COSA METTO? – Moda: è arrivato il momento di dover vestire tutt*

di Angela Bianchi –

Da oltre dieci anni ascolto storie private di donne e uomini alla ricerca di brand di abbigliamento e calzature che rappresentino meglio (anche) la loro fisicità. Credo di avere appunti su quasi 1000 clienti, i loro sogni, le aspettative, le frustrazioni. Spesso abbiamo parlato di tutt’altro, prima di arrivare al nocciolo della questione: “Vorrei guardarmi allo specchio e piacermi” “Vorrei che gli altri mi dessero il valore che merito” “Vorrei entrare in un negozio e sentirmi a mio agio” Sono tante le frasi che potrei riportare, ma sono sicura di non raccontare nulla di nuovo portando alla vostra attenzione situazioni che, almeno una volta nella vita, vi/ci hanno visto protagonisti. Situazioni che mi hanno portato negli anni a studiare questa forma di disagio, fino a giungere al tema della gestione stilistica di malformazioni e menomazioni. A questo proposito la frase di Alicia Searcy aka Spashionista, credo possa rendere l’idea. “However unsteady and addled my movements may seem to others I am not an idiot and don’t appreciate being treated like one. I just wanted to be taken seriously and not be dismissed at first glance. So I cleaned up, dressed up, and started paying attention to how other people reacted.” E’ interessante notare come, “nonostante-i-problemi-siano-altri” ad una maggior presa di consapevolezza di sé, in un percorso di accettazione della propria realtà e di conseguenza anche della propria immagine personale, la ciliegina sulla torta sia costituita proprio da una miglior gestione di essa. Avete presente quando ottenete una promozione e avete bisogno di un abito nuovo? O quando cambiate vita e rinnovate l’hairstyle? Ogni giorno agiamo sulla nostra immagine personale per far combaciare l’involucro esteriore con l’anima.

La vera sorpresa, quindi, non è certo questa affermazione ma il fatto che questo senso comune che celebra l’unicità e la necessità di guardarsi allo specchio con benevolenza non trovi ancora completo consenso al di là delle vetrine. La spiegazione è semplice: è impossibile conoscere le esigenze di tutti a meno che non si vivano in prima persona. Se designer e consulenti con disabilità fossero maggiormente presenti all’interno delle aziende, il loro contributo darebbe la possibilità di sviluppare collezioni più vicine alle esigenze di tutti. E’ necessario quindi agire su una cultura della diversità e dell’ascolto che risponda in modo concreto all’urgenza di porre sugli scaffali soluzioni sempre più adatte a condizioni non solo di peso, colore, genere o cultura diverse, ma di diversa forma fisica (amputazioni, paralisi, distrofie…) o mentale (dislessia, daltonismo…). E’ un circolo virtuoso a cui non possiamo più sottrarci.

A che punto siamo nel mondo ed in Italia? Il Boston Consulting Group ha affermato che “Companies with above-average diversity in management produced “innovation revenue”– or the share of revenues generated from enhanced or entirely new products or services – that was 19 percentage points higher than that of companies with below-average leadership diversity”. Naomi Campbell durante il #WSJTechlive 2019 ha sensibilizzato circa una maggior inclusione di personale di colore ai vertici. Lo scorso mese a Milano, la Camera Nazionale della Moda ha presentato il suo Inclusion & Diversity Manifesto, al fine di promuovere una cultura di maggior inclusione a livello aziendale. E non dimentichiamo l’apertura del primo punto vendita for&from a Como del gruppo Inditex in collaborazione con l’Associazione Cometa, un’occasione unica nel suo genere che promuove ed adotta l’inclusione non solo a livello di inserimento in azienda ma anche a livello di prodotto: etichette in braille, lettura delle stesse attraverso forme e colori, architettura agevolata.

La moda sfila, parla, profuma, scrive, fotografa, canta, balla.

La moda si guarda, si mangia, si respira.

La moda ci sfiora, si insinua nella testa e si ferma nel cuore prima di appoggiarsi sul nostro corpo.

La moda è intorno a tutti noi, un’entità astratta eppur concreta, amica un po’ nemica, motivatrice che spesso ci paralizza, un’ombra lucente che affascina e spaventa, la moda è un sogno che può diventare un incubo ma continua a farci sognare.

La moda è terapeutica ma crea dipendenza.

La moda di oggi ha il potere di liberarci ma, in qualche modo, continua ad ingabbiarci dolcemente tra le sue maglie di fascino e bellezza.

Sono trascorsi dieci anni da quando, alla proposta di un percorso di bellezza offerto a donne in terapia oncologica, mi venne replicato “Pensano a guarire, non hanno tempo per il trucco e i vestiti”. Nulla di più diverso dalla realtà! Ed ecco che oggi, con l’hashtag #disabledfashion (@Instagram) si può scoprire un mondo, principalmente femminile, da cui emerge con prepotenza l’esigenza di far comprendere quanto ci accomuni la voglia di prenderci cura di noi non solo in senso medico ma anche estetico. In Italia il progetto FraParentesi.org (di cui sono orgogliosamente parte) ne è prova tangibile. Sappiamo che dietro al cosiddetto “sviluppo taglia” c’è un modello o una modella con determinate caratteristiche fisiche. Il che presuppone che un cliente finale abbia le stesse caratteristiche per potersi “permettere” di indossare un certo tipo di capo o di calzatura. Questo stesso meccanismo potrebbe essere adottato, allora, per lo sviluppo di modelli consoni non solo ad un pubblico più alto o più basso, più generoso o più magro della media, ma anche con un numero di arti differente rispetto “alla media”, ad esempio.

Circa il 15% della popolazione mondiale è moderatamente o gravemente disabile: è come se La Moda, stesse dimenticando di vestire un intero continente. Perché è così importante che la moda vesta tutti? Perché è quell’insieme di (buone) pratiche condivise che ci fa sentire parte di gruppo. Dimenticando di rappresentare gruppi di popolazione in un organico più consapevole ed in collezioni più ampie, stiamo tralasciando la nostra natura, il nostro essere parte di una comunità. La moda è riuscita a rendere un’icona fashion Bebe Vio, campionessa incredibile, ma solo quando il glamour e la magia che sprizzano dalle foto su Instagram sarà accessibile dalle strade di ogni città, sarà il momento in cui ognuno/a si sentirà rappresentato e compreso. L’avvento della taglia unica, la linea di Adaptive Clothing di Tommy Hilfiger o la collezione di scarpe di Leppe sono ottimi esempi. Ognuno di noi è unico e questa unicità è mentale, caratteriale, culturale… e anche fisica. Le “imperfezioni” ci rendono unici ed uniche, imperfezioni che dobbiamo imparare a gestire perché non ci sovrastino o soffochino, poiché sono un tratto distintivo della nostra storia. Il giorno in cui ognuno di noi troverà il vestito adatto a raccontare la propria storia, quel giorno, la moda potrà considerarsi veramente inclusiva.

Julia DeNey, giovane e talentuosa designer americana, disegna capi di abbigliamento per bambini con disabilità mentali/di apprendimento, autismo, etc. I capi sono pensati per rendere il momento del vestirsi più agevole, sicuro e giocoso. La collezione si chiama SENSE-ational. https://www.jcurrandesigns.com/

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY VI, MARZO 2020

Spread inclusion all around the globe