MATTONI ROSSI SBARRE AZZURRE Transessualità in carcere

di Patrizia De Grazia

Il carcere di Ivrea, la cittadina della provincia di Torino dove sono cresciuta, è un piccolo istituto che si affaccia sulla strada principale. Ricordo di averlo vista mille volte dai finestrini sporchi di un autobus in ritardo, che ogni mattina correva sull’asfalto per portarmi a scuola. Un edificio di mattoni rossi circondato da un perimetro di sbarre azzurre che contiene in sé la vita di 250 persone: una categoria di detenuti il cui grado di sofferenza imposto supera di molto la proporzione tra pena e reato. Il Presidente Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, ripete spesso come il carcere sia essenzialmente una struttura pensata per i maschi. Su un totale di quasi 60.000 detenuti, infatti, le donne sono circa 2.500. Per tale ragione, gli istituti di pena esclusivamente femminili sono soltanto quattro su tutto il territorio nazionale, mentre sono molte le sezioni femminili aperte all’interno di carceri maschili. Vi sono poi donne diverse, donne costrette a scontare la propria pena in un limbo perenne tra ciò che vorrebbero essere e ciò che biologicamente ancora sono. Stiamo parlando di detenute transgender, ovvero di donne nate all’interno di corpi maschili che hanno deciso di intraprendere il faticoso percorso verso l’operazione per il cambio di sesso. Si tratta di una scelta coraggiosa che porta con sé infiniti sacrifici e conseguenze a livello fisico, mentale e di rapporto con la società. Perché se l’omosessualità viene gradualmente capita e accettata (non senza difficoltà), la transessualità appare ancora come una grande fortezza di luoghi comuni, ignoranza e pregiudizio, e fa sì che spesso donne e uomini transessuali vengano abbandonati da famiglia e amici. Persone che, per riconquistare il diritto di scegliere chi essere, sono costrette a pagare il prezzo più alto di tutti: l’esclusione. Questo enorme fardello, nato e alimentato da rigidi fattori culturali, viene caricato sulle spalle di chi viene lasciato solo a combattere contro un corpo e un sesso “sbagliato”. Questa solitudine, questo bisogno di trovare le risorse per accedere ai trattamenti medici necessari per la transizione di genere, può portare le persone transgender a commettere reati (spesso di lieve entità). Ma se fuori dal carcere il riconoscimento dei loro diritti è scarso e complicato, dietro i mattoni rossi e le sbarre azzurre degli istituti di pena come quello di Ivrea, i problemi aumentano, portando inevitabilmente a un innalzamento del potenziale afflittivo del carcere nei loro confronti. A partire dalla normativa vigente, emerge subito come in soli 7 articoli di una legge di quasi quarant’anni fa (164/1982), il nostro legislatore non tenti affatto di risolvere il problema dell’assordante vuoto normativo circa la tutela dei diritti delle persone transessuali; quanto piuttosto esso tenti di liquidare una diversità che non vuole comprendere e che, di conseguenza, non è in grado di affrontare. Se traslochiamo quest’analisi all’interno delle mura carcerarie scopriremo che non c’è alcuna previsione circa la collocazione e il trattamento delle/dei detenuti transgender all’interno degli istituti penitenziari. È precisato solamente che debbano scontare la pena presso sezioni protette di un carcere determinato in base al sesso specificato dal documento di identità. Chi è nata donna in un corpo da uomo verrà collocata in un carcere maschile. Chi è nato uomo in un corpo da donna (casi più rari) verrà collocato in un carcere femminile (o in una struttura femminile presso un carcere maschile). Perché in carcere si è uomini o donne. Nessun compromesso. Nessuna via di mezzo. E la classificazione deriva dalla natura dei nostri genitali. Poco importa se una donna sia tale molto tempo prima dell’operazione per la transizione di genere. Quella donna non avrà, secondo lo Stato, diritto di esserlo fino al momento in cui i suoi organi genitali non saranno quelli “giusti”. Di conseguenza, la detenuta resterà nel carcere maschile senza avere a disposizione un personale esclusivamente femminile (come invece avverrebbe nelle carceri per donne), adeguatamente formato per rispondere a particolari esigenze e tutelare lo stato fisico e psicologico della persona. All’interno della “sezione protetta” dedicata alle detenute transessuali del carcere di Ivrea vi è un tavolo da ping pong, coperto di polvere. E questo è tutto. Le detenute sono definite le “regine pazze” e, nonostante un velato senso di simpatia nei loro confronti, resta evidente che il sistema binario uomo-donna, proprio della macchina carceraria, è radicato nella mentalità di chi lavora al suo interno. La conclusione: senza un serio e consapevole supporto statale di formazione e normazione legislativa, il personale gestisce una situazione a cui non è in assolutamente in grado di dare risposte adeguate. Infine, a queste/i detenuti è precluso ogni contatto con gli altri detenuti, e così capita spesso che le ragazze trascorrano le giornate in cella o camminando lungo il corridoio di sezione. Non hanno possibilità di accesso alle attività svolte dentro e fuori dal carcere.
È inoltre difficile applicare misure alternative alla detenzione, mancando quasi sempre una famiglia all’esterno che possa fornir loro la disponibilità di una casa e/o l’ottenimento di un lavoro. Eppure… la straordinaria natura dell’essere umano non conosce limiti, nemmeno dietro le sbarre, dentro la sofferenza di una detenzione dura e discriminatoria: nella Casa Circondariale di Ivrea, meno di anno fa, si è celebrata l’unione civile tra due detenute transessuali, che si sono conosciute e innamorate in carcere. Dentro quell’edificio silenzioso di mattoni rossi e sbarre azzurre che tanti studenti vedono scorrere ogni giorno, guardandolo senza vederlo dai finestrini sporchi di un autobus, in ritardo, che porta a scuola. Per comprendere “bisogna aver visto”, scriveva Piero Calamandrei e, oggi forse più che mai, questa frase acquista senso. Perché dietro mattoni rossi e sbarre azzurre ci sono storie che hanno bisogno di essere ascoltate, vite che hanno bisogno di essere difese, occhi che hanno bisogno di essere guardati, più che giudicati. Dietro quei mattoni rossi e quelle sbarre azzurre ci siamo noi. Tutti noi. Dobbiamo soltanto imparare a vederlo.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY III, MAGGIO 2019