ORLANDO: A BIOGRAPHY, Virginia Wolf, 1928

Rubrica a cura di SILVIA ROTA SPERTI –

Nella produzione di colei che è considerata la maestra del modernismo, Virginia Woolf, Orlando spicca per molti versi come un’anomalia. Uscito nel 1928 con grande successo di pubblico ma spesso bistrattato dagli ambienti accademici, esso nasce nelle stesse intenzioni dell’autrice come un divertissment, una “vacanza letteraria”. Quello che abbiamo è un romanzo vivace e vitalistico, un romanzo “di gioiose trasgressioni”, come l’ha definito una volta Jeanette Winterson. Un’opera che si discosta dall’immaginario di V. Woolf come scrittrice cerebrale, eterea, in sostanza parecchio triste. Vediamo un po’ perché. In quegli anni V. Woolf è all’apice della sua carriera, convive sempre più a fatica con le sue crisi depressive ed è innamorata di una donna, Vita Sackville-West, con cui (a dispetto di quanti insistono nel definirla “un’amica intima” vive una relazione concreta e passionale. Orlando è, per l’appunto, il tributo di V. Woolf all’amata e il suo protagonista è il corrispettivo letterario di quella donna che si traveste da uomo, si fa chiamare Julian e le fa conoscere le gioie e i tormenti dell’amore. È un romanzo insolito rispetto alle opere precedenti dell’autrice, così come insolito è il suo protagonista. Di sicuro, tra i “diversi” della storia della letteratura, Orlando merita un posto d’onore. Senz’altro per la bravura di V. Woolf nel dipingere un ritratto che è rimasto indelebile nel tempo (Sally Potter nel ’93 ha sapientemente preso la palla al balzo e il “suo” Orlando impersonato da Tilda Swinton è tuttora roba da culto). Ma soprattutto per la sua modernità, non tanto stilistica quanto di contenuto. La trama, per chi non la conoscesse, è audace e fantastica quanto il protagonista. Orlando vive attraverso ben quattro secoli di storia, durante i quali questo strano proto-transgender sarà prima un giovane rampollo sognatore e innamorato, poi un ambasciatore al servizio della regina, poi ancora una donna in cerca di vita a Londra, una poetessa, l’amante di un ardito uomo di mare… Lui/lei maturerà come persona e come poeta, innamorandosi di uomini e donne e scorrazzando fluidamente tra i generi sessuali. Non è poco considerato che, all’epoca in cui esce il romanzo, in Inghilterra l’omosessualità maschile è ancora un reato penale (Oscar Wilde è stato da poco condannato per “indecenza”), nessuno si sogna di parlare di gender e la libertà sessuale è un tabù. Siamo negli anni successivi all’epoca vittoriana, in cui una donna può essere classificata solo come vergine, moglie, vedova e in cui la rigidità sociale e dei costumi è la norma. In questo ambiente tutt’altro che amichevole, Virginia Woolf ci presenta Orlando, figura atipica che è in buona sostanza una sorta di bellissimo e conturbante freak. Una mossa coraggiosa da parte di una scrittrice di grandissima fama, collega di J. Joyce e T.S. Eliot. Con questo romanzo e decenni prima della nascita dei gender studies, l’autrice scardina il sesso com’è stato inteso fino ad allora e si fa beffe del diktat dell’eteronormatività (che va per la maggiore ai suoi tempi). “Ogni essere umano oscilla da un sesso all’altro” scrive nel libro, “e spesso sono solo gli abiti a serbare le sembianza maschili o femminili, mentre al di sotto il sesso è l’opposto di quel che appare in superficie.” Orlando non ci sta a farsi ingabbiare in una categoria, è un diverso che cammina a testa alta. Quando si risveglia donna e s’imbarca per Londra, alla città non chiede sciocchi romanticismi e crinoline, ma “la vita, e un amante”. La sua diversità è un moderno inno di orgoglio e di emancipazione femminile e non è certo un caso che il romanzo sia diventato un manifesto per il mondo femminista e Lgbt+. Non male, considerato che siamo all’inizio del secolo scorso. E che bisognerà aspettare il ’49 per avere Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, gli anni novanta per veder pubblicati gli studi di Judith Butler, in cui si parlerà finalmente e apertamente di genere come rappresentazione agìta dal soggetto e quindi mutevole. Nel frattempo il seme è gettato e a sotterrarlo è stata proprio questa insospettabile, psico-fragile autrice altoborghese dalla penna raffinatissima che, per una volta, mette da parte introspezione e stream of consciousness per restituirci un inno alla vita che è, di fatto, un inno all’amata Vita. “La più lunga lettera d’amore della storia”, l’ha definita non a caso il figlio di Vita Sackville-West. Una lettera che è la vicenda di un diverso che in tempi ostili fa della libertà, della diversità e della (vera) poesia i propri cavalli di battaglia. E che, proprio come la sua autrice, precorre i tempi brillantemente, restituendo un gioiello che potremmo definire il più lungo inno alla diversità della storia.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY V, DICEMBRE 2019

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