ad avere intorno a noi, la vita è decisamente complicata. Mia moglie è molto presa dal nuovo incarico e viaggia spesso. In quel momento prendo coscienza del mio ruolo perno nella famiglia, inteso come ciò che sta fermo e a cui tutto il resto gira intorno. Comprendo che non posso chiedere troppo a me stesso: in quel contesto completamente nuovo il ruolo di “family man” – come mi definisco – è indispensabile e totalizzante. Gestire e organizzare la famiglia – in tutti i suoi aspetti quotidiani e non – diventa via via l’impegno principale e rimpiazza completamente l’idea iniziale di trovare un lavoro. Fra tutto ciò che svolgo per la famiglia e a sostegno della carriera di mia moglie, ciò a cui tengo di più è creare le condizioni affinché mia moglie sfrutti al meglio il tempo a casa per costruire un rapporto di qualità con nostra figlia.

Come vivi l’assenza di un lavoro?

L’essere umano si identifica con il lavoro che svolge: il lavoro dà dignità e autonomia. Io mi identifico nella famiglia e sono gratificato dal mio ruolo, ma per essere totalmente appagato dal punto di vista psicologico desidero anche un’identità professionale. Nel 2017 a mia moglie viene offerta una nuova opportunità di lavoro a Tokyo. La seconda figlia si è appena diplomata e decide di rimanere a Parigi per gli studi universitari. Quindi partiamo per il Giappone: io, mia moglie e la piccola. A Tokyo, per lavorare, occorre un alto livello di conoscenza della lingua, il che è complicato. Faccio tesoro dell’esperienza di Parigi e – al secondo trasferimento – riesco ad organizzare più velocemente la gestione familiare. Ho una piena accettazione del ruolo e ciò mi consente di fare il passaggio da “ho bisogno di un lavoro” a “voglio un’attività che mi realizzi”. Grazie a mia moglie – che mi sprona e mi supporta – inizio a tenere corsi di cucina italiana in lingua inglese: un’attività organizzata in casa, con successo e con profitto, in cui circa 6 studenti a lezione invadono la mia cucina per 2 o 3 mattine a settimana. Combinare 2 ruoli che non si sovrappongono e che non confliggono mi dà molta soddisfazione: la mia attività culinaria si svolge al mattino; dalle 15 mia figlia rientra e inizio a gestire le attività extra scolastiche e familiari. Volutamente non pomeriggi o sere con i corsi di cucina, sebbene meglio retribuiti: voglio che il mio ruolo di “family man” resti prioritario.

Immagino che la tua scelta ti abbia portato a essere vittima di pregiudizi.

È così, in effetti. In Giappone abbiamo l’opportunità di partecipare a diversi eventi pubblici legati all’attività di mia moglie. In tali occasioni è consuetudine che tutte le persone che incontriamo vengano ad approcciare me – prima di lei – chiedendo informazioni sul mio lavoro. Quando spiego che “chi lavora è lei” mentre io mi occupo della famiglia, l’interesse nei miei confronti svanisce improvvisamente: appartengo a quel 5-10% di casi in cui è l’uomo ad aver seguito la carriera estera della propria partner. Io stesso non sono libero da pregiudizi. Sono a mio agio relativamente al ruolo che ricopro in famiglia, ma non lo sono nei confronti della società che mi circonda. Le comunità che frequento (francese, giapponese e italiana) rappresentano culture in cui i ruoli sono ben definiti: l’uomo lavora e la donna si occupa della famiglia. A volte il mio disagio è quello di relazionarmi con uomini lavoratori all’estero per ricoprire posizioni importanti. Non trovo punti di contatto perché tutto ciò di cui mi occupo è estraneo al loro mondo. Alcune comunità sono più evolute di altre: incontro molti più papà francesi o nord europei – piuttosto che italiani – che hanno seguito il lavoro delle proprie compagne. Partecipo ai “Caffè dei Papà” con una ventina di uomini: c’è chi si occupa della famiglia, chi ha una piccola attività, chi mantiene un lavoro da remoto. Analoga situazione con le mamme: nella comunità francese c’è un “Caffè mensile” molto più strutturato organizzato dalle mogli, ma i partecipo una volta sola perché mi crea disagio essere l’unico uomo.

Quali prospettive hai per il futuro?

“Siamo rientrati in Italia, a Milano, da circa un anno. Dopo i primi mesi dedicati a vari traslochi per trovare la casa adatta alle nostre esigenze, il Covid-19 e il relativo lock down hanno reso la situazione complicata. Gli impegni di mia moglie crescono, nonostante i minori viaggi a causa della pandemia. Mia figlia ha un’attività scolastica ed extrascolastica che richiedono necessariamente un supporto familiare. Ho, quindi, la volontà di individuare un’attività lavorativa conciliabile con il mio ruolo in famiglia. Ho attivato un percorso di Coaching per orientarmi: ho sei anni di “buco” nel cv ma, allo stesso tempo, mi sento una persona capace, nel pieno delle forze. Sto scandagliando i job trend del momento e seguo percorsi di formazione. Mi è difficile comprendere per quale azienda potrei essere appetibile: mi domando quale realtà sia interessata a valorizzare il mio percorso, le mie esperienze e le mie capacità”. In alcuni Paesi europei esistono network che raggruppano persone che hanno deciso di interrompere per qualche anno la propria carriera a favore di altre attività. Rappresentano un bacino prezioso per aziende che cercano background diversi da inserire nel proprio organico. Dare valore a profili che hanno “buchi” nel cv – nei quali tuttavia hanno maturato esperienze diverse e ricche – è sinonimo di ampie vedute e di capacità di valorizzare punti di vista alternativi.

In bocca al lupo, Roberto!

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