BODIES IN THE DARK (Ethics of the Body) Di Elephant Laugh (Korea) Regia Jinyeob Lee

Prima Nazionale presso B-Motion Danza Operaestate Festival Agosto 2019 / www.operaestate.it 

Rubrica a cura di MAURO DANESI –

“Quello che vi aspetta è un incontro con l’estraneità, il coraggio, il desiderio e il tabù. Ma la cosa più importante è che tutto dipenderà dalla vostra scelta.”

Nel mondo delle arti performative vengono utilizzati sempre più formati e dispositivi di coinvolgimento diversi dal classico spettacolo frontale: ecco perché vi chiedo di non farvi stupire troppo dalla inusuale forma della performance che vado a descrivere, ospitata da uno dei festival italiani di danza più importanti e innovativi (B-Motion danza, a Bassano del Grappa). BODIES IN THE DARK, della compagnia coreana Elephants Laugh, con la danza ha (apparentemente) poco a che fare: è un dispositivo minimale e sapientemente costruito dove gran parte della dinamica avviene in realtà dentro noi spettatori e spettatrici, in un costante dialogo tra autocensura e desiderio. Un ottimo esempio di come l’arte possa essere utile per innescare in chi partecipa un cambiamento reale e non come semplice intrattenimento. La struttura apparente dello spettacolo consiste nella ricezione di un appuntamento personale via sms, nell’incontro con una singola persona mascherata, nel venire bendati e poi, privati della vista, accompagnati/e attraverso la città fino ad un luogo dove ci viene chiesto di abbandonare scarpe e oggetti personali e, sempre con la benda sugli occhi, indossare cuffie audio. Da quel momento è una voce, rassicurante seppur priva di emozioni, a guidarci chiedendo come prima cosa di rimuovere la benda – che da lì in poi non sarà più necessaria -. Ci accoglie uno spazio completamente buio, in cui ogni tentativo di trovare appigli di luce risulta vano. Lo sconcerto iniziale presto si trasforma, la voce accompagna ogni momento e ci rendiamo conto di essere parte di un dispositivo a cui ci si può affidare con sicurezza. Nonostante l’azzeramento della vista, c’è la possibilità di farsi portare fuori dalla stanza in ogni momento (segnalando la propria presenza col battito delle mani) e ogni attività proposta ha regole chiare. Dai rumori capiamo che lo spazio buio è popolato da altre persone, sedute probabilmente su sedie, come noi. Spettatori e spettatrici? Performer? Possiamo intuire, ma non lo sapremo mai. La voce propone di volta in volta piccole pratiche: alzarsi dalla sedia, muoversi, tornare seduti, ma anche fare un’esplorazione nello spazio buio incontrando le persone presenti con tocchi casuali. Ad ogni azione un ritorno alla propria sedia e la possibilità di battere le mani per farsi aiutare. Dopo la sensazione di rapimento gentile dell’inizio, comincia ad emergere una sensazione di agio e protezione rispetto a questo mondo senza luce dove nessuno conosce chi siamo, come siamo fatti: tutto passa attraverso il corpo in uno spazio privo di giudizio esterno. In un contesto come questo ci si può, forse, liberare di qualche strato che ci ricopre, fisicamente e metaforicamente, e continuare a seguire le indicazioni cominciando ad incontrare il calore della pelle, la consistenza di una spalla, l’attrito attraverso i polpastrelli, un profumo più accentuato dalla vicinanza. Pur sempre all’interno di regole calibrate, quello che accade è semplice ma totalmente spiazzante rispetto alla quotidianità di cui abbiamo esperienza e dentro di noi muove un dibattito: posso fare quello che desidero o no? Mi fa piacere farlo? Mi fa piacere essere toccato/a? Cosa conosco del corpo che sto incontrando? Quale genere, quale storia, quali desideri contiene? Il sottotitolo del lavoro, “Etiche dei Corpi”, diventa chiaro all’interno della riflessione che esplode nel silenzio: è tutta incarnata e poco razionale e mette in discussione le persone presenti, ciascuna a modo suo, su cosa sia la libertà del desiderio. Nel mezzo di questa rilessione silenziosa la voce attraverso le cuffie torna a condurci sicura. Ci viene restituita la nostra benda e ci prepariamo a tornare alla luce; presi per mano, accompagnati attraverso la città di rumori fino ad essere lasciati senza benda, ma con gli occhi chiusi per qualche secondo: quando li apriamo non c’è più nessuno con noi e ci troviamo in un punto della città differente da dove siamo stati prelevati. Nell’arco di un’ora e mezza si apre e chiude questo viaggio nel buio, ma il dialogo che è stato scatenato resta aperto e continuerà a risuonare e danzare: siamo davvero liberi e libere? Cosa riusciamo a permetterci e cosa invece non ci concediamo? Quali tabù e quali autocensure abbiamo? Li vogliamo mantenere? Quello che mi stupisce è la precisa e nitida sensazione di nostalgia verso quei corpi incontrati nel buio, per cui abbiamo provato forse desiderio, fastidio o rimpianto: corpi senza genere definito e senza caratteristiche visive, ma che sentiamo di conoscere con nettezza, sensualità e nuda umanità. 

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY V, DICEMBRE 2019

Spread inclusion all around the globe

Author: Redazione