HAROLD AND MAUDE –

regia di Hal Ashby, dal romanzo di Col Higgins; con Bud Cort e Ruth Gordon, commedia, 90’. USA 1971

articolo di Paola Suardi

Attenzione! Questo articolo contiene elementi spoiler. Non leggetelo se avete intenzione di vedere il film. Detto tra noi, se non l’avete ancora visto, questo articolo può aspettare, mentre “Harold and Maude” no.

Harold and Maude è un film-cult americano degli anni ’70 diretto da Hal Ashby (lo stesso regista di “Oltre il Giardino” con l’inarrivabile Peter Sellers), la colonna sonora è scritta e interpretata da Cat Stevens. Ma che cosa fa di un film un “cult movie”, ovvero come ci dice Wikipedia “un’opera cinematografica che ha superato il livello del successo per arrivare a quello di notissima icona sociale, spesso al di là dei mezzi economici impiegati per produrla… una di quelle pellicole che hanno comunque un pubblico ridotto ma straordinariamente affezionato, che prova verso di esse una stima che potrebbe essere paragonata ad una “adorazione religiosa”, arrivando talvolta a divenire riferimento di una generazione o di una subcultura”? Risposta, sempre di Wiki: “… emerge dall’opera un singolo elemento che rende significativa e memorabile nella storia del cinema l’intera pellicola. Questo elemento significativo può essere di volta in volta un tema mai trattato prima, una tecnica innovativa, l’interpretazione di un particolare attore, un commento musicale, una singola scena o sequenza che segna un’epoca, o che sposta in avanti il comune senso del pudore.”

Nel caso di “Harold and Maude” basterebbero le decine di citazioni dai dialoghi che si trovano in Rete a farci dire che è un cult-movie, ma vediamo che cosa a nostro parere ne fa un riferimento generazionale memorabile e significativo anche oggi. Harold è un ventenne, rampollo super agiato, mesto e ossessionato dall’idea della morte. La sua auto, pazientemente cercata presso gli sfasciacarrozze, è un carro funebre, e la sua occupazione preferita è recarsi ai funerali di sconosciuti oppure assistere alle demolizioni di edifici. Poiché è molto risentito con la madre, una snob socialite forse vedova, la punisce inscenando in continuazione dei suicidi molto realistici. Da qui la battuta ormai arcinota: “Io non sono mai vissuto. Sono morto, qualche volta.”
Maude è una donna che sta per compiere ottant’anni, vispa e originale nel suo modo di prendere la vita, ruba un’auto ogni volta che ne ha bisogno e fa la modella per un amico pittore. Anche lei frequenta i funerali ma per ragioni opposte al ragazzo: “I funerali sono così divertenti, fanno parte del ciclo della vita!”. Quando si incontrano per la seconda volta a un funerale – dove entrambi non conoscono il defunto – Maude indossa un foulard rosa e se ne va guidando un maggiolino Volkswagen azzurro in modo scriteriato.

I due non potrebbero essere più diversi e lontani, l’uno mortifero e l’altra iper vitale, separati da sessant’anni d’età. Il film è invece proprio la storia della loro amicizia che evolve in affetto e in amore. Inizia con Maude che chiede ad Harold se vuole della liquirizia e finisce con Harold che vorrebbe sposarla – del resto la madre gli propone in continuazione improbabili pretendenti provenienti da un’agenzia matrimoniale – ma Maude ha deciso che “ottant’anni è il momento giusto per andarsene” e così farà. Non dopo aver trasformato radicalmente Harold, che nelle giornate trascorse con lei scopre il senso di vivere. Ecco un’altra celebre battuta di Maude tratta dalla sceneggiatura: “A un sacco di gente piace essere morta, solo che non è morta veramente. È solo che si tira indietro dalla vita. E invece bisogna cercare, correre i rischi, soffrire anche magari, ma giocare la partita con decisione. Altrimenti, alla fine, non si sa di cosa parlare negli spogliatoi…!”. Maude pianifica la propria morte ma resta intrisa di vita fino all’ultimo, immersa con tutti i cinque sensi – come si evince in più momenti nel film – nel ciclo della vita.

