SOGNI APPESI

di Elena Ferrari

Ho solo allievi maschi. Ragazzi che non hanno finito le medie, perché sono stati bocciati o si sono ritirati dalla classe. Poco scolarizzati, alcuni con situazioni familiari faticose, sono potenziali emarginati, che la mancanza di cultura potrebbe lasciare a bordo campo per sempre. Trascurare la scuola è il loro modo di chiedere a che cosa serva studiare. La mia risposta è: per vivere meglio. Vorrei convincerli che ho ragione. Dato che ritengono solo la matematica abbastanza utile nella vita, comincio anch’io dal pratico. La scarsa competenza nella propria lingua, o in quella del Paese in cui si vive, è un problema quando si compilano documenti, si leggono atti amministrativi o prescrizioni e diagnosi mediche. Quindi il primo motivo per cui è importante imparare bene l’italiano è di ordine quotidiano. Voglio che se ne rendano conto, perciò compiliamo insieme dei bollettini postali e leggiamo il foglietto illustrativo di un farmaco, con l’insegnante di scienze. Sembrano abbastanza convinti, ma pensano ancora che si possa sempre chiedere aiuto a qualcuno. Domando se siano così sicuri di incontrare solo persone oneste, mosse dal desiderio disinteressato di aiutarli e racconto brevemente la storia di Renzo dall’Azzeccagarbugli. Mi concedono che potrei avere ragione e che padroneggiare una lingua può dare maggiori possibilità di difendersi e di volgere le situazioni a proprio favore.

La lezione successiva consegno brevi articoli di giornale chiedendo di leggerli e dirmi cosa li colpisca e perché. Ragioniamo insieme sul modo in cui vengono riportate le notizie e sull’uso di vocaboli ed espressioni. Si rendono conto che la scelta delle parole influenza molto la loro percezione e pare che questi esempi li convincano, così proseguiamo leggendo e analizzando anche qualche pubblicità. Pure in questo caso notano che chi sa usare bene le parole ha un grande potere e può convincere gli altri a fare cose cui forse non avevano nemmeno pensato. La Giornata della Memoria è l’occasione per approfondire l’argomento. Ora, non resta che parlare di letteratura e sono un po’ preoccupata di come la prenderanno. Ognuno di loro porta il testo di una canzone che ama. “In classe non ero presente, sognavo di vivere in alto, mostrare che ero un vincente”, canta Ultimo in Sogni appesi. Il ragazzo che l’ha scelta vede se stesso in questa descrizione, il che lo conforta e lo motiva, mi spiega. La funzione della letteratura è proprio questa, dico, e leggo due poesie di grandi autori. Poi propongo che siano loro a comporre un testo collettivo. Devono scegliere alcune frasi fra quelle che ho estratto dai testi scelti da loro e da altri scelti da me, mescolate a stralci delle due poesie, aggiungendo parole e frasi di loro pugno. L’attività piace e lavorano con entusiasmo. Commentano fra loro, si consigliano e si correggono gli errori a vicenda. Il risultato merita tutte le lodi in cui mi profondo. Appendo in classe la poesia, accanto a una di Emily Dickinson. Eccola.

So che mi fai

perdere gli ultimi

attimi di dolore e

il vizio delle mie

certezze.

Necessitiamo di un

abbraccio.

Ma perché soffri

per i giudizi della

gente?

Soffri solo senza

imparare, se mi fai

perdere le emozioni

per un obiettivo

proibito.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY IV, SETTEMBRE 2019

Spread inclusion all around the globe