BASKIN – Lo sport inclusivo

di Elia Brignoli –

Lo sport del Baskin – parola creata dalla fusione di Basket e Inclusione – nasce nel 2003 in Italia, per la precisione a Cremona, dall’idea congiunta di un ingegnere e un insegnante di educazione fisica. Ideato con l’intento di far giocare insieme ragazzi/e “disabili” e cosiddetti “normodotati” fisicamente si è sviluppato negli anni, uscendo dal contesto scolastico in cui era stato inizialmente sperimentato. Il baskin si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il Paese, già esistono campionati provinciali e regionali ed ha superato i confini nazionali: ci sono competizioni in Francia, Spagna, Grecia e Lussemburgo. Il MIUR ha firmato un protocollo d’intesa con l’Associazione italiana di Baskin per la diffusione nelle scuole, dove è insegnato come attività sportiva d’inclusione. Il Baskin trae origine dalla pallacanestro e ne mantiene lo scopo, ma grazie all’aggiunta di alcune regole fa sì che i giocatori “disabili” siano realmente determinanti per la squadra, esigendo, allo stesso tempo, il massimo dell’impegno dai giocatori “abili” a cui è richiesto, altrettanto, di sfruttare tutte le proprie abilità. In questo sport i materiali usati, il campo da gioco e le regole vengono adeguati alle diverse capacità degli atleti, grazie ad un regolamento che viene costantemente aggiornato e revisionato. Le principali differenze col basket sono: 1) La presenza di 4 aree di attacco/difesa. Alle 2 aree standard del basket si aggiungono infatti due aree più piccole, tracciate a metà dei lati lunghi del campo, dette aree laterali. Ogni area laterale ospita due canestri di diversa altezza, quindi i canestri totali in campo sono 6. Ciascuna squadra può attaccare sia l’area tradizionale frontale che l’area laterale destra, rendendo il gioco molto dinamico. 2) I ruoli sono diversificati a seconda delle capacità e segnalati sulla maglietta di ogni giocatore/giocatrice. Esistono cinque ruoli di gioco: il Ruolo5 è un soggetto dotato di ottime capacità motorie, che spesso ha giocato a pallacanestro per anni; il Ruolo4 è un soggetto con buone capacità motorie, che non ha familiarità con la pallacanestro (e può essere rivestito sia da un atleta “disabile” che da uno “abile”; il Ruolo3 è un soggetto con alcune difficoltà motorie che consentono comunque di correre lungo il campo fermando il palleggio, di gestire i passaggi e il tiro (per esempio è un ruolo che può essere ricoperto da persone con una menomazione fisica o con sindrome di down); il Ruolo1 e il Ruolo2, infine, sono i pivot (perni), atleti con ridotte capacità motorie e/o difficoltà a gestire le dinamiche in campo (perchè vincolati all’uso della carrozzina, ipovedenti o autistici, ad esempio) e agiscono nell’area laterale destra. I Ruoli 3-4-5 si muovono nel campo e tirano nel canestro frontale, oppure entrano in area laterale per consegnare palla al pivot: in questo caso il gioco si ferma e il pivot tira ad uno dei canestri laterali (alto o basso, a seconda delle capacità). La regola fondamentale è che i giocatori appartenenti ad un ruolo possono marcare solo giocatori di ruolo pari o superiore al proprio; e il Ruolo5 maschile non può stoppare il Ruolo5 femminile. Ogni squadra deve schierare obbligatoriamente un pivot, almeno un ruolo 3, almeno due ruoli 5 e almeno una donna tra i ruoli 4 e 5. Infine, la somma dei numeri di ruolo in campo non deve superare il valore 23. DIVERCITY | NUMERO 5 – DICEMBRE 2019 | 13 Una partita è suddivisa in quattro tempi da 8 minuti ciascuno. Esistono ispettori che hanno il compito di certificare il ruolo dei giocatori. Questo insieme di regole, che all’inizio può apparire complicato o forzato, permette in realtà un gioco fluido dove spicca la componente agonistica di tutti gli atleti senza alcuna differenza. Lo sport per atleti con disabilità ha avuto il proprio sviluppo nel secondo dopoguerra, quando, in risposta alle esigenze di molte feriti di guerra (civili e militari) divenne parte fondamentale per la riabilitazione dei reduci. Da riabilitativo lo sport divenne poi ricreativo e infine competitivo. Tutto ciò principalmente grazie a Ludwig Guttmann, neurologo e dirigente sportivo dell’Ospedale di Stoke Mandeville, nel Regno Unito, considerato padre fondatore degli sport per persone disabili. Mentre si svolgevano i Giochi Olimpici (Londra 1948) Guttmann organizzò parallelamente competizioni sportive per atleti in carrozzina, proprio a Stoke Mandeville. L’evoluzione di questa prima competizione furono i Giochi Paralimpici, che si svolsero a Roma nel 1960. Da quel momento gli sport per atleti disabili hanno avuto un grande sviluppo, includendo atleti con disabilità fisiche, visive e intellettive ma sono sempre rimasto ben separato da quelli per atleti “normodotati”. I tentativi di unire queste due realtà, fino ad oggi, hanno visto atleti “abili” costretti a diminuire alcune proprie capacità, adeguandole alle difficoltà degli altri giocatori: ne sono esempi il Sitting Volley (pallavolo giocata stando seduti a terra, con campo e rete ridotti) o la pallacanestro in carrozzina. Questi sport non valorizzano le differenze tra gli atleti. Nel Baskin, invece, le differenze tra atleti vengono mantenute e ci si focalizza su ciò che ciascuno può dare alla squadra attraverso le proprie capacità. Il Baskin è la prima realtà di sport inclusivo a tutti gli effetti, in cui nessun giocatore o giocatrice deve adeguarsi agli altri per poter giocare, bensì sono le regole ad adeguarsi alle abilità dei giocatori stessi. Per far sì che la propria squadra primeggi, è importante avere giocatori di buon livello sia di ruolo 5 che di ruolo 1. Se un giocatore o una giocatrice ha miglioramenti consistenti può passare di ruolo, cercando di portare il proprio gioco a un livello più alto. I miglioramenti in ambito sportivo vanno di pari passo con una crescita che va oltre i confini del campo di gioco: i ragazzi coinvolti vedono aumentare la fiducia in sé stessi, imparano che è possibile coniugare impegno, piacere e divertimento, abilità psicomotorie e quelle di interazione. Ogni elemento della squadra è portato a sviluppare e proprie capacità di comunicazione, mettendo “in campo” creatività e innovazione, instaurando relazioni affettive con i compagni. La condivisione di un obiettivo sportivo permette ai giocatori di apprezzare le ricchezze che ogni diversità porta con se.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY V, DICEMBRE 2019

Spread inclusion all around the globe