THE ADVENTURES OF PRISCILLA, QUEEN OF THE DESERT – Regia di Stephan Elliott con Hugo Weaving, Guy Pearce Terence Stamp. Commedia – Australia, 1994

CINEMA – Rubrica di Paola Suardi –

Il film è stato presentato nel 1994 a Cannes nella rassegna “Un certain regard” e davvero 26 anni fa lo sguardo di questo film poteva dirsi peculiare. Oggi risulta forse meno stimolante sul piano della tematica queer, ma comunque molto godibile perché si tratta di una commedia on the road, quindi si sorride mentre si riflette durante un viaggio che è metafora di percorso e ricerca di sé. Priscilla è infatti il vecchio torpedone grigio metallizzato acquistato per pochi soldi da un trio di amici artisti che devono raggiungere Alice Springs, dove hanno un contratto per esibirsi come drag queen. Si tratta di Bernadette Bassenger, Mitzi Del Bra e Felicia Jollygoodfellow, nomi d’arte di Ralph, Anthony ‘Tick’ e Adam, una transessuale e due omosessuali che si esibiscono nei più famosi gay bar di Sydney. La morte del compagno trombettista spinge Bernadette a seguire Tick per “cambiare aria”; a loro si aggrega Felicia. Il film si apre con Mitzi dietro al sipario, di spalle, che entra in scena, poi un dietro le quinte, un funerale con bara rossa e tromba, la decisione di partire e la scena del torpedone che lascia la città salutato da una piccola folla rumorosa e festante di amici, mentre poco distante parte una maratoneta solitaria in presenza di un folto gruppo di giornalisti e curiosi.

Eccoci on the road e “le avventure di Priscilla” – che ammiccano anche alla tradizione picaresca – saranno in realtà le avventure dei tre protagonisti che scaturiscono da incontri e avvenimenti durante il viaggio. Un trasferimento inizialmente noioso – si contano i minuti, si ascolta musica, ci si punzecchia – che via via si arricchisce di azione durante la prima tappa in una cittadina, la sosta forzata nel mezzo del deserto con Priscilla in panne, l’incontro con un gruppo di aborigeni, la riparazione del torpedone da parte di un cortese meccanico, l’arrivo al Lasseters Hotel Casino dove li attende la direttrice (che è in realtà la moglie di Tick e dove vive anche il figlio, un simpatico ragazzino di 8 anni). Prima delle riflessioni che nascono dalla visione del film e da questo inconsueto viaggio attraverso l’outback australiano, va detto che la pellicola è intrisa di un rimarchevole senso per lo spettacolo, dove scenografia e costumi degli show queer gareggiano o si accompagnano all’eccellente fotografia di paesaggi naturali e al montaggio arguto. Il tutto è cucito da una colonna sonora che, ancora una volta, tracima dai momenti di entertainment puro sul palcoscenico e pervade tutto il film, extra narrazione o inserita in essa.

Il ritmo è ben sostenuto e intervallato da pause: di interni sapientemente dosati ad abbacinanti esterni, di città e natura, di silenzi e dialoghi, di asprezza e dolcezza e ovunque i momenti di performance vera e propria – provata, improvvisata o messa in scena professionalmente – irrompono nella narrazione insieme a piume di struzzo, paillettes e colori sgargianti. Il regista non si preoccupa di motivarli particolarmente ma sembra lasciarli fluire, come quando Felicia canta sul tetto di Priscilla l’aria di Violetta della Traviata, mentre attraversano il deserto. Immagine indimenticabile e potente. Non stupisce che dal film sia scaturito un musical di enorme successo, da anni in tour mondiale, a ancor meno che “Priscilla” si sia aggiudicato l’Oscar per gli eccezionali costumi. Più ancora che per la tematica dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, va detto che il film resta valido per i numerosi spunti – a volte espliciti a volte sottili – sul versante del confronto con la mentalità provinciale e con gli stereotipi. Nel primo caso il tema si modula attraverso i tre diversi modi di vivere la sessualità da parte dei protagonisti. Bernadette, transessuale, ha compiuto la scelta di farsi operare e di optare dunque per una quotidianità fatta anche di tratti sobriamente femminili (abiti, acconciatura, ecc.); Felicia vuole esibire e provocare ed è disposta a rischiare pur di attrarre l’attenzione; Tick è tormentato dal dissidio on e off stage di artista gay e padre di famiglia: acuta la scena in cui veste abiti maschili e sputa per terra, “prove tecniche di mascolinità” prima di ritrovarsi con il figlio. Questo filone sfocia, e in qualche modo si risolve, proprio con l’incontro con il ragazzino, uno dei più sereni della storia del cinema.

