RETE LENFORD Avvocatura per i diritti lgbti

Antonio Rotelli, fondatore di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti lgbti, risponde oggi alle domande della nostra Redazione e di questo gli siamo particolarmente grat*.

Quando, come, da chi è nata l’idea dell’Associazione?

L’idea di far nascere un’Associazione di giuristi che si occupassero dei diritti delle persone omosessuali e trans l’abbiamo coltivata a lungo, ma si è concretizzata solo alla fine del 2007, quando, io, iscritto all’Ordine degli avvocati di Taranto, e il collega Francesco Bilotta, allora dell’Ordine di Trieste e docente all’Università di Udine, abbiamo incontrato la collega Saveria Ricci, dell’Ordine di Firenze. Proprio nella sua casa di Firenze, abbiamo messo a punto lo statuto dell’Associazione e scelto il nome. A febbraio 2008, al nostro primo convegno – organizzato anche per farci conoscere – dovemmo affittare un teatro per farci stare le centinaia di colleghe e colleghi che si iscrissero. Tema del convegno fu il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Un evento particolare ne ha fatto emergere l’esigenza o più cause correlate fra loro?

Le ragioni furono molte, ma merita evidenziare che sentivamo l’esigenza, come professionisti, di attivare l’avvocatura e tutti gli operatori del diritto e della giustizia sulla conoscenza e l’impegno a favore di questioni che, all’epoca, si pensava non avessero nulla di giuridico. Se si chiedeva ad accademici o avvocati cosa pensassero del matrimonio tra persone dello stesso sesso si limitavano a rispondere che non si poteva fare; d’altronde, non esisteva ancora dottrina italiana in materia. Se si fosse accennato ai figli di due genitori dello stesso sesso ci saremmo inoltrati nel campo dell’irrealtà, nonostante, nello stesso torno di tempo, nascesse un’Associazione che
(ancora oggi) raccoglie le famiglie arcobaleno. Ma senza andare così lontano, il diritto antidiscriminatorio che, già dal 2003, tutelava in una legge italiana l’orientamento sessuale, era poco frequentato da coloro che in Tribunale, hanno il compito istituzionale di farlo valere. Non so se parlare di disinteresse, trattandosi di questioni che riguardano una minoranza, ma abbiamo dimostrato – e questo era il nostro obiettivo – che c’era una montagna di indifferenza e di indolenza da abbattere.

Avvocatura e Rete Lenford: come interagiscono e che differenze ci sono? Sono nate contemporaneamente?

Volevamo che l’Associazione raccogliesse avvocate, avvocati e praticanti, ma non volevamo lasciare fuori altri operatori del diritto, che avrebbero potuto contribuire alla nostra mission e al tempo stesso formarsi sui temi oggetto del nostro lavoro. Per questo decidemmo da subito di costituire una Rete, gestita dall’Associazione, alla quale possono aderire coloro che professionalmente lavorano con il diritto. Nelle attività che organizziamo, soprattutto quelle di carattere scientifico, ma anche nella preparazione di casi pilota, l’assunzione di punti di vista diversi, ad esempio quello degli accademici, è molto utile per riuscire ad ampliare le nostre prospettive e diventare più efficaci. Nel corso del tempo, il rapporto tra Associazione e Rete non è mutato, ma più volte ci siano chiesti se abbia senso unificare tutto nell’Associazione. Al momento, però, prevale ancora l’idea di mantenere la specificità dell’Associazione di avvocati, consapevoli del fatto che il contributo degli aderenti alla Rete Lenford è sempre stato fondamentale.

Come funzionano le adesioni?

Quanti associati/e avete? Come ho già detto, all’Associazione possono iscriversi solo Avvocate, Avvocati e praticanti; alla Rete possono aderire altri professionisti che operano con il diritto. Nel tempo la possibilità di aderire alla Rete l’abbiamo estesa anche a studenti universitari di qualunque disciplina, perché siamo convinti dell’importanza della conoscenza dei diritti fondamentali nella formazione dei ragazzi e delle ragazze. Restiamo comunque un’Associazione nazionale di piccole dimensioni: un centinaio di avvocati. Non siamo un’associazione professionale; non ci si iscrive ad Avvocatura per i diritti LGBTI per entrare in un giro che potrebbe aiutare a far crescere la propria clientela. Siamo avvocati con la consapevolezza della funzione sociale dell’Avvocatura e lavoriamo per far crescere il sistema (culturale, legale, giudiziario) nella prospettiva dei diritti umani, delle pari opportunità per tutti, della valorizzazione della complessità e del valore aggiunto che le differenze costituiscono per la società.

Questi ultimi sono dunque gli obiettivi di rete Lenford?

