QUESTIONE DI GENERE – Judith Butler, 1999

LIBRI – Rubrica di Silvia Rota Sperti –

“Donne non si nasce, si diventa”, così scriveva Simone de Beauvoir nel Secondo sesso alla metà del secolo scorso. Una trentina di anni (e diverse battaglie femministe) dopo, una tenace filosofa statunitense riporta questa citazione in apertura del suo libro più celebre e discusso, Gender Trouble, in italiano Questione di genere. È il 1990 e una nuova paura corre per il mondo, indignando famiglie, istituzioni, gruppi religiosi e comuni mortali. Tutti cominciano a parlare di gender. Se vogliamo capire meglio, Judith Butler è sicuramente la studiosa che ci offre l’analisi più accurata ed esauriente di questo fenomeno. Nessuno come lei ha saputo scuotere il mondo accademico e non, causando perplessità ed entusiasmi e aprendo nuove frontiere di indagine, rispecchiate dal fiorire di veri e propri corsi di studi che vanno sotto il nome di Gender Studies. Cos’è, dunque, il gender, e perché rappresenta un trouble, in parole povere un guaio? Le femministe americane parlano di genere sessuale maschile/femminile già dalla seconda metà del secolo scorso, ma di fatto tale concetto muterà forma e dimensioni nel corso degli anni. Alle origini il genere è visto ancora come una facoltà statica, connaturata nell’individuo, imprescindibilmente legata al sesso biologico. Non viene messo in discussione. Nessuno si chiede: Cos’è un uomo? Cos’è una donna? Butler individua in questo assunto un grande limite e lo fa partendo da una serie di osservazioni di costume e geopolitica. La realtà, ci dicono tali osservazioni, è molto più complessa di quel che crediamo. I generi non sono solo due, esistono infinite sfaccettature che non vengono riconosciute dalla cosiddetta eteronormatività. E, soprattutto, il genere non è una realtà derivata a priori dalla binarietà dei sessi. Un uomo non è un uomo solo perché nasce con certi attributi fisici, lo stesso vale per una donna. Butler non ci sta a lasciarsi definire sulla base di ciò che altri (o la società) definiscono “normale”. L’identità di genere, dice, è un costrutto culturale. Rifacendosi a Foucault e ai filosofi post-strutturalisti, e riflettendo sulle posizioni portate avanti dalla psicoanalisi, dalle femministe precedenti e da diversi altri studiosi, Butler scardina un concetto che fino ad allora era dato per scontato e arriva a introdurre l’idea di genere come performatività.

Il genere (come il soggetto) è un divenire, un concetto fluido, che viene “fabbricato attraverso una serie costante di atti, postulati attraverso la stilizzazione di genere del corpo”. In sostanza, è il frutto di condizionamenti sociali. Da qui, la critica che muove Butler è durissima: relegare il genere sessuale a un paio di categorie invalicabili significa limitare la piena esistenza delle persone e discriminare tutti quanti vivono ai margini della sessualità. Significa ammettere e piegarsi a una serie di dogmi che in realtà non rispecchiano la pienezza e la complessità della sessualità umana, ma vorrebbero imprigionarle e sottometterle alle strutture del potere. “L’assunto principale di questo testo” leggiamo in Gender Trouble, “è di mostrare che la conoscenza naturalizzata del genere opera nella forma di una delimitazione preventiva e violenta della realtà.” Sono idee che scottano e la fama che si è costruita Butler come pensatrice anticonformista e battagliera è ben motivata. In Gender Trouble come nelle sue conferenze, parla esplicitamente di “lotta”, e il suo passato come militante femminista non fa che confermarne l’intento, che è in primis cercare legittimazione per tutte quelle persone che non riescono a vivere serenamente all’interno della cosiddetta normatività di genere. Non sarebbe esatto, tuttavia, considerare Judith Butler come la portavoce di un’ideologia, nello specifico della temutissima “ideologia gender”, perché al contrario il suo modo di procedere è del tutto antidogmatico. Le sue analisi meticolose e lucidissime si muovono sul terreno del dubbio e puntano più a scardinare un sistema fallace che a dispensare verità e certezze. In questo senso, leggere Gender Trouble è come trovarsi tra le mani un manuale rivoluzionario. Ma si sa, dogmi e paradigmi aiutano a vivere e rassicurano, allo stesso modo in cui spesso siamo disposti a lasciarci anestetizzare dalle sovrastrutture del potere. Per questo Judith Butler resta una figura tanto scomoda. Leggere Gender Trouble, testo ricchissimo e articolato fino a sfiorare l’intelligibilità (cosa di cui l’autrice stessa si scusa nell’introduzione), significa fare un tuffo dentro se stessi. Significa essere disposti a ridefinirsi e a chiedersi, allo stesso modo di Simone de Beauvoir, come si diventa uomini e donne. Al contempo, significa compiere un gesto di militanza. Per non permettere che lo spauracchio del gender, concetto troppo spesso sdoganato senza cognizione di causa, limiti la libertà e la felicità nostra e di tutti gli individui.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VI, MARZO 2020

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