TEATRO: BODY SWAP – Un progetto di BeAnotherLab

BODY SWAP – Un progetto di BeAnotherLab. Un’idea di Philippe Bertrand, Christian Cherene, Norma Deseke, JJ Devereaux, Daniel González Franco, Daanish Masood, Marte Roel, Arthur Tres, Alessandra Vidotti, Rocio Márquez.

“Put yourself in the shoes of the other” 

In questi mesi il tema della presenza fisica, del teatro come luogo di incontro e scambio, si è pesantemente capovolta e sovvertita, esattamente come molte delle nostre dinamiche, abitudini di vita e progetti futuri sono entrati in crisi e richiedono cura per potersi ricucire.
In questo contesto drammaticamente mutato il nostro utilizzo della tecnologia è aumentato esponenzialmente, spesso con derive da “overdose di schermo” e connessioni internet. 


Anche l’arte sta cominciando a ripensare la propria relazione con la tecnologia.
Questa relazione è sempre stata conflittuale e divisiva, soprattutto nel campo della performance, ma sta cambiando qualcosa?
Mi sono chiesto se, tra le mie esperienze da spettatore, ne ricordassi alcune in cui la tecnologia fosse stata un reale ingrediente di rivoluzione. Mi sono chiesto quale spettacolo avrei avuto bisogno di rivedere ora.
La prima risposta è che ho sempre preferito i corpi reali alla “freddezza” di quelli virtuali ma, poi, mi è tornato alla mente un progetto che ho avuto la possibilità di incontrare in Italia nel 2017 a Pergine Spettacolo Aperto, dal nome BODY SWAP.


Un raro esempio di un potenziamento delle percezioni che mi ha aperto squarci di empatia.
È questa una delle varianti del progetto artistico e scientifico “The Machine to Be Another”, un dispositivo che punta a far sperimentare la percezione del mondo attraverso gli occhi e il corpo di qualcun altro, combinando realtà virtuale, telepresenza, immagini controllate in head tracking, contatto fisico e performance.


Lontano quindi da contesti teatrali “classici” la performance viene vissuta in coppia: a due spettatori/spettatrici seduti in uno spazio isolato viene chiesto di indossare un visore da realtà virtuale, molto simile a quelli utilizzati nei videogiochi o nelle installazioni virtuali.
Le visioni si scambiano reciprocamente, ma non è tutto. Si aggiunge a questo piano “visuale” anche l’azione di assistenti che, coordinando i movimenti dei players, fanno in modo che si produca un feedback multisensoriale. Il tatto, l’olfatto e l’udito sono stimolati dagli assistenti.
La sensazione che ne deriva, spaesante e netta, è di percepire e vedersi in un un corpo differente dal proprio. 
L’esperimento permette ai partecipanti di mutare reciprocamente prospettiva, calandosi nel corpo altrui, fino a nutrire l’illusione di un’immedesimazione totale.


The Machine to Be Another è quindi uno spazio di ricerca, un dispositivo che, pur nella sua complessità tecnica, risulta alla fruizione tanto semplice quanto potente. Un principio che il collettivo ha sviluppato (e continua a sviluppare) in una ricerca pluriennale, in creative commons come una piattaforma aperta, con l’obiettivo di promuovere l’empatia tra individui.
Le vie di ricerca che questa performance artistica/scientifica apre sono plurali: cosa succede se sperimentiamo lo scambio di percezione corporea tra due persone di genere differente? Oppure cosa avviene se il progetto si sviluppa tra una persona “abile” ed una “disabile”?


Il collettivo ha provato ad estendere il lavoro anche in comunità appartenenti a contesti sociali, culturali, ideologici differenti ponendo questioni legate, per esempio, al pregiudizio, all’immigrazione, alla risoluzione dei conflitti e alla solidarietà generazionale. Raccogliendo storie e facendole “vivere” nei panni di altri/e: cosa accade se provassi a vivere il conflitto nel corpo dell’antagonista? 


La percezione della nostra identità è basata sulle relazioni con altre persone e con l’ambiente sociale e comprendere le posizioni altrui è fondamentale per conoscere se stessi.


In questa performance la tecnologia non si sostituisce ai corpi, ma cerca di portarli ad un’esperienza potenziata: crea ponti che ci aiutano a non sentirci solo individui, ma piuttosto parte di quel tessuto complesso chiamato “umanità”.


www.beanotherlab.org

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VIII Settembre 2020

Spread inclusion all around the globe

Author: Redazione