LA SOSTENIBILITÀ – Ai tempi del Covid-19

di Martina Rogato – La pandemia sta impattando oltre che sulla salute e sulla vita di tanti cittadini, anche sul fronte dell’occupazione e della tutela dei diritti dei lavoratori. Lo scorso aprile l’Associazione Clean Clothes Campaign ha denunciato, ad esempio, che nella filiera del tessile in paesi come Cambogia, Filippine e Myanmar, i lavoratori sono a rischio salute e sicurezza e che molte delle aziende in cui sono impiegati non hanno meccanismi di protezione sociale quali l’assicurazione sanitaria, l’indennità di disoccupazione o fondi di garanzia in caso di insolvenza. Inoltre, siccome i pagamenti nella produzione del tessile avvengono quasi sempre in fase di consegna della merce, molte aziende-fornitrici rischiano ingenti perdite economiche. L’Associazione denuncia inoltre che sono numerosi i brand di moda che hanno annullato ordini ancora in corso, senza corrispondere il compenso precedentemente pattuito. E la mancanza di liquidità causata da questo fenomeno comporterà, ovviamente, anche il mancato pagamento degli stipendi dei lavoratori.

Ma cosa c’entrano i diritti dei lavoratori in Cambogia con le
iniziative di CSR e sostenibilità in Italia?
Coinvolte in questo drammatico impatto occupazionale e di violazione di numerosi diritti ci sono anche le aziende fornitrici dei principali brand italiani che, in genere, delocalizzano la produzione in Paesi con manodopera a basso costo. Si tratta degli stessi brand che poi in Italia donano milioni di euro agli ospedali per fronteggiare la pandemia. Nobilissime iniziative quelle di supportare l’emergenza sanitaria, purché coerenti con la condotta complessiva dell’Impresa lungo tutta la filiera, come la definizione più autentica di sostenibilità richiederebbe.
Quello di Cambogia, Filippine e Myanmar è solo uno dei tanti esempi dell’impatto del coronavirus sui diritti umani. In siffatto contesto, come dovrebbe agire un’impresa per essere realmente sostenibile? Anche in tempi di pandemia, a prescindere dal fatto che la propria filiera sia delocalizzata all’estero o in Italia, si tratta di essere consapevoli degli impatti “attuali e potenziali” lungo la propria catena del valore. Ciò in pratica significa coinvolgere i propri stakeholder chiave e identificare come, su chi e cosa si potrebbe impattare negativamente. E,in seguito, disegnare strategie di minimizzazione e gestione degli impatti cosiddetti “avversi”.
In tal senso, la conoscenza e il coinvolgimento dei principali portatori di interesse con cui il nostro business può avere un impatto, dai dipendenti alle comunità locali, è fondamentale. Si tratta di un processo che gli inglesi definirebbero “ongoing”, ovvero di ascolto e di implementazione continui, ma fondamentale per costruire un approccio sostenibile nel lungo periodo ed evitare che quelle ricadute si trasformino in rischi di impresa, non solo reputazionali ma anche economici. Si pensi, ad esempio, a quanto ha perso in borsa Moncler a seguito del noto scandalo su piume d’oca e maltrattamento animale.
Un valido supporto alla sostenibilità è dato dai numerosi network nazionali ed internazionali che si occupano di diffondere e condividere buone pratiche e ispirare il percorso dei brand. A livello nazionale parliamo ad esempio del CSR Manager Network che, anche durante il lockdown, continua la sua formazione online sulla sostenibilità; o dello United Nations Global Compact Italia che, con l’iniziativa #UnendoImprese, ha realizzato una serie di raccomandazioni per aiutare il settore privato a fronteggiare l’impatto del COVID-19 sui diritti umani. Esistono poi alleanze ad hoc focalizzate sui cosiddetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. In Italia vi è l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) che in queste settimane continua a divulgare informazioni sull’impatto della pandemia sulla sostenibilità. Oltre alla mappatura dei rischi, allo stakeholder engagement e ai partenariati strategici, è evidente che trasparenza e accessibilità delle informazioni rimangono un elemento cruciale della strategia di sostenibilità di ogni brand, anche in tempi di pandemia. Se è vero che si è riusciti ad accelerare la rendicontazione non finanziaria solo in seguito a un’apposita Direttiva europea e di un relativo Decreto legislativo, e che non sappiamo quali scenari riserverà il post-COVID alla sostenibilità, quello che è certo è che il consumatore è sempre più digitale ed interconnesso e che, considerata la sua crescente sensibilità sul tema della qualità della vita, premierà sicuramente i brand che investono in trasparenza e affidabilità delle informazioni e che adottano una condotta realmente responsabile, al 100% coerente con i propri valori.
Vedremo se la storia ci darà ragione.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VII, GIUGNO 2020

Spread inclusion all around the globe