IL DOTTOR SEMMELWEIS – Louis-Ferdinand Céline

Céline – uno dei più geniali scrittori degli ultimi mille anni – ha dedicato a Semmelweis la propria tesi di laurea, nel 1924. Ignazio Filippo Semmelweis era nato nel 1818 a Buda – che negli anni seguenti, unendosi alla città di Pest, diventò Budapest – colorita città del mondo, allora come oggi. Ancora ragazzo lasciò la città natale per andare a Vienna e completare gli studi in Diritto ma là scoprì, grazie ad eventi casuali, di avere competenza e passione per le Scienze Mediche e fu così che, cambiato percorso di studi, divenne dottore in chirurgia prima e in ostetricia poi. E fu in ostetricia che investì tutte le proprie energie. Bisogna a questo punto ricordare che prima che Pasteur scoprisse l’esistenza dei microbi, nove operazioni su dieci (a volte anche di più…) terminavano con la morte del/della paziente, oppure con un’infezione, che altro non era che un decesso meno rapido e più devastante. Citando Céline “sulla via dell’infezione, allora, non c’era altro che la morte e un po’ di parole”. Ma per il dottor Semmelweis era inconcepibile continuare a operare senza chiedersi come mai morisse un certo paziente, piuttosto che un altro, a seguito di due interventi identici fra loro. In particolare, Semmelweis si concentrò sulla febbre puerperale, ovvero l’infezione mortale che colpiva il 99% delle donne dopo il parto.

Non è esagerato dire che in quegli anni (era il 1846) il rischio di morte post-partum equivaleva a una certezza. Certezza di cui nessuno si curava, o alla quale si davano giustificazioni ben poco scientifiche tipo il caldo, il freddo, la dieta, la luna, il suono della campanella che annunciava l’arrivo del prete e che avrebbe gettato le partorienti in uno stato d’agitazione forte e, quindi, causato la febbre… Ma Semmelweis, osservatore di fatti e mente geniale, ebbe un’intuizione. Comprese che doveva esserci una correlazione tra le autopsie che studenti e medici praticavano ai cadaveri poco prima di aiutare le donne a partorire e l’altissimo tasso di mortalità. E così chiese ad ostetriche, assistenti, infermieri, dottori… di lavare le mani prima di assistere i parti. Si potrebbe anche sorriderne, se la storia finisse qui. E invece, qui, la storia ebbe inizio. Qui, esplose il pregiudizio, come una bomba atomica che non lascia spazio a nulla, nemmeno a una replica.
L’enorme e gravissimo fanatismo collettivo che schiacciò la testa di Semmelweis. Poiché i medici non potevano sbagliare! Non potevano essere loro, causa della morte di un paziente. Era un’offesa e un’infamia insinuare che la colpa del decesso di tutte quelle donne fosse dei Dottori in Chirurgia! Ed era un’inezia inutile lavare le mani se si possedeva la tecnica, la professione, la Scienza. Semmelweis venne licenziato. Aveva 28 anni e la mente che brulicava di ragionamenti, che confluirono tutti in un’unica, limpida certezza, il giorno della morte di un amico-medico-anatomista, deceduto proprio a causa di un’infezione simile a quella che decimava le neo-madri in ospedale.

Per Semmelweis fu la prova definitiva: erano le mani a trasportare l’infezione. Annidata in minuscole particelle che l’istologia ancora non conosceva e il microscopio non distingueva… ma stava lì, ne era certo. Riuscì a farsi assumere presso l’ospedale generale di Vienna, impose a tutti/e di lavare le mani prima di visitare o operare le partorienti e già nel mese seguente la percentuale di donne decedute dopo il parto passò dal 96% allo 0,23%. Inoppugnabile! No? No. Il pregiudizio non ha basi oggettive, dei dati se ne frega e come scrisse Stuart Mill “se si fosse trovato che le verità geometriche possono turbare gli uomini, già da tempo sarebbero state giudicate false”. Amsterdam, Berlino, Edimburgo, Londra, Praga. Da tutte le capitali arrivò un rifiuto netto e sprezzante ad accogliere la scoperta di Semmelweis. L’inerzia trionfò in Europa. Europa che non fu soltanto cieca, ma anche bugiarda, chiassosa, stupida e cattiva nei confronti dello scienziato. E così, la muta dei nemici urlò il proprio odio, come accadde ad altri grandi prima di lui. Semmelweis fu braccato e bandito. La Chirurgia rifiutò con slancio pressoché unanime l’immenso progresso che veniva loro offerto. La salute dell’uomo crollò, gli venne nuovamente revocato l’incarico, fu scacciato da Vienna. Iniziò a scrivere clandestinamente un libro mettendo insieme studi, osservazioni e conclusioni cui era giunto. Ci mise quattro anni. Lo sottopose all’Accademia di Medicina di Parigi ma non ricevette risposta. La conclusione della storia – e della vita – del dottor Semmelweis non è felice. Ebbe un pesante esaurimento nervoso a seguito del quale lo rinchiusero in manicomio. E lì morì all’età di 47 anni, non a causa di presunta pazzia ma di un ostruzionismo imbecille e stizzoso, che ha negato riconoscimento ad una tesi che – dopo pochissimi anni – fu rivalutata e ad oggi considerata intramontabile nella propria validità.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY IV, SETTEMBRE 2019

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