CALAMAIO 2.0 – Quando scuola e letteratura fanno i conti con la tecnologia

Di Nicole Riva

Se tralasciassimo, per un momento, i grandi classici del passato e provassimo ad addentrarci nella produzione letteraria della seconda metà del XX secolo, sarebbe lampante che, malgrado la tecnologia abbia iniziato a fare parte delle nostre vite ormai da diversi decenni, questa sia stata totalmente esclusa dalle pagine di quei libri che oggi consideriamo fondamentali per la Letteratura italiana.

Nell’immaginario comune sembra quasi che inserire un computer portatile o un telefono cellulare in una narrazione destinata a diventare importante, faccia perdere tutto il romanticismo letterario e abbassi drasticamente il livello dell’opera. 
D’altronde, questa percezione non appartiene solamente a chi, come me, è una nostalgica di calamaio e pennino, anzi, sono proprio gli scrittori a non aver mai visto di buon occhio la tecnologia. Infatti, anche se la parola computer è entrata a far parte del dizionario di italiano Zingarelli a partire dagli anni Sessanta, per molto tempo la tecnologia in letteratura è stata relegata unicamente al genere della fantascienza, il quale ha avuto un grande successo in Italia con la collana Urania edita da Mondadori, ma che solo in rari casi oggi è considerato un classico. Nel 1983 alcuni dei maggiori scrittori italiani si sono mostrati diffidenti verso i traguardi tecnologici che il mondo stava proponendo loro; alla domanda «Scusi, lei lo scriverebbe un romanzo al computer?» posta dal quotidiano La Stampa, solamente Umberto Eco, che l’anno dopo batteva a tastiera Il pendolo di Foucault, si mostrò entusiasta; gli altri risposero con una negazione categorica. 
Questo atteggiamento, apparentemente ingiustificato, nei confronti della tecnologia, potrebbe celare il timore che il digitale porti all’estinzione della letteratura e di coloro che la creano. Già Primo Levi, nella sua raccolta di racconti scientifici e fantascientifici Storie Naturali, descrive, in tono umoristico e con un velato retrogusto amaro, un poeta e la sua segretaria alle prese con un nuovo macchinario: il Versificatore. Il poeta, stanco di ricevere commissioni noiose che non riesce a espletare, decide di testare una macchina che, una volta impostata, è in grado di scrivere poesie su qualunque argomento. Se da un lato il poeta è fiducioso, dall’altro la segretaria si dimostra scettica, sostenendo che la poesia possa essere concepita solo dalla mente umana. 


Dopo varie prove e qualche malfunzionamento, i due decideranno di acquistare il Versificatore e di sfruttarlo per alleggerire il loro carico di lavoro. Sebbene i battibecchi tra i personaggi di questo racconto siano decisamente esilaranti e il finale, che non ho intenzione di svelare, sia sorprendente, il messaggio dell’autore è chiaro: la tecnologia annienterà la poesia per come noi la conosciamo.
Tutta la sfiducia accumulata dagli amanti del libro nei confronti del multimediale si è scontrata, durante questo particolare 2020, con la necessità di leggere senza avere librerie e biblioteche a disposizione oppure di comunicare con gli altri senza poter uscire dalle mura domestiche. Per quanto mi riguarda, come insegnante, quest’anno ho dovuto abbandonare tutte le ritrosie verso il digitale e dedicarmi alla Didattica a Distanza. Durante i mesi trascorsi a registrare lezioni e a parlare con i miei studenti attraverso una piattaforma per le videochiamate ho pensato, più volte, a come la fantascienza fosse diventata realtà, e quando sentivo i ragazzi dire «Prof. mi manca la scuola», non potevo fare a meno di pensare a Margie e Tommy, protagonisti di Chissà come si divertivano! di Isaac Asimov.


In questo racconto, ambientato in un futuro lontano, i bambini studiano a casa e hanno come insegnante un robot, il quale spiega tutte le materie attraverso uno schermo e corregge in tempo reale gli esercizi che vengono inseriti in un’apposita fessura. In un mondo in cui i libri sono diventati “tele libri”, Tommy ne trova uno di carta e Margie si ricorda dei racconti del nonno, che diceva che molti anni prima le parole stampate non si muovevano, ma rimanevano fisse sulla pagina e tornando indietro si trovavano sempre lì. Centinaia di anni prima, bambini come loro andavano ogni mattina in un edificio apposito chiamato scuola e facevano lezione con un maestro umano. In classe non si stava mai soli, ma con molti altri coetanei e tutti seguivano le stesse lezioni, insieme. Isolata nella sua stanza con la sola compagnia del professore robotico, Margie detesta la scuola del presente e vorrebbe frequentare quella del passato, poiché, a quei tempi, i bambini come lei avevano modo di svagarsi.


È sorprendente come i piccoli protagonisti discutano i limiti dell’essere umano, quasi come se uomo e tecnologia fossero due binari paralleli impossibilitati a incontrarsi: quando Tommy spiega all’amica che, un tempo, il maestro non era un robot, lei non crede alle proprie orecchie «Un uomo non è abbastanza in gamba, non può saperne quanto un maestro» dice sicura di sé. In realtà, per noi che ormai nasciamo e cresciamo nell’era digitale, questo concetto è superato; l’uomo e la tecnologia sono le rotaie di uno stesso binario — l’obiettivo da raggiungere è riuscire a trovare le traversine lignee per collegare i due mondi e creare qualcosa di nuovo ed entusiasmante — .

L’affermazione finale di Margie, che dà il titolo al racconto, ha sempre fatto sorridere gli studenti:credo di poter affermare che chiunque, leggendo questa storia durante l’ora di antologia, abbia pensato che la bambina si sbagliasse di grosso: a scuola non ci si diverte mai. 
Lontani dai banchi e dai compagni di classe, i ragazzi hanno rivalutato, invece, il ruolo della scuola nelle loro vite e sono sicura che più volte siano arrivati alla stessa conclusione di Margie. Quello che però Asimov non aveva considerato, nella sua quasi totalmente azzeccata previsione del futuro, è che l’insegnante non si arrendererà alla possibilità di essere sostituito da una macchina. 


Ecco allora che, quando durante il lockdown la lavagna si è trasformata in uno schermo del pc e l’alzata di mano è diventata una prenotazione in chat, il/la docente ha cercato – e con tutte le sue forze – di non lasciare nessuno “fuori” dall’aula virtuale, dimostrando come la tecnologia non sia sempre e per forza rappresentazione del concetto di isolamento, ma possa essere vista anche come strumento di inclusione, capace di unire e supportare in un momento di straordinaria difficoltà. La mamma di Margie, riferendosi al docente robotico, afferma «un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o una scolara» e non ha tutti i torti, ma non ha minimamente considerato che anche un essere umano, se innamorato del proprio lavoro, può raggiungere lo stesso incredibile traguardo.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VIII Settembre 2020

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