OLTRE LE COLLINE regia di Cristian Mungiu, con Alina Cristina Flutur e Cosmina Stratan Drammatico, Romania 2012

Rubrica a cura di PAOLA SUARDI –

Migliore sceneggiatura e migliori attrici al festival di Cannes. Il film è ispirato a un fatto di cronaca che colpì l’opinione pubblica rumena nel 2005. Voichita e Alina sono cresciute insieme in un orfanotrofio, si sono innamorate e sono divenute amanti. Nonostante questo amore hanno intrapreso strade diverse: l’una ha seguito la vocazione religiosa di suora ortodossa e ora vive in una comunità monastica oltre una collina, appunto, poco distante dal paese; l’altra è andata a lavorare in Germania, senza grande successo e senza mai dimenticare Voichita. Sola e con l’unica speranza di riunirsi all’amica, Alina va a trovare Voichita al monastero, desiderosa e convinta di portarla via con sé. Voichita ottiene il permesso di ospitarla, così Alina, e noi con lei, veniamo introdotti nella quotidianità della vita religiosa e assistiamo da vicino all’austerità claustrofobica che caratterizza quel tipo di Fede, al dogmatismo ottuso con cui le consorelle vivono la religione e accettano il rapporto con il Pope-papà in un nucleo famigliare distorto e anaffettivo. Alina chiede a Voichita di seguirla nel mondo reale, di tornare in Germania insieme, ma ben presto capisce che l’amica è totalmente assorbita – e ottenebrata, vedremo via via – dalla dedizione a Dio e dalle regole imposte da Papà e Mamma, ovvero un prete impegnato a guidare con severa rettitudine la comunità – in cui è l’unico maschio -, e un’amorevolmente ignorante suora superiora. Col passare del tempo Alina, nel tentativo estremo di rimanere vicino alla ragazza che ama, alterna segni di insofferenza agli sforzi di uniforYou never really understand a person until you consider things from his point of view. Until you climb inside of his skin and walk around in it. Atticus Finch, To kill a mockingbird DIVERCITY | NUMERO 5 – DICEMBRE 2019 | 75 marsi alla regola monastica scelta da Voichita. Alina accetta per amore un calvario di vessazioni, così come Voichita accetta privazioni disumane per amore di Cristo. Ma per Alina, volitiva e vitale, tutto questo è inaccettabile e il malessere dà luogo ad atteggiamenti di ribellione che vengono vissuti dalla comunità come atti di violenza. La situazione evolve in peggio con un ricovero di Alina in psichiatria, poi la riammissione al monastero e lo sfociare della disperazione della giovane in uno squilibrio mentale. Questa sofferenza viene percepita come “violenza del maligno” e il Pope decide di segregare la giovane ed “esorcizzarla”, con la collaborazione delle consorelle. Dopo alcuni giorni, a causa delle brutalità a cui viene sottoposta, Alina morirà. Esorcismo, lotta tra bene e male… ci muoviamo dunque su un terreno “horror”? Niente affatto. Lo stile cinematografico di Mungiu è assolutamente realista e anti-spettacolare, non concedendosi neppure la colonna sonora. Camera a mano e un’ottima sceneggiatura con dialoghi fitti e realistici, enunciati con pacatezza da attori e attrici diretti particolarmente bene per restituire un senso di normalità. Il fatto narrato, non dimentichiamolo, è reale. Nessuna escalation nel ritmo del montaggio neppure quando la situazione descritta diviene palesemente inquietante. Ma l’orrore c’è, grande, nel constatare il tragico precipitare della vita di Alina, il vuoto affettivo che la circonda: da parte di Voichita, in monastero, in ospedale, nella famiglia adottiva; la diligente indifferenza dei laici, la zelante diligenza dei religiosi. Di cosa parla questo film? Amore, fede, indifferenza. Ma soprattutto di Ragione. L’amore, quello tra gli esseri umani e quello per Dio, ma comunque amore che diviene cieco e malsano, poiché la dedizione/devozione conduce Alina