UNA FAVOLA MODERNA Anna Maria Antoniazza

C’è una grandissima dignità nell’amore e, in generale, in chi ha la capacità di guardarsi dentro. Ci sono persone che si sono amate da una vita, coppie di gay, lesbiche che hanno vissuto nascosti al mondo. Tutti sapevano, nessuno diceva niente. Si sono stretti la mano fino alla morte, nel silenzio, tra parenti agguerriti, nell’assenza più totale di diritti. Ci sono persone che hanno perso peso; alcune hanno modificato colore di capelli; altre ancora hanno cambiato sesso, ma pure queste ultime non hanno fatto nulla di straordinario. Hanno cercato semplicemente di stare meglio e andare incontro ad una vita di serenità lontano da disagi e disperazione. Queste persone, le transessuali, sono coloro che rappresento. Un mondo colorato con terrificante vivacità dalla televisione. Quando si parla di transessuali, i casi mostrati non sono mai di successo. Ma le persone transessuali, per me che le conosco bene, per me che le frequento, sono ben altra cosa. Siamo commercialiste, avvocati nel mio caso, imprenditrici: persone semplicissime, che conducono la propria vita in modo riservato e discreto, vicino a compagni e mariti stupendi che ci amano alla follia.

Con queste parole, Anna Maria Antoniazza si presenta nel suo discorso pubblico di apertura alla Fondazione Feltrinelli di Milano, il 27 Giugno 2018, con un monologo dal titolo “La transizione sui luoghi di lavoro”. Davanti a lei, professionisti del settore bancario e assicurativo, giornalisti, attivisti dei diritti umani. È solo il primo di tanti interventi che la vedranno camminare a testa alta in contesti istituzionali, per tutto il 2018. Il senso del suo parlare pubblico, della sua coraggiosa testimonianza è sempre lo stesso: le transessuali possono essere anche avvocati, avvocati di successo, commercialiste, medici. Bisogna abbandonare la visione che TV e giornali danno del mondo delle trans: del resto, quando si parla di loro, ricorda bene Anna Maria, i casi non sono mai di successo. Invece, lei rappresenta, in un mondo di squallore, una rosa nel deserto. Bilaureata, colta, raffinata. Anna Maria si laurea a 23 anni in Economia e Commercio e da subito inizia a lavorare per una multinazionale americana, in parallelo riesce a concludere con grande sacrificio la sua seconda laurea in Giurisprudenza, specializzandosi in diritto delle tecnologie informatiche e diventando negli anni un’esperta di diritto della robotica e dell’intelligenza artificiale. Anna Maria scala velocemente i gradini della multinazionale, diventando, a soli 37 anni, Contract Manager in Accenture per il mercato assicurativo.

Ma Anna Maria non è solo una grande professionista del mondo informatico. Anna Maria è prima di tutto una donna speciale: diventa Anna Maria al termine del suo splendido percorso di sviluppo umano, all’età di 32 anni, perfettamente cosciente e consapevole della sua scelta. Ora è una donna realizzata: una favola moderna, di quelle che raramente si avverano. Anna Maria ha a cuore a 360 gradi la questione dei diritti civili, dell’importanza non solo aziendale ma politica dei temi di inclusione e diversità. “Le persone GLBT devono essere persone semplicissime, che conducono la propria vita in modo riservato e discreto. Perché è proprio lì che vince la diversità, è lì che esiste il trionfo più autentico di una vita. Vivere come tutti, non rimanere in disparte, avere i diritti e goderne, farli propri, adattarli alla realtà. Di questo hanno bisogno gay, lesbiche e persone transessuali: non hanno bisogno di più diritti, o diritti diversi. Hanno semplicemente bisogno di poter vivere come tutti le proprie relazioni sociali: in primis quella dell’amore che ha avuto con il decreto Cirinnà un riconoscimento straordinario per la realtà italiana (LEGGE 20 maggio 2016, n. 76). Finalmente è possibile unirsi civilmente e vedere riconosciuti un set basilare di diritti. Ricordo sempre con grande affetto una mia coppia di amici, insieme da 30 lunghissimi anni: si erano conosciuti davanti ad un negozio di antiquariato e hanno trascorso il loro amore immersi in un timido silenzio per 3 lunghissimi decenni. “Erano i due amici” che vivevano insieme per il condominio, accompagnati da risolini e sguardi maliziosi. Quando uno dei due, a causa di un incidente stradale, è finito in ospedale, il compagno non ha avuto neanche la possibilità di assisterlo. All’epoca non esisteva la legge Cirinnà. A questo serve lottare, per questo è importante poter amare chi vogliamo, nello stesso modo e con gli stessi diritti di chiunque altro”.

Quando le chiedo cosa direbbe ad un genitore o a un figlio della società di oggi, non esita a rispondermi: “Crea spazio dentro di te per accogliere gli altri. Non giudicare. Sono tutti fragili esattamente come te. Amano, vengono delusi, si amareggiano. Perché a volte le persone possono essere cattive e spesso gratuitamente e non hanno neanche idea di cosa ha vissuto e vive ora veramente nel tuo cuore. Ma se tu hai il coraggio di amarti, allora vincerai su tutto e niente ti farà più paura”. Anna Maria rappresenta senza ombra di dubbio un nuovo modello di leadership, cui bisogna guardare. Entusiasma sentirla parlare, trasmette un’energia incredibile. Quando le chiedo una riflessione sul senso della verità e dei sentimenti risponde così: “Ci sono verità fastidiose nella vita. Danno fastidio alla famiglia, ai nostri amici, danno fastidio soprattutto a noi che le viviamo. Queste verità vivono dentro di noi da sempre. A volte strillano; altre, si nascondono in un silenzio atroce ma ricordiamoci che non spariscono mai. Neanche quando cerchiamo di ucciderle. Queste verità sono i nostri sentimenti. La nostra capacità di amare, la direzione del cuore in una parola sola. Perché quando ami qualcuno, non importa chi ami: è una persona esattamente come te, come tutti noi. Non siamo nessuno per giudicare gli altri e, da esseri umani quali siamo, non possiamo permetterci di coltivare dentro di noi forme d’arroganza troppo facili. Chi si sente superiore al prossimo non vince su nessuno. Perde semplicemente se stesso. Chi si celebra, chi crede di essere arrivato nella vita, in realtà non è mai partito. È un pigro, una persona stanca, che cerca facili successi per immaginare di essere approdato su chissà quale vetta.

