di Elisa Gaggero e Silvia Martella

Nel film Arrival, la linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, viene selezionata dal governo degli Stati Uniti per tentare di comunicare con gli extraterrestri arrivati sul nostro pianeta.

Man mano che Louise apprende la lingua aliena, acquisisce anche una nuova competenza: comincia ad avere visioni sul futuro, un “potere” che deriva proprio dalla nuova lingua, scritta e pensata in modo circolare (e non da sinistra verso destra, come l’italiano). La nuova lingua le permette di pensare il tempo non più in modo sequenziale, ma come se fosse un “cerchio” appunto, così da avere visioni del futuro come se fossero ricordi del passato.

Il film porta all’estremo l’ipotesi di Sapir-Whorf, che teorizza come il linguaggio influenzi lo sviluppo cognitivo umano. Senza arrivare agli estremi fantascientifici, questa ipotesi è stata in realtà convalidata dalle neuroscienze.

Nel 2007, un gruppo di studiosi dell’Università di Stanford, del MIT e dell’UCLA ideò un ingegnoso esperimento: a madrelingua russi e inglesi fu richiesto di identificare rapidamente quale elemento, tra due proposte, fosse di colore uguale a quello di esempio.

Furono scelte solo tonalità tra l’azzurro e il blu, perchè in russo, come in italiano, le due tonalità hanno nomi distinti, goluboy e siniy, mentre in inglese vengono espresse come sfumature dello stesso colore, light blue e blue (o dark blue).

I risultati? Data la facilità del test, entrambi i gruppi portarono a termine correttamente il compito, ma i madrelingua russi furono più veloci, grazie al supporto della loro lingua.

La ricerca ci conferma che il linguaggio influenza il modo in cui pensiamo e in cui organizziamo le nostre conoscenze: il linguaggio, insomma, plasma strutturalmente il nostro cervello.

Fin dalla gestazione e poi per tutta la vita, la lingua madre crea connessioni e specifiche mappe neurali nel bambino, che in base a questa conosce il mondo, dà un nome a ciò che vede, a ciò che sente, a ciò che prova e ne costruisce un posto nel suo pensiero.

Il nostro cervello impara a percepire e a ragionare sulla base delle parole disponibili e della lingua parlata al punto che, secondo Feuerstein e Vygotskij, l’ampiezza del nostro pensiero è legata alla quantità di parole con cui possiamo nominare idee e concetti e attraverso cui è possibile accedere alle facoltà mentali superiori.

Il linguaggio crea connessioni nel nostro cervello, affinchè sia in grado di percepire e costruire ragionamenti sulla base delle parole disponibili, ogni specifico linguaggio plasma specifiche capacità del cervello, comuni nelle persone che lo condividono.

Pensiamo al popolo dei Kuuk Thaayorre: questo popolo di aborigeni australiani usa costantemente direzioni cardinali assolute (nord, sud, est, ovest), al posto di quelle relative (avanti, dietro, destra, sinistra…), più usuali nella maggior parte delle lingue. Per questo, hanno un senso dell’orientamento molto sviluppato, tanto da sapere sempre l’esatta direzione del loro viso.

Il loro cervello ha sviluppato una sorta di bussola interna che anche altre culture potrebbero potenzialmente avere, ma non viene sviluppata dalla loro lingua.

Per questo, secondo Boroditsky, autrice dello studio sui Kuuk Thaayorre, quando si impara una nuova lingua, non si impara soltanto un nuovo modo di parlare, ma inavvertitamente si impara anche un nuovo modo di pensare.

Le ricadute di questa grande influenza del linguaggio sulla struttura del cervello aprono a scenari estremamente interessanti, soprattutto da un punto di vista interculturale: se infatti ogni cultura ha il suo linguaggio, allora ogni cultura avrà, in qualche modo, una diversa struttura del cervello e del pensiero. Le incomprensioni tra culture diverse possono allora essere ricondotte a vere e proprie differenze strutturali: difficoltà oggettive ad accedere al pensiero dell’altro che spesso troviamo anche tra persone della stessa nazionalità e lingua, ma con linguaggi diversi. Sì, perchè anche all’interno della stessa lingua, possono sussistere diversi linguaggi.

Pensiamo ad esempio alle differenze di linguaggio, e quindi culturali, tra città e periferie, nord e sud, giovani e anziani, uomini e donne, imprenditori e dipendenti, scienze mediche e scienze umane… e potremmo andare avanti ancora per molto.

Ricordiamo, però, che questa diversità linguistica e culturale è essenziale per un’azienda viva e innovativa sul mercato.

A titolo di esempio, citiamo uno studio pubblicato su Economic Geography, dove gli autori hanno concluso che la diversità culturale è un vantaggio per l’innovazione. Hanno studiato i dati di 7.615 aziende partecipanti alla London Annual Business Survey, sondaggio rivolto ai dirigenti che indaga i risultati delle loro aziende. L’analisi ha rivelato che le aziende gestite da team culturalmente diversificati avevano maggiori probabilità di sviluppare prodotti più innovativi rispetto a quelli guidati da una leadership omogenea.

Un ambiente ricco di linguaggi e di culture è allora l’obiettivo di ogni azienda che voglia essere presente e incisiva sul mercato e che in tal senso dovrà selezionare i propri talenti. Dopo un processo di alta divergenza, ovvero una differenziazione dei talenti in entrata, dovrà però esser curata una convergenza, in modo che le diversità presenti in azienda si sentano parte di un grande gruppo, basato sugli stessi valori.

Dal punto di vista formativo, questa convergenza si attiva tornando di nuovo al linguaggio: in contesti aziendali interculturali, le risorse umane e i formatori dovranno curare la creazione di un linguaggio comune, con significato condiviso.

Sarà un linguaggio di valori e obiettivi univoci, a cui ricondursi nelle scelte di tutti i giorni.

Si pensi al recente scandalo riguardante l’Ellen DeGeneres Show: durante l’estate alcuni collaboratori hanno denunciato un ambiente tossico e razzista. Lo scandalo si è poi acuito proprio perché l’intero programma ruota intorno allo slogan “Be Kind”, sii gentile. Parole impegnative, scelte per l’alto valore e significato. Proprio queste parole hanno immediatamente mosso la conduttrice e il suo team a riflettere sui valori scelti, pensando a come perseguirli e promuovendo i cambiamenti necessari per far percepire ai suoi 270 collaboratori che “Be Kind” era un motto autentico e condiviso. Un luogo dove le parole sono scelte con cura, per trasmettere valori, per rispettare le persone che vi lavorano, permette a collaboratori e collaboratrici di sentirsi accolti, aumenta l’engagement e guida le scelte, dalle più piccole alle più grandi.

L’intercultura, come lavoro di formazione di una cultura condivisa e comprensione delle diverse strutture di pensiero, acquista ancora più valore, divenendo uno strumento che permette di far tesoro di un’infinità di sguardi diversi sulla realtà, inafferrabili dal singolo essere umano e possibili solo da parte di cervelli diversi, con capacità percettive diverse, diversi percorsi di pensiero e diverse parole per esprimerli.

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