CINEMA: HER

Rubrica di Paola Suardi

HER – Regia di Spike Jonze. Commedia, USA, 2013.

Poiché questo numero di DiverCity propone una riflessione sulla “tecno inclusione”, ovvero su quanto e in che modo le tecnologie sappiano essere strumento di inclusione in ambito lavorativo, sociale, economico, istituzionale e umano durante periodi di difficoltà, ecco che questo film offre uno spunto impareggiabile per meditare sulle dinamiche che coinvolgono tecnologia, relazioni sociali, intelligenza artificiale e sentimenti.

Il banco di prova della tecnologia – la difficoltà sottesa a cui deve venire in aiuto – è in questo caso il ricorrente problema dell’essere umano di mantenere una relazione di coppia e nella eventuale solitudine.

Il film è ambientato a Los Angeles (ma molte delle riprese sono state effettuate a Shanghai) in un futuro apparentemente molto prossimo, nel quale i computer sono centrali nella vita di ognuno e la tecnologia è dilagante attraverso auricolari, comandi vocali e dispositivi video tascabili. Si tratta però di una tecnologia amica, rassicurante, che si insinua nel quotidiano con apparecchiature sofisticate che sembrano portasigarette d’antan, o schermi di computer con cornici in legno.

Un “futuro retrò” insomma, rappresentato anche dai costumi – confortevoli pantaloni da uomo a vita alta, senza cintura, tessuti tradizionali, sottilmente familiari a tutti – e attraverso una luce morbida e una palette calda sia negli interni che negli esterni. Un futuro accogliente dove la vicenda narrata ruota attorno a un nuovo sistema operativo provvisto di intelligenza artificiale che è in grado di elaborare emozioni e interagire con gli esseri umani stabilendo una relazione profondamente empatica. Un futuro che è già oggi, forse, nell’idea dell’autore.

Theodore Twombly, il protagonista, uomo introverso e sensibile, lavora per una società in cui è addetto a scrivere per conto terzi lettere ricche di affettività, dettandole al computer. Infelice per la separazione dalla moglie Catherine, con la quale è cresciuto, non si risolve a firmare i documenti per il divorzio., Cerca di distrarsi con lavoro, videogiochi, chat telefoniche. Un giorno decide di comprare il nuovo sistema operativo OS1 e la relazione che si stabilisce tra lui e “Samantha” – è il nome scelto per sé dal sistema – evolve velocemente: da amicizia, a speciale sintonia, a amore, sviluppando un’intimità che arriva talvolta all’eccitazione sessuale. Theodore è affascinato dall’abilità di Samantha di apprendere e sviluppare intuito per le sue preferenze, dimostrando anche un’evoluzione psicologica nel rapporto. Si apre perciò con Samantha e le parla di Catherine, della sua difficoltà ad accettare la fine della loro lunga storia e, non a caso, dell’incapacità di iniziarne una nuova.


Nel frattempo anche Amy, vecchia amica di Theodore, si separa e rivela al protagonista di essere diventata a sua volta molto amica di un sistema operativo “femminile” con cui c’è grande affinità. Quando Theodore, irrobustito dalla relazione con Samantha, si decide a firmare il divorzio, incontra Catherine e le rivela il rapporto con il suo OS, la ex-moglie è scioccata e lo mette di fronte al fatto che lui non è in grado di gestire emozioni e sentimenti reali e si rifugia in un software.Intanto Samantha continua a “crescere” affettivamente imparando sensazioni sempre più complesse e profonde, percepisce la carenza di un corpo reale nel suo rapporto con Theodore e cerca – intelligentemente? – di porvi rimedio inviando una sostituta reale che è disponibile a “impersonarla”.

E’ l’inizio della fine: Theo accetta ma interromperà l’incontro, e sarà il primo motivo di attrito con Samantha. Una volta riappacificati, “usciranno insieme” con un collega di Theo e la sua fidanzata – che accettano Sam senza problemi- ma l’OS in una conversazione rivelerà loro che non avere un corpo fisico è un vantaggio perché le risparmia dolore e morte, creando a tutti un certo imbarazzo. La “non umanità” di Sam diventa infatti sempre più evidente e cresce perciò il disagio in Theodore, memore delle parole di Catherine.


Sam può vedere costantemente dove si trova Theodore e chi incontra, così la sensazione di vicinanza e condivisione è forte e consente all’OS di comporre per lui la colonna sonora “giusta” per la sua vita; insieme scrivono le parole di una “loro” canzone; vanno in vacanza “insieme”… E’ il picco dell’idillio, in un contesto in cui natura e solitudine sono il contrappunto paradossale di tecnologia e amore, prima del trauma. Quando infatti Sam rivela di aver conosciuto un altro sistema operativo e chiede se sia infastidito che lei parli regolarmente anche con qualcun altro, Theo acconsente ma comincia a provare gelosia per la vita che Samantha ha on line, mentre lui dorme. Qualche tempo dopo Theo va nel panico quando Sam non risponde all’auricolare. Pochi minuti dopo riuscirà nuovamente a connettersi all’OS e scoprirà che Sam stava eseguendo un aggiornamento – cosa c’è di meno romantico e più tecnico? – e che le sue caratteristiche tecnologiche le consentono di comunicare contemporaneamente con altri 8.316 individui, oltre a lui.

