90 ANNI DI GENERE

POINT BREAK – Rubrica a cura di Valeria Colombo –

Sull’autobus. Come spesso accade è una donna con i capelli bianchi a offrire il proprio posto a un’altra donna altrettanto canuta. Per fortuna è una terza persona, decisamente più giovane, a cedere il posto così le due si trovano di fronte. E iniziano a parlare. Dopo poco salta fuori l’età: una ha da poco compiuto 92 anni, l’altra ne farà a breve 91 e racconta del posto dove va di solito a ballare. Che bello. Io intanto inizio a pensare ai più di 90 anni trascorsi dalla loro nascita e ai punti di rottura per la condizione femminile avvenuti in questo “quasi secolo”. 

Partiamo dalla fine degli anni 20. A quell’epoca in Italia le donne non godevano di diritti politici e il Codice di Famiglia di epoca fascista poneva la donna in totale sudditanza di fronte al marito: tutti i beni appartenevano al coniuge e l’eredità spettava ai figli, alla moglie solo l’usufrutto.

Il primo point break arriva dopo la seconda guerra mondiale ed è il suffragio universale per il referendum repubblica-monarchia e l’elezione dell’Assemblea costituente il 2 giugno 1946. Sono 21 le donne elette nell’Assemblea Costituente che daranno il loro contributo alla promulgazione di una Carta Costituzionale all’avanguardia, egualitaria e democratica. Ma avere una Costituzione che stabilisce l’uguaglianza di tutti i cittadini senza alcuna distinzione, nemmeno quella di genere, non produce l’immediato effetto di eliminare le discriminazioni. E infatti la seconda “rottura” risale agli anni 60 e riguarda l’accesso ai pubblici uffici. Nonostante i pari diritti sanciti dalla Costituzione, infatti, la carriera da magistrato e giudice era preclusa alle donne ed è solo grazie al ricorso alla Corte Costituzionale da parte della coraggiosa Rosanna Oliva de Conciliis che, dal 1963, anche la magistratura è aperta alle donne. Dopo più di 50 anni, nel 2019, Marta Cartabia è la prima donna a diventare Presidente della Consulta. Altri momenti importanti sono il referendum sul divorzio (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975) e l’abrogazione delle disposizioni sul delitto d’onore (1981). Ultimo traguardo di civiltà la riforma del delitto penale che nel 1996 (!) inserisce la violenza sessuale tra i reati contro la persona e non più contro la morale. Arriviamo ai giorni nostri: le donne hanno lo stesso grado di scolarità degli uomini e anzi mediamente concludono la carriera scolastica con voti migliori. E hanno dunque migliori carriere professionali, migliori stipendi…No. In Italia il tasso di occupazione femminile è del 52% (contro una media UE del 66.5%), il cosiddetto gender pay gap è pari a circa il 25% e il tasso di donne in ruoli dirigenziali è solo del 27% (fonti: Eurostat, Global gender Gap index). 

Questa disparità quanto costa in termini di PIL, di consumi non realizzati, di crescita economica? Secondo le stime di Banca d’Italia se si arrivasse al 60% di occupazione femminile, ciò si tradurrebbe in una crescita del PIL pari al 7%. Se invece tutte le casalinghe entrassero nel mondo del lavoro allora il tasso di occupazione salirebbe al 70% e il PIL avrebbe un incremento di 268 miliardi di euro, +18,2% (Fonte: Fondazione Moressa). L’Italia è un Paese in cui il PIL pro capite è ai livelli del 2000 e ancora inferiore al picco precedente la crisi e credo abbia estremamente bisogno che più donne lavorino e siano pagate come gli uomini per poter investire e consumare di più. (Fonte: OCSE Economic Outlook). Il progresso e la crescita di cui tanto abbiamo bisogno passano anche da una più equa distribuzione dei carichi familiari (primo responsabile della poca occupazione femminile in Italia) e dal riconoscimento dell’importanza della diversità di genere (e non solo di genere) nei processi decisionali, nelle aziende così come nelle Istituzioni, anche attraverso leggi e quote che facilitino il superamento delle barriere culturali, consce o inconsce che siano.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VI, MARZO 2020

Spread inclusion all around the globe

Author: Redazione