HAROLD: – Tu preghi?

MAUDE: – Prego? No, io comunico.

HAROLD: – Con Dio?

MAUDE: – Con la vita.

Distrutto dal dolore di averla persa, Harold prende l’auto e corre a tutta velocità verso l’alta scogliera dove inscena il suo ultimo suicidio. Poi si allontana nella campagna verde suonando il banjo che Maude gli aveva regalato e cantando: “There’s a million things to be… to do… /You can make it all come true…it’s easy”. Oltre alla testimonianza offerta dalle citazioni in Rete, sono per noi soprattutto quel carro funebre col quale si ostina a girare il giovane Harold, la sequenza iniziale del primo suicidio che culmina con la madre impassibile che fa una telefonata mentre il corpo di Harold penzola impiccato, poi l’immagine di Harold e Maude in fuga a cavallo di una motocicletta della polizia, o a letto insieme seminudi, la significativa colonna sonora di Cat Stevens, a farne un film di culto che con lievità impone all’attenzione di chi lo guarda un tema fondamentale: che cosa significa essere vivi.

È questo l’ambito in cui il film colpisce nel segno, incide con chiarezza alcune verità – che divengono gli aforismi citati sul web – e quarantotto anni fa anticipa con lucidità temi che in seguito, per esempio oggi, saranno di attualità come il riconoscimento della ricchezza insita nella diversità. Essere vivi significa essere liberi di essere se stessi, diversi da tutti gli altri, liberi di amare. Il film è anche una grande storia d’amore. Dice che l’amore non ha niente a che fare con i soldi, o il ceto sociale, o l’età, ma solo con due persone che si prendono e che hanno qualcosa in comune. Il tema dell’anticonformismo, come pure certe gag antimilitariste un po’ troppo insistite, è in certa misura frutto del ’68, ma la tenuta del film a distanza di quasi cinquant’anni indica che il fulcro del senso di questo film è profondo. Le eccentricità dei due protagonisti ci conducono col sorriso sulle labbra alla verità che il regista Asby afferma anche in chiusura di “Oltre il giardino”: “la vita è uno stato mentale”. Il regista adotta un codice visivo efficacemente preciso con cui segnala l’istanza di morte e di conformismo – non a caso la madre è sempre perfettamente in tono con l’arredo e la scenografia – insita nel mondo di Harold, e l’anticonformismo dirompente di Maude. Le candele, il rosso e il nero, gli interni che dominano la prima parte del film, lasciano via via il posto a scene en plein air e ai colori che indossa Maude, ma anche gli interni dove si muove questa donna esprimono sempre una polarità positiva opposta a quella di Harold.
Geniali alcune inquadrature che danno ampia risonanza al senso del film: quando Maude pronuncia una frase chiave della pellicola “Sai, Harold, secondo me gran parte delle brutture di questo mondo viene dal fatto che della gente che è diversa permette che altra gente la consideri uguale”, la camera si alza e inquadra dall’alto il cimitero in cui tutte le lapidi sono uguali, a segnalare che si è uguali solo dopo la vita, nella morte, ma non quando siamo vivi. Anche da un punto di vista sonoro il regista è attento e ironico – la musica, a parte la colonna sonora cantata da Cat Stevens, è perlopiù generata internamente alla narrazione – e segnaliamo la scena della madre che fa il bagno in piscina con in sottofondo il concerto n. 1 di Ciaikovskj come una chicca. Significativi i testi di Cat Stevens tra i quali spicca If you want to sing out, sing out (“Se vuoi cantare ad alta voce, canta ad alta voce”), vero manifesto del film. Ben venga che questo film è tra quelli scelti per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Lunga vita a Harold and Maude!

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY IV, SETTEMBRE 2019

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