CINEMA: Terra Madre – Ermanno Olmi

TERRA MADRE
Regia di Ermanno Olmi
Documentario. Italia 2009,
Sceneggiuatura: Mario Piavoli, Franco Piavoli, Carlo Petrini,
Ermanno Olmi.
Direttori della Fotografia: Fabio Olmi.
Nel cast: Carlo Petrini, Omero Antonutti, Vandana Shiva e altri.
Produzione: Cineteca Bologna.
Produttore: Gian Luca Farinelli

di Paola Suardi – Olmi nasce documentarista – ne ha prodotti una settantina – e muore documentarista con l’ultima opera dal titolo “Vedete, sono uno di voi” (2017). Il penultimo lavoro si intitola “Il pianeta che ci ospita” (2015) ed è definito brevemente “un inno alla natura, un’introduzione-manifesto a Expo 2015 con cui ricordare il “debito” che gli esseri umani hanno nei confronti della natura e rinnovare l’impegno dei popoli ricchi a garantire cibo, acqua e dignità a ogni essere umano”. Ma la celebrazione di Olmi della Natura, e della Vita che viene dalla Terra, si manifesta in quasi tutte le sue opere. E da quando nel 1978 è venuto alla ribalta della scena internazionale con il magnifico “L’albero degli zoccoli”, il Maestro è riconosciuto come il cineasta pittore della vita agreste, vissuta a contatto e in armonia con la Terra.
Perché “Maestro”? Perché più e meglio di tutti riesce a imprimere alle proprie opere, anche nel genere documentario che si penserebbe specificamente legato a un dato contingente e storico, un’impronta che risuona a lungo nell’animo di chi le guarda. Nell’ “Albero degli zoccoli” come in “Terra Madre”, come nel “Mestiere della armi”, ma anche “Nel segreto del bosco vecchio” o in “Torneranno i prati” solo per citare alcuni titoli, si avverte forte una dimensione etica che ci offre temi ineludibili perché universali e ci infonde la sensazione di esser di fronte a opere destinate a durare nel tempo perché intrise di insegnamenti. Maestro nella forma e nel contenuto, Olmi ci obbliga ad usare le maiuscole per parlare di Natura, Vita, Terra, Uomo, Creato.

In questo documentario, che ruota attorno al movimento internazionale “Slow Food”, nato in Italia nel 1986 e fondato da Carlo Petrini, Olmi mostra ancora una volta che il rapporto Uomo e Natura – inteso come Lavoro che trae dalla terra Sostentamento per la Vita ma allo stesso tempo rapporto tra Uomo e Creato, rispetto della Creazione di cui l’Uomo e parte e lode del Creatore – è la sua passione e il centro della sua poetica. Il film è decisamente un must, anche a più di un decennio dalla sua realizzazione, per chi è interessato ai temi della globalizzazione e della sostenibilità.

Il documentario è liberamente strutturato attorno a due imponenti eventi chiamati “Terra Madre,” ospitati dal movimento Slow Food nel 2006 e 2008 a Torino. Più di 6.000 cuochi, agricoltori, pastori, allevatori e pescatori, provenienti da più di 130 diversi Paesi, si riunirono per affermare quello che era già allora un movimento che prende le distanze dall’agricoltura intensiva, globalizzata e distruttiva, e promuove invece la produzione agroalimentare locale che rafforza la produttività della Terra piuttosto che limitarsi a sfruttarla e depauperarla.

La prima parte del film è fatta perlopiù di estratti dai diversi interventi e da esempi e show di cultura etnica che hanno avuto luogo durante i due eventi. La troupe di Olmi si sposta poi altrove per seguire iniziative specifiche, alcune davvero affascinanti, come la Banca Internazionale del Seme che è stata creata nel profondo della terra su un’isola a nord della Norvegia per proteggere più di 4 milioni di campioni di semi diversi. Intanto gli interventi poetici dell’attore Omero Antonutti intessono la colonna sonora con un narrato fuori campo, e conferiscono alla cronaca delle immagini che passano sullo schermo un’aura di mito. Il documentario ci porta in diversi luoghi dell’Italia e dell’India, mentre gli attivisti parlano con passione del “nuovo illuminismo” che nascerà quando impareremo a vivere con meno, e ci accorgeremo che non si prova per questo alcun senso di privazione. La musica folk che accompagna questi momenti è emozionante ed esprime già in qualche modo la testimonianza di un’intima unità pur all’interno dell’incredibile diversità che esiste nel mondo. Una grande intensità emotiva si percepisce anche quando uno studente di liceo del Massachusetts parla del giardino enormemente produttivo che lui e i suoi compagni hanno creato nella loro scuola, e la folla che lo ascolta letteralmente si esalta quando il ragazzo promette “noi saremo la generazione che riunirà l’umanità alla terra”. La forza e la fiducia riposta nelle giovani generazioni per riconciliarsi con la Terra sono già concrete, entusiaste e gioiose, anche se meno indignate di quello che verrà espresso dieci anni dopo dal movimento condotto da Greta Thundberg. L’ultima parte del film è senz’altro la più profonda e vivida, anche se lo spettatore impaziente potrebbe soffrire un poco per le scelte di Olmi di pura contemplazione del lavoro dell’uomo e della natura che cambia. Dopo aver delineato il contesto economico e politico del tema “cibo”, e i punti salienti che ci accomunano tutti nella riflessione, il regista abbandona infatti ogni tipo di espressione verbale e intona una sorta di lungo meraviglioso peana, un inno di celebrazione della Terra e della ricchezza e diversità che ha in sé. Come avviene tutto questo? Olmi sceglie di seguire in silenzio le giornate di un contadino, dal momento in cui prepara la terra fino al godimento di quanto da solo è riuscito a produrre. Pur in assenza di testi, vengono alla mente “Le opere e i giorni” di Esiodo, le “Georgiche” di Virgilio esplicitamente citate all’inizio del documentario, o il lirismo di alcuni versi dei salmi biblici.
A fare poesia è la miriade di primissimi piani di uccelli, di api, di frutti e di germogli, i cieli stessi che vibrano e uniscono Uomo e Creatore in un documentario che a questo punto documentario non è più, ma manifesto della fede in Dio che crea come “atto d’amore” e nell’Uomo che, se vuole, ama, rispetta e sostiene.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VII, GIUGNO 2020

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Author: Redazione