LA MUSICA È ANDROGINA

diverSound – Rubrica di Davide Sapienza –

Quando arrivi in cima alla montagna Guarda lontano dove si vede il mare Pensa ai luoghi dove puoi forse trovare un giovane uomo Poi salta giù e sali sui tetti Guarda tutta la città e Pensa alle cose strane cose che ci sono in circolazione. (It Ain’t Easy, David Bowie, 1972)

La natura della musica è senza genere. O meglio, la natura della musica è di ogni genere. La musica – la Musa – è la prima voce dell’universo che viaggia negli spazi siderali, è la sorgente della voce umana, la guida che si diffonde tra le vie del mondo come l’aria che respiriamo. La musica ha genere da quando esiste il suo commercio ma chi, dal nulla, la crea per offrirla ai suoi simili, sa che la scintilla iniziale è l’inequivocabile luce il cui suono viene dall’universo dal quale si attinge qualcosa di intangibile da ciò che è immateriale per dargli una forma, o meglio, il linguaggio chiamato musica: non la vedi, non la tocchi, ma i suoi effetti sull’apparato nervoso sono la totalità della “sessualità” dell’universo che rilascia un frammento e ci consente di ascoltare questo linguaggio. Forse per questo l’artista ha spesso sentito la necessità di travestirsi e di proiettare un’immagine caratterizzante, in grado di dargli forma: nel secolo scorso, che ha portato all’affermazione dell’immagine, il musicista ha capito che attraverso di essa poteva rimbalzare fino a distanze in- credibili, ma soprattutto che con la forza della musica avrebbe potuto cambiare profondamente la società. Nel 1972 David Bowie creò il suo personaggio più famoso e leggendario: Ziggy Stardust. Lo fece per schermare una personalità schiva e dare spazio a quella forza gigantesca che sentiva di dovere esprimere. Creò una “persona” talmente grande da potere essere abbracciata da milioni di persone che, improvvisamente, in tutto il mondo, si riconobbero in questo “non genere” – l’androgino – trovando cittadinanza anche per se stesse nelle sue canzoni e nel suo mondo: “Sono gay. Lo sono sempre stato, anche quando ero David Jones”, dichiarò nel gennaio 1972 al settimanale musicale Melody Maker. Fu una rivelazione fondamentale, già colta da molti ascoltando la canzone Queen Bitch sull’album Hunky Dory, del 1971. Bowie voleva dirci che il gergo LGBT appreso dall’altra parte dell’oceano, quando la Factory di Andy Warhol aveva lanciato artisti come Lou Reed, poteva essere la nuova lingua del pop – ma senza nascondersi. In Gran Bretagna, l’omosessualità era stata derubricata dall’elenco dei reati solo nel 1967 e quando il 16 giugno pubblica quel vinile con undici canzoni che vanno a comporre uno dei pilastri della musica popolare del ‘900, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars da allora, e per un anno e mezzo, David Jones aka David Bowie aka Ziggy Stardust spiana la strada alla contestualizzazione della musica attraverso l’identità LGBT. Ziggy non era un alieno: lo raccontò Bowie stesso. Sarebbe stato come ammettere che LGBT significava essere per sempre destinati all’alienazione dal contesto sociale dominante. Questa è la forza del messaggio di questo album. Ziggy “Polvere di Stelle” era un essere umano come tutti noi, ma in qualche modo connesso a dimensioni ultraterrene che, nella narrazione musicale, gli consentono di assumere un ruolo iconico, come dimostra la straordinaria canzone d’apertura Five Years annunciando la fine del mondo. Questo primo esempio di teatro rock è una parabola che racchiude ciò che la rockstar rappresenta nel mondo contemporaneo: si intuisce ascoltando un altro brano memorabile, Starman: “c’è un uomo stellare che attende lassù in cielo/ Gli piacerebbe venire a conoscerci/ Ma crede che potrebbe sconvolgerci (…)/ Ci ha detto di non rovinare tutto perché lui sa che ne vale la pena”. La relazione tra la rockstar, che assume più o meno consapevolmente il ruolo di un messia laico, con forze superiori – cosmiche – la cui sessualità è indubbiamente non definita, è uno dei tanti punti fondamentali di quest’opera, il cui aspetto iconico fu fondamentale, se è vero che da Lou Reed alle New York Dolls, per passare da Iggy Pop, i Roxy Music, Peter Gabriel – fino alla new wave britannica e poi a cantanti come Annie Lennox, Grace Jones e Lady Gaga, la cancellazione delle barriere tra generi, divenne il riferimento per milioni di persone in tutto il mondo (nel 1973 in Italia sarà Renato Zero a sbaragliare il campo). Androgino fu la parola chiave per definire quel Bowie che usciva di casa vestito da donna; androgino è un termine che in biologia definisce una persona pseudoermafrodita e per estensione, che presenta caratteristiche fisiche e comportamentali proprie di entrambi i sessi. Ma la musica, si diceva, non ha genere. La musica è autogenerativa perché è androgina. In botanica, androgino è il fiore monoclino, dotato cioè sia gli stami che di pistilli, questi ultimi fecondati dal polline stesso del fiore. Perché, come canta Bowie in Soul Love “l’amore discende su coloro che sono indifesi”.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VI, MARZO 2020

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