Il ragazzo non solo accetta il padre così com’è, applaudendolo durante uno spettacolo e decidendo di andare a stare un po’ con lui a Sidney, ma è il pretesto del regista per rispondere agli interrogativi di Tick sul figliolo e affermare, verso la fine del film, che “la sessualità è una scelta e sarà lui a decidere quando sarà pronto”. Sul fronte del pregiudizio e dello stereotipo di genere, il film si fa davvero interessante denunciando chiaramente un contrasto tra il mondo sgargiante dei 3 protagonisti e la piattezza delle cittadine di provincia toccate nel viaggio, la derisione di cui sono oggetto – in un’escalation che dalle battutacce arriva a imbrattare Priscilla e finisce con il pestaggio di Felicia – e che i protagonisti sovvertono proprio accettando di giocare allo stesso tavolo “supermachista” dei loro osteggiatori. I momenti di confronto con gli stereotipi proposti da Elliott sono molti, tra i più efficaci c’è lo show improvvisato all’accampamento degli aborigeni nomadi. Questo improbabile gruppo di spettatori pare affascinato e per nulla turbato, forse perché loro stessi considerati “diversi” – il regista si diverte a suggerire parallelismi tra le parrucche di scena e la capigliatura di alcuni spettatori –, o perché più esposti alle meraviglie della diversità presente in natura. Non a caso Elliott interpone nel montaggio di questo show immagini di animali dell’outback che sembrano sfoggiare colori e corazze all’altezza dei costumi delle drag queen e, nello show finale al Lasseter Hotel Casino, i nuovi costumi di scena richiameranno inequivocabilmente gli animali incontrati nel viaggio – struzzi, camaleonti, iguane – in uno scambio artisticamente fecondo che è poi il valore della diversità.

Torniamo alla trama. Il guasto che costringe Priscilla allo stop è una pausa forzata che obbliga i protagonisti a prendere in mano la situazione, in apparente stallo. Bernadette si incammina, sola, per cercare aiuto; Mitzi prova lo show ribadendo la sua anima di artista; Felicia dipinge il torpedone di rosa per coprire lo sfregio della scritta “AIDS fuckers go home” rendendo Priscilla ancora più sgargiante e latrice di energia positiva. Significativo anche l’incontro con meccanico e moglie, a loro modo emblemi di inaspettate diversità nella noiosa routine di provincia. Memorabile per fotografia e significato è, al termine del viaggio, la scalata en travesti (e tacchi a spillo!) della montagna, simbolo non solo di una missione compiuta – con l’affermazione della propria sessualità senza remore?– ma anche momento di passaggio, rituale di riconciliazione con sé e col mondo. (Non lo è ma potrebbe essere Ayers Rock, la montagna simbolo della cultura aborigena).

La polarità uomo-natura (presentata però come dialettica positiva) e città-campagna, sta particolarmente a cuore all’autore che in modo esplicito si riferisce alla città come “orrenda fogna che ci protegge” (Bernadette che parla dopo il pestaggio di Felicia) e suggerisce un habitat in cui i contrasti possono coesistere e le identità sopravvivere sebbene in faticosa disarmonia. Asfissiante è invece la mentalità provinciale della “campagna” dove si rischia di soccombere. I tre amici si trovano d’accordo: “Voglio tornare a casa”, “Anch’io”, “Bene, finiamo gli show e torniamo a casa”. Così rientrano in città e mentre Priscilla si rimette on the road, la macchina da presa inquadra un cartello stradale – di quelli che normalmente segnalano l’attraversamento di animali – che mostra una scarpa con tacco a spillo, come a dire: “Occhio alle meraviglie che possono attraversare la nostra strada!”. Un ottimismo di fondo, quello di Elliott e “Priscilla”, che forse è eccessivo ma ci fa bene.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VI, MARZO 2020

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