ARTE: QUANDO COMINCIA L’ACQUA #7 (CHIESA DEL REDENTORE) – SILVIA CAMPORESI – Fotografia poietica e mitopoietica

di Angelica Gatto – La fotografia è divenuta nel corso del tempo un medium di comunicazione in grado di farsi oggetto teorico e soggetto pratico di una nuova modalità di esprimere e veicolare l’attimo irripetibile, l’immagine mai più raggiungibile: un velo misterioso che s’insinua tra realtà e finzione.

Silvia Camporesi (Forlì, 1973) tutto questo lo sa bene; il medium fotografico diviene per Camporesi non soltanto lo strumento principale attraverso cui costruire delle narrazioni, bensì il soggetto-oggetto di una ricerca che si colloca ben al di là della mera rappresentazione per immagini. Se attraverso l’immagine siamo spesso in grado di ricostruire il nostro universo aspirazionale, le nostre paure, i nostri sogni e desideri reconditi, è anche vero che l’immagine fotografica altro non è che illusione e manifestazione di un visibile finzionale, è in un certo qual modo un’immagine di un’immagine, in grado di mostrare tutte le proprie potenzialità nell’attimo esatto in cui si rivela. A questo proposito, nel suo ultimo progetto Il Paese Sommerso (2019), Camporesi riflette in maniera puntuale sul concetto di fotografia come medium e sulla possibilità di ricostruire e restituire un’immagine fittizia che si situa in un territorio di confine, a metà strada tra sogno e realtà, liberando un macrocosmo di relazioni generative. Camporesi, dopo aver raccolto materiale documentario e d’archivio, ha ricostruito con il gesso, in scala 1:50, il paese di Fabbriche di Careggine, un paese fantasma della provincia di Lucca, nel comune di Vagli Sotto, abbandonato nel 1947 e sommerso dalle acque del lago artificiale di Vagli, formatosi a seguito della costruzione di una diga idroelettrica. Ne ha poi simulato, tramite la fotografia, una visione subacquea e immaginifica, fatta di luce filtrata e colore, due elementi distinguibili e in larga parte caratterizzanti della produzione dell’artista.
In questo senso, la fotografia di Camporesi sembra essere a tratti memore di una tradizione in cui l’afflato ghirriano, i toni pastello e le atmosfere sospese perdono qualunque tipo di affettazione e artificiosità, rivelando l’essenza di un’immagine in cui memoria, storia e microstoria si intrecciano e si liberano. Non è un caso, per esempio, che nell’indagine condotta in Atlas Italiae (2015) Camporesi ricrei una mappa immaginifica, e ideale, di alcuni luoghi della Penisola in stato di abbandono. Lungi dal mostrare un’estetica del rudere e un reportage documentaristico, qui Camporesi si sofferma sulla valenza enigmatica ed emotiva dei luoghi, scelti arbitrariamente dall’artista e percorsi per ricreare un inventario perduto che si eleva al di sopra della temporalità normata, conferendo alle immagini un’atmosfera tipica di sospensione.
Quella di Camporesi è una fotografia poietica e mitopoietica, costruisce l’immagine, ne articola il senso e lo associa a un racconto fatto della mitologia intima e raccolta del sé, e del luogo.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VII, GIUGNO 2020

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