Ne aggiungo uno che deriva dalla nostra specificità di avvocati: la possibilità di ricorrere alle Corti. Tutto il lavoro, anche teorico, che facciamo, lo sperimentiamo sul campo, specialmente nelle cause pilota che portiamo avanti. Così siamo arrivati alla Corte Costituzionale, che ha riconosciuto il diritto fondamentale di due persone dello stesso sesso di vedere garantita dalla legge la propria famiglia, anche se la Corte non ha condiviso la nostra richiesta – che continuiamo a ritenere giuridicamente fondata – di riconoscere il matrimonio egualitario. Aggiungo, che tutte le cause per le pubblicazioni matrimoniali, che abbiamo portato avanti pro bono nella campagna “Affermazione civile”, a noi avvocati è costata, in termini di onorari non percepiti, oltre cento mila euro. Ancora, ad esempio la Corte di Cassazione ci ha dato ragione – e poi la Corte Costituzionale l’ha confermato – sul punto della non obbligatorietà dell’intervento chirurgico sui genitali per ottenere la rettificazione anagrafica di sesso. Sul tema genitorialità, le molte cause che abbiamo avviato hanno provocato una giurisprudenza sempre più uniforme e su varie fattispecie, che riconoscono i diritti dei figli con due genitori dello stesso sesso. Infine, non abbiamo mai trascurato neanche il rapporto con le Istituzioni e le forze politiche. Nella scorsa legislatura abbiamo scritto tre proposte di legge, su matrimonio, riforma della legge sui diritti delle persone trans e tutela da omofobia e transfobia. Nessuna è diventata legge, ma quella per includere l’orientamento sessuale e l’identità di genere nella legge Mancino-Reale è stata presentata da 218 deputati, diventando una delle proposte di legge sottoscritta dal maggior numero di deputati della storia repubblicana.

Chi possiamo considerare gli “alleati” (di senso, e di fatto) dell’Associazione?

Fin dall’inizio abbiamo collaborato con altre associazioni e non solo con quelle che si occupano di diritti delle persone LGBTI, con cui i rapporti sono continui. Siamo “alleati” di tutti coloro che combattono discriminazione e violenza, in ogni variante, in particolare quelle subite dalle donne. Quella di genere è l’archetipo delle discriminazioni. Per questo, ad esempio, in occasione del Congresso mondiale delle famiglie di Verona siamo stati l’Associazione che ha messo il suo know how a disposizione di tutte le associazioni – erano oltre quaranta – che hanno organizzato iniziative, per riaffermare il principio che i diritti delle donne NON si possono mettere in discussione; anzi, vanno rafforzati e tutte le famiglie vanno tutelate, non solo “la famiglia” che qualcuno vorrebbe imporre.

Quali sono stati i passaggi cruciali – anche a livello legislativo nazionale – che hanno segnato l’evoluzione delle Rete dal 2007 ad oggi?

Sul versante legislativo, la stagione dei diritti delle persone – avviata negli anni Settanta – è stata ridotta quasi all’insignificanza. Solo negli ultimi anni, su parità di genere, diritti di figli nati fuori dal matrimonio, fine vita e diritti di persone omosessuali, si è riusciti a legiferare, ma sempre con molta fatica e spesso minando i principi costituzionali di autodeterminazione, uguaglianza, solidarietà sociale. Si prenda l’esempio della legge sulle unioni civili. Il Legislatore è intervenuto solo perché tutte le Corti, nazionali e internazionali, gli avevano ingiunto di farlo, ma la legge era anacronistica dal giorno stesso in cui è stata approvata. Infatti, è un modello che nella maggior parte dei paesi europei è stato superato dall’estensione del matrimonio egualitario: questo perché la creazione di un istituto familiare alternativo solo per coppie dello stesso sesso, risolve problemi concreti e quotidiani ma istituzionalizza una differenza di valore tra cittadini, eterosessuali e omosessuali, facendo continuare la diatriba – appena rilanciata a Verona – tra chi o cosa sia “famiglia”. Senza tralasciare che la discriminazione in ambito genitoriale viene mantenuta. Direi che dal punto di vista legislativo rimane da fare tutto(!), anche se sul versante diritti di coppia si riparte dalle unioni civili per mirare all’uguaglianza. Il decennio che è passato, per i diritti delle persone omosessuali e trans, è stato il decennio della giurisdizione, delle Corti che hanno letto i principi della Costituzione e hanno aggiornato l’applicazione delle leggi esistenti.

Prima di ringraziarti e salutarti: un commento a caldo sulla proposta di legge ddl Pillon?

È complesso sintetizzare un giudizio negativo. Il testo tenta di realizzare un’operazione culturale e fortemente ideologica, secondo una visione che io giudico estremista della società, con il pretesto di intervenire in materia di affido condiviso. Il disegno di legge è preordinato, invece, a scardinare il diritto di famiglia, come abbiamo cominciato a conoscerlo a partire dalla riforma del 1975 e, ancor prima, con il divorzio. La dignità e i diritti dei singoli nella famiglia vengono rimessi in discussione, creando crepe e fratture per far tornare a vivere – giuridicamente – un’entità sovraordinata chiamata “Famiglia”. Si colpiscono direttamente le persone omosessuali, ad esempio, cominciando a sostituire nella legge il riferimento a “genitori” con quello di “madre e padre”. La vicenda della carta di identità elettronica, di cui si è parlato in queste settimana, non è un caso isolato, ma sembra inserirsi in un piano premeditato e più articolato.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY III, MAGGIO 2019

Spread inclusion all around the globe