SULL’EMPATIA E LE DIFFERENZE EMERGENTI

Rubrica a cura di Igor Šuran – Mai come in queste dieci settimane abbiamo avuto il desiderio di poter andare oltre lo specchio.
Per molti l’unico vero contatto umano, quello ragionevolmente realizzabile senza protezione di alcun tipo, è stato quello con il nostro riflesso nello specchio. E, il desiderio di fare il salto di Alice, non è stato motivato solo dal voler vivere altri mondi ma anche dalla paura di scoprire cose sconosciute in questa riflessione.
Mia grande speranza è che noi, le nostre aziende, le nostre fabbriche, le nostre famiglie e la nostra società non si concederanno il privilegio della dimenticanza di ciò che abbiamo vissuto. Di ciò che potrebbe renderci migliori.

Noi, lettrici e lettori di DiverCity, siamo da sempre impegnati nell’inclusione delle diversità. Quelle che abbiamo vissuto, visto, sentito narrare.

Che abbiamo difeso e incluso. Ma questo periodo grigio e pieno di sofferenze – personali e collettive – ci ha fatto rivalutare l’importanza di una carezza virtuale, di un raggio di colore e di calore… che in tempi “di pace” non avremmo nemmeno notato.
Ci ha altrettanto fatto capire che siamo tutti e tutte vulnerabili. Che non è necessario identificarsi con una delle tante diversità di cui abbiamo sempre parlato, per sentirsi a disagio. Che siamo tutte e tutti, come diciamo in Parks, nella stessa tempesta ma ciascuna e ciascuno di noi la vive galleggiando nella propria barca personale, diversa da tutte le altre barche. Tempesta straordinaria, tempi straordinari, persone straordinarie.

Noi.
Abbiamo vissuto il divario digitale. Le mille conferenze in video per motivi di lavoro. I nostri figli a cercare di seguire le lezioni scolastiche online. Non sono più abiti e scarpe alla moda che fanno la differenza ma la potenza della rete Wi-Fi. Noi adulti, abituati a comporre un “numero interno” per qualsiasi problema sui pc (e qualcuno, miracolosamente, appariva in pochi minuti offrendo la soluzione), oggi dobbiamo da soli e, spesso, non ne siamo capaci.
Abbiamo imparato a comprare online cose che mai ci sognavamo di comprare altrove se non dal nostro fruttivendolo preferito, fuori casa. Ci siamo reimpossessati della capacità di mettere in ordine la casa, di badare a noi stessi, di cucinare.
Chi si sentiva emarginato nel luogo di lavoro oggi si sente ancor più escluso perché mancano gli ammortizzatori aziendali, quelle buone pratiche del diversity management che ancora in troppi pensano essere frivole e inutili.

Chi si sentiva discriminato a casa e trovava in ufficio la zona di sicurezza e di conforto, ha dovuto per dieci settimane vivere senza questa sicurezza e senza questo conforto. Chi ha dichiarato ai genitori con cui vive di essere lesbica o gay una settimana prima del lockdown – contando sulla protezione e l’abbraccio degli amici – ne è rimasto sprovvisto.

Di quel “tappeto scivoloso” che provoca lividi sul viso e sul corpo, a chi ne parlo ora che sono a casa, da sola, su quel tappeto? Che non è un tappeto, ma mio marito.

Ma in ogni situazione grigia si nasconde sempre il paradosso della serendipità. Anche in questa. Amiche e amici transgender che in azienda vivevano un certo disagio – pur nella fortuna di viverlo in un’azienda – oggi stanno lavorando da casa con maggior serenità. Chi in ufficio veniva bullizzato, emarginato, escluso, oggi si può concentrare sulla propria professionalità, vivendo appieno ciò che è. (…Sempre che non rimanga, da remoto, un capo o una capa che persevera nella negatività).

Ci rendiamo conto che siamo tutte e tutti vulnerabili. Anche chi non ha mai pensato di esserlo.

Un pretesto straordinario per sviluppare empatia!

Capire come si vestono gli abiti di chi è vulnerabile in tempi pacifici.
Che torneranno. Un giorno.

Ma basta questo per sviluppare l’empatia? No, non basta.

Abbiamo imparato che siamo vulnerabili ma per far sì che, questa conoscenza, si trasformi nella consapevolezza che stiamo tutti e tutte vivendo i disagi che – prima – vivevano solo alcune e alcuni di noi, per fare questo “salto del Rubicone”, ci vuole ben altro.
È necessario che noi, che leggiamo queste righe, continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto: spendere ogni atomo della nostra credibilità, esperienza e sapere nella diffusione dell’idea – basica e straordinaria allo stesso tempo- che abbiamo tutte e tutti il diritto di essere felici.

E che nessuno deve permettersi di togliercelo solo perché ne ha potere.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VII, GIUGNO 2020

Spread inclusion all around the globe

Author: Redazione