Vivere amare capirsi è il celebre titolo di un libro di Leo Buscaglia, antropologo americano di origine italiane, professore all’università di Los Angeles. Buscaglia consiglia al lettore di rintracciare la propria strada in modo autonomo, senza farsela imporre dagli altri e soprattutto indica nella autenticità e nella spontaneità le armi migliori per vivere bene con noi stessi. L’amore modifica il comportamento, Diventate voi stessi! Ciò che è essenziale è invisibile all’occhio! Ponti, non barriere. L’arte di essere pienamente umani, Bambini di domani. Scegliete la vita, Insegnate la vita, A proposito dell’amore: ricordate sempre che è l’io che sconfigge se stesso”. Anna Maria mi ricorda soprattutto il senso del rispetto: “Impariamo a rispettarci: non ha senso nascondersi. E se non hai la capacità di volerti bene, allora vorrà dire che la tua vita rimarrà sempre in pasto ad emeriti sconosciuti che si divertiranno a prenderti in giro. Ma se ami, se preghi, se hai un mondo interiore in cui crescere e svilupparti, non è il mondo esterno a contaminare la tua anima: sei semplicemente tu che illumini tutto ciò che sta intorno a te.” Quando parliamo di linguaggio, vedo che i suoi occhi si illuminano, è un tema a lei molto caro, del resto le parole come possono nutrire l’autostima, possono ferirti in modo irreversibile. “Ci sono realtà che non conosciamo e non possiamo permetterci di giudicare, soprattutto dentro di noi, non tanto negli altri. Apparteniamo per tanti anni ad un sistema di valori che diamo per scontato siano quelli giusti, da loro non ci possiamo allontanare, neanche per un secondo. C’è una colla morale ed affettiva che ci tiene legati. Fanno parte della nostra vita, vivono dentro di noi: derivano dalla famiglia, dal quartiere in cui viviamo, dai compagni di classe. Da ciò che ci è più vicino, proprio a livello fisico, quasi carnale. Sono figli delle voci che appartengono alla nostra quotidianità e che ci attraversano l’anima. Sulla base di questo sistema di valori accettiamo o rifiutiamo un certo tipo di linguaggio, un certo tipo di atteggiamento: è questo sistema di valori che ad esempio potrebbe imporci di non bestemmiare, non dire le parolacce, non alzare la voce. O almeno così dovrebbe essere… E uso il condizionale perché questo “dovrebbe” nella vita di tutti i giorni viene sistematicamente smentito. Navighiamo dalla metropolitana della grande città al bar di paese imbevuti di parole e atteggiamenti lontani anni luce da un senso di civiltà. E questa aggressività non riguarda solo le categorie più a rischio di giudizio sociale (disabili, GLBT, donne, persone anziane): riguarda tutti, indistintamente. E la cosa che più mi preoccupa non è tanto l’odio storico della “Società” verso le minoranze quanto l’odio che oramai addirittura i simili stanno sviluppando tra loro.

Donne contro donne, glbt contro glbt, maschi etero contro maschi etero. L’odio sociale oramai è talmente diffuso che sta fagocitando simile ad un mostro cannibale verso se stesso i suoi stessi portatori, che si divorano oramai tra loro, in una danza di carne sfracellata dai peggiori sentimenti dove l’odio è talmente assurdo da uccidere chi è come te e non solo più chi è diverso da te.” Per finire le chiedo il suo modo di vedersi donna…che significato le attribuisce: “Adesso che sono una donna ne avverto prima di tutto la fragilità e non il tanto famigerato potere femminile. Ne avverto la paura quando torno a casa la sera da sola, il fatto di stare in una stazione ferroviaria senza il mio compagno vicino, gli sguardi maliziosi degli uomini che come li saluti subito ci provano, la metropolitana dove le braccia dei maschi si trasformano in tentacoli silenziosi. Ne avverto la fragilità: quando in discoteca si avvicinano in gruppo e tu sei da sola con una tua amica e non vedi bei ragazzi ma solo un branco violento disposto a tutto per averti. Ne sento l’odore: che è quello legato al terrore interiore, al fatto che l’unica forza che hai è il cervello, la testa, la tua capacità di organizzarti, la gestione del mondo intorno a te. Scandisci gli orari, le giornate, gli appuntamenti. Hai la testa che scoppia ma tiri avanti. Sei il principio femminile su cui tutti cercano ascolto e conforto. Donne si nasce e si diventa. E quando lo diventi, come nel mio caso, capisci gli sguardi delle amiche d’infanzia, il senso dei sentimenti, le grandi straordinarie fragilità dell’anima. Perché la donna, le donne, noi donne, siamo un vaso talmente bello che è sempre pronto a morire e rinascere tra le braccia della nostra anima.”

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY IV, SETTEMBRE 2019

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