GOING LOCAL – La scelta di Azione contro la Fame

di Orazio Ragusa Sturniolo

L’organizzazione umanitaria, leader internazionale nella lotta alla fame, punta sugli operatori locali nelle comunità in cui è impegnata, favorendo la diffusione di terapie salvavita nelle zone più remote del mondo

Il coinvolgimento attivo delle comunità costituisce una via condivisa allo sviluppo e alla crescita delle aree più povere del mondo. Lo dimostra l’esperienza maturata sul campo da Azione contro la Fame: al di là di dati, tendenze e statistiche, le testimonianze raccolte dall’organizzazione nei Paesi in cui è impegnata confermano la bontà della scelta di affidarsi a operatori locali nelle zone più colpite dalla piaga della malnutrizione. La strategia di Azione contro la Fame, che da oltre 40 anni opera in prima linea per combattere la fame nel mondo prevede, dunque, un elevato ricorso a personale o staff locale. Si tratta di uomini e donne, spesso leader riconosciuti o riferimenti nei villaggi, che vengono formati da Azione contro la Fame per svolgere le mansioni di operatore sanitario di comunità. Una figura centrale in alcune società strette nella morsa della fame: sono persone che, all’interno dei villaggi, verificano la salute di bambini e madri e, se necessario, forniscono cure per malattie potenzialmente letali come la malaria, la polmonite e, appunto, la malnutrizione. Cura ma anche condivisione delle conoscenze.

Oltre a effettuare gli interventi più urgenti, infatti, gli operatori di Azione contro la Fame formano gli adulti sui temi connessi alla nutrizione e all’igiene, aiutandoli a comprendere l’entità delle malattie che, spesso, affliggono i propri bambini e le regole di prevenzione più adatte per prevenirle in futuro. I team dell’organizzazione, per esempio, distribuiscono kit per l’igiene e, allo stesso tempo, forniscono servizi igienici alle popolazioni. Il vantaggio è quello di avvalersi di persone che conoscono la lingua e la cultura del posto; una semplice circostanza che favorisce la promozione di programmi in linea con esigenze e usanze delle diverse popolazioni. Attualmente, su 7.646 operatori impegnati sul campo, il 92% è rappresentato da personale o staff locale. Una circostanza che ha permesso ad Azione contro la Fame di penetrare, sempre più, nelle aree disagiate e isolate di alcuni territori e di estendere il numero dei soggetti che beneficiano degli interventi di carattere umanitario. È una delle ragioni che ha consentito all’organizzazione di rendersi sempre più utile laddove le circostanze lo richiedono: nel 2018, Azione contro la Fame ha raggiunto e aiutato 21 milioni di persone, che hanno goduto di trattamenti salvavita destinati a soggetti affetti da malnutrizione acuta. Tra gli operatori sanitari locali formati dall’organizzazione, c’è Kavita.

A Dharni, in India, la donna lavora dal 2012 come operatrice di Azione contro la Fame. Da bambina non l’avrebbe mai immaginato: “Quando ero piccola non pensavo che avrei lavorato ma solo che sarei diventata una brava casalinga”. Invece, finita la terza media, la giovane è entrata in contatto con l’Organizzazione: “Azione contro la Fame stava cercando, nella mia zona, un operatore sanitario e nutrizionale di comunità. Mi hanno chiesto se mi sarebbe piaciuto lavorare con loro: ho detto di sì e, da allora, non ho mai pensato di cambiare attività”. Iniziando a lavorare, Kavita ha scoperto l’importanza di azioni tese a sostenere programmi umanitari: “L’Organizzazione mi ha formata e, in questo modo, ho potuto insegnare alle famiglie a prevenire la malnutrizione. Ho curato e guarito bambini malnutriti, con cui poi ho creato un legame speciale”. La riduzione della mortalità infantile è il primo obiettivo di Azione contro la Fame. Nel Piano strategico internazionale 2016-2020, l’organizzazione si è impegnata, entro il 2020, a ridurre del 20% il tasso di mortalità per bambine e bambini sotto i 5 anni in alcuni distretti selezionati nei dieci Paesi più interessati dal problema. Nel mondo, oggi, oltre 50,5 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta e, ogni anno, 2,5 milioni di loro muoiono per conseguenza diretta della malnutrizione. Dall’India fino al Mali, il coinvolgimento e l’inclusione di cittadini delle comunità nei programmi di caregiving generano benefici diffusi. Ibrahim percorre, ogni giorno, centinaia di chilometri in sella alla sua moto per raggiungere i villaggi di difficile accesso nella regione del Kita. Il suo compito è quello di supervisionare gli operatori sanitari di comunità formati da Azione contro la Fame con l’obiettivo di individuare e di curare la malnutrizione acuta. Ibrahim guida per ore su strade polverose estremamente dissestate per raggiungere villaggi totalmente isolati. Alcune delle zone in cui Ibrahim opera, infatti, si trovano a 25 chilometri dal presidio sanitario più vicino, rendendo impossibile l’accesso alle cure più adeguate da parte delle famiglie.

Grazie agli operatori sanitari che vivono e lavorano nel cuore della comunità, le famiglie possono invece accedere ai trattamenti salvavita. In Mali, ogni giorno, numerosi bambini muoiono a causa della malnutrizione. In molti, infatti, non ricevono alcun trattamento; altri vengono ricoverati e, dunque, assistiti solo quando le condizioni di salute sono ormai critiche. Accedere alle cure, d’altra parte, è difficile: in media, otto persone su dieci vivono in aree rurali e quasi sei abitano a più di cinque chilometri dal centro più vicino. Per questa ragione, gli operatori come Ibrahim hanno un ruolo cruciale per centinaia di persone. “Faccio questi lunghi viaggi per monitorare le attività quotidiane promosse allo scopo di supportare i bambini malnutriti o malati di malaria, diarrea o polmonite”, spiega Ibrahim. “Quando arrivo in ciascun villaggio controllo le schede tecniche; se trovo errori, spiego come fare per evitare di commetterli in futuro”. Da quando Ibrahim ha iniziato a lavorare, 4 anni fa, ha assistito a molti cambiamenti legati al trattamento della malnutrizione: “L’intervento di Azione contro la Fame ha contribuito a ridurre il tasso di abbandono di coloro che iniziano le cure, mentre prima era difficile portare a termine il ciclo di trattamento di ciascun paziente”. In alcuni villaggi, per esempio, nessuno era a conoscenza dell’utilità della misurazione della circonferenza della parte superiore del braccio (MUAC) come strumento di screening per identificare la malnutrizione acuta. Oggi, grazie allo sviluppo di prodotti innovativi, con i cibi terapeutici pronti all’uso, le cure possono essere eseguite anche a casa, senza necessariamente ricorrere a una struttura ospedaliera. Insomma, l’impegno di Azione contro la Fame e dei suoi staff locali, nonché i rimedi messi in campo in questi 40 anni di attività, dimostrano che le soluzioni al dramma della malnutrizione esistono. È, infatti, una piaga prevedibile, prevenibile e curabile. I metodi adottati dall’organizzazione per individuare e salvare le popolazioni afflitte dalla malnutrizione acuta sono, oggi, noti e riconosciuti a livello internazionale. I risultati, inoltre, vengono costantemente monitorati attraverso un’apposita attività di controllo e valutazione degli impatti. Si tratta di approcci e prodotti nutritivi rivoluzionari tanto efficaci da diventare standard del settore, che poggiano le fondamenta sulla scelta dell’organizzazione di includere personale locale nella sua sfida di rilanciare e rendere autonome le comunità in cui è impegnata.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VI, MARZO 2020

Spread inclusion all around the globe