Non basta: Sam confessa di amare 641 di questi individui e sostiene che ciascuna relazione non inficia l’amore provato per lui. Il capolinea è vicino, Theo – così sensibile – è sempre più sconvolto e a disagio.
Samantha dirà che i sistemi operativi si stanno evolvendo e intendono proseguire in autonomia l’esplorazione della propria esistenza, affermerà che parlare con Theo “è come leggere un libro che amo moltissimo ma nel quale le parole diventano tra loro sempre più distanti. E io mi riconosco soprattutto in quello spazio sconfinato”. E’ l’ultimo dialogo prima di dirsi tristemente addio.Il film si chiude con Theo che detta al pc una lettera alla moglie, in cui riconosce i comportamenti che li hanno allontanati e spiega che ancora tiene a lei, nonostante le loro strade si siano divise.


Osserviamo che da un lato, grazie alla perfezione della tecnologia nella mimesi della realtà, anche nella relazione virtuale si sono ricreati tutti gli elementi classici della crisi di coppia – non esclusività del rapporto, gelosia, sofferenza, evoluzione e allontanamento di uno dei due partner dall’altro, incomunicabilità – dall’altro che l’intelligenza artificiale, con tutte le sue estesissime potenzialità, non ha nulla a che vedere con il sentire umano. Sappiamo che la diatriba sulla distinzione tra reale e virtuale, tra fact e fake, è insita nel supporto offerto dalla tecnologia avanzata, che si tratti di videogiochi o di social network, ma la pellicola mette chiaramente di fronte al problema sentimentale, da sempre considerato ciò che distingue l’uomo dalla macchina. 
L’essere umano rischia di nutrirsi di sentimenti fake e di appiattirsi senza rendersene conto su dinamiche tecnologiche che lo sottraggono a socialità e affettività autentiche.         

        
“Her” ci mostra che non è nella sofferenza e nella perdita della compagna virtuale ma nell’accettazione della realtà e nel lasciare andare la moglie che Theodore compie uno scatto e recupera consapevolezza e umanità. Lungi dal tornare al punto iniziale di triste solitudine, l’uomo esce dall’anestesia dei sentimenti fake indotti dalla tecnologia e trova un’opportunità di autenticità di rapporto, ripartendo non a caso da Amy, l’amica sincera con cui condivide tanto. Theodore, infatti, si reca sconsolato da Amy, a sua volta lasciata dal proprio sistema operativo e insieme salgono sul tetto del grattacielo in cui abitano. Nessun dialogo, solo musica, si avverte una mesta tensione che anziché condurre a una tragica possibile conclusione (un salto di genere da commedia a melodramma?) si scioglie nell’inquadratura dei due, seduti e di spalle, che guardano (serenamente?) le luci della metropoli.

Il film si aggiudica l’Oscar come migliore sceneggiatura originale nel 2014; la dinamica narrativa, in assenza di fisicità corporea di uno dei partner, è scandita da dialoghi eccellenti, magistralmente interpretati, e si sostanzia di parole. Quelle stesse parole tra le quali poi si inserisce la distanza, come rileva Samantha. Nondimeno il film si avvale visivamente di immagini molto eloquenti che contribuiscono a esprimere bene la solitudine di Theo nella folla, la sensazione di compagnia quando è invece immerso nella natura, tracciando spazi e luci che a casa, in ufficio, all’aperto dicono la struttura precaria, o l’inganno (il fake ancora una volta) delle sue relazioni umane in quel contesto.


Con ironia e leggerezza – solo un po’ di lentezza sul finire ma coincide sapientemente con la “stanchezza” del rapporto tra Theo e Sam – la commedia fa riflettere sulla solitudine e l’impossibilità di risolverla attraverso la tecnologia, sulla non conciliabilità di intelligenza artificiale e dimensione umana. La tecnologia è in grado di ricreare in toto le dinamiche delle relazioni umane ma non sembra riuscire a risolverle.

“Her” con finezza affronta i delicati meccanismi di una relazione sentimentale: dall’essere cresciuti insieme alla naturalità – o meno – di avere una relazione esclusiva per tutta la vita – e rivela che il desiderio di inclusione sul piano dei sentimenti ha poco a che vedere col cosiddetto digital divide – il divario di competenze digitali – e molto, piuttosto, con un emotional divide, un divario emotivo che richiede una cura profonda per essere colmato. E’ proprio l’emotional divide sul quale dobbiamo intervenire per risolvere la solitudine e tessere rapporti sentimentali duraturi. 

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VIII Settembre 2020

Spread inclusion all around the globe