alla morte fisica, Voichita alla morte dei sentimenti, gli abitanti del monastero alla morte dell’umanità. “Le persone vanno e vengono, solo Dio resta sempre con te”, dice Voichita; “Io vorrei solamente che mi amassi tu” risponde Alina. La domanda è: può l’amore trasformarsi in ossessione e distruggere la Ragione? L’amore che esclude. La Fede e il suo annegamento in una religione che si regge sulla lettura isolazionista, difensiva, bigotta e fanatica della realtà; la Fede che diviene mortifera. Il contrasto tra Fede e Ragione, religione e superstizione. La Fede che esclude. Al monastero un cartello annuncia “Vietato l’ingresso a persone di altro credo religioso”, fossero pure l’Amore e la Vita. Il rifiuto dell’altro, del diverso, è il primo passo verso l’annichilimento della ragione. L’indifferenza di un mondo, laico o religioso che sia, che corre su binari dove non sono ammessi scarti o sguardi verso altri mondi, che restano al di là del finestrino e spariscono velocemente, vengono lasciati alle spalle o letteralmente travolti. L’indifferenza che regna nel monastero dove il quotidiano – cibo, legna, cemento – prevale sullo spirituale nonostante le preghiere notturne e le penitenze. L’indifferenza di tutti coloro che pensano ai fatti propri, come i medici all’ospedale o gli agenti di polizia, nel film perennemente risucchiati o interrotti da qualche pensiero, telefonata, chiacchiera a latere. L’indifferenza che esclude e intanto la ragione si distrae, si inceppa, perde di vista quello che ha sotto gli occhi: la solitudine di una persona che ha bisogno d’amore, di un accudimento che non ha nulla a che fare con l’oppressione e la privazione di libertà, e nemmeno con la burocrazia. Mungiu ha il pregio di scegliere un tono di voce, nel narrare questi orrori, che apparentemente non grida e non si lascia andare a giudizi morali. Ma la visione del film, che mostra il mesto buio della ragione, conduce a una sentenza inappellabile verso tutti coloro che, incapaci di pietas, stravolgono la sostanza dell’essere umani, quel mix unico di ragione e sentimento che genera cura tra gli uomini. Invece oltre le colline, negli ambienti claustrofobici del monastero, c’è una pretesa di vita “diversa” che si compiace di esser tale e rifiuta il mondo fuori. C’è il gelo, la materializzazione di una freddezza dell’anima che paralizza ragione e sentimento. Proprio come Voichita, che si crogiola in questa becera religiosità e rifiuta l’amore di Alina. Una comunità che include in modo morboso ed esclude la vita. Un mondo che percepisce l’altro come diverso da cui difendersi. La regia sicura di Mungiu compone un linguaggio denso di significato fin dalla prima inquadratura: la macchina da presa è vicina alla nuca di Voichita, la segue che avanza sicura ma faticosamente nello spazio tra due treni fermi, scansando la gente che scende dalle carrozze e le viene incontro. Voichita procede controcorrente, in uno spazio angusto: questa è la fotografia della sua scelta di fede. La sequenza finale ripresa dall’interno del cellulare della polizia – che porta Voichita e gli altri del monastero alla Polizia – mostra una porzione di mondo emblematica: un attraversamento pedonale con mezzi al lavoro per ripulire le strade intasate dalla neve, la solita telefonata che arriva a interrompere la conversazione tra i poliziotti, si parla del tempo e dell’inverno rigido che non finisce… “Ma sì che finisce”, “E l’asfalto sarà uno schifo”, “Così è la vita”. Una fila di bimbi vivaci attraversa la strada con giacchette colorate a smentire questo nichilismo e un grosso bus di passaggio schizza fango su tutto il vetro coprendolo. Fine. 

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY V, DICEMBRE 2019

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Author: Redazione