LA BANALITÀ DEL BENE Enrico Deaglio, 1991

di Sara Crimella

“Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?”. Questa è stata la prima, disarmante, domanda “che racchiudeva già tutto in sé” che Giorgio Perlasca rimanda a Enrico Deaglio, che lo intervista e nel 1991 pubblicherà “La banalità del bene”, una storia incredibile ma assolutamente vera. Giorgio Perlasca era un commerciante padovano. Nell’inverno del 1944, all’età di 34 anni, salvò dallo sterminio migliaia di ebrei ungheresi, spacciandosi per console spagnolo. Forte di tale carica, ottimo conoscitore della lingua, riuscì infatti ad istituire numerose “case protette”, riunì il maggior numero possibile di perseguitati e falsificò migliaia di documenti per permettere loro di espatriare, dimostrando indomito coraggio: in ogni momento correva il rischio di essere scoperto.

È possibile leggere, nel diario tenuto di Giorgio Perlasca durante il periodo di (fittizio) consolato, come ad ogni partenza di treno diretto ai lager si recasse alla stazione (accompagnato da una piccola delegazione improvvisata), munito di un elenco cartaceo recante nomi e cognomi di ebrei a cui il governo spagnolo concedeva immunità. La lista l’aveva creata lui stesso. Facendoli scendere dal treno li accompagnava per mano verso la salvezza, sfidando l’aperta ostilità dei gerarchi nazisti: in un’occasione ebbe un violento contrasto addirittura con il comandante in capo delle deportazioni, Adolf Eichmann. In quegli anni bui, Perlasca non era il solo ad adoperarsi diplomaticamente per arginare le deportazioni. Cito alcuni nomi riportati nel libro di Deaglio: Wallenberg, inviato speciale del re di Svezia; Senpo Sugihara console giapponese a Kovno, in Lituania accompagnato dalla moglie Yukiko; monsignor Angelo Roncalli allora patriarca di Venezia che salì poi al soglio pontificio col nome di Giovanni XXIII. Ma costoro avevano realmente ricevuto un incarico, costoro avevano un mandato. “La banalità del bene” riporta a noi, invece, la testimonianza di un uomo eccezionale, riconosciuto addirittura dallo stato di Israele come Giusto tra le Nazioni… ma il cui grande messaggio – che emerge continuamente dalle pagine del libro di Deaglio – è che il giusto non è eccezione. Martin Luther King dichiarò, in un memorabile discorso: “Non ho paura della malvagità dei cattivi ma del silenzio degli onesti”. Tutti gli onesti sono chiamati a diventare giusti, solo attraverso la solidarietà la giustizia si trasformerà in bellezza. La bellezza che salverà il mondo.
Così Lévinas scrive nell’opera “Totalità e infinito” (1984): “L’altro uomo non mi è indifferente, l’altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola “riguardare”. In francese si dice che “mi riguarda” qualcosa di cui mi occupo, ma regarder significa anche “guardare in faccia” qualcosa per prenderla in considerazione.”

La propaganda nazista di quegli anni paragonava gli ebrei al bacillo della tubercolosi, da debellare alla stregua di una malattia infettiva. Eppure Perlasca fece del proprio meglio, come una sopravvissuta testimonia. “Ci erano diventati nemici il vicino di casa, il compagno di scuola, le persone con cui eravamo cresciuti e vissuti: vedere Perlasca fu per me un’esperienza meravigliosa. Sufficiente per una vita intera. Un essere umano che, in circostanze come quelle, restava un uomo e si prestava a difendere persone che nessuno difendeva.” “Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?”. La domanda riecheggia. Quante volte guardiamo l’altro veramente? Quante volte usciamo veramente dal nostro terreno conosciuto, dai nostri ragionamenti consolidati? Quante volte, usando il pretesto di non avere voce in capitolo, non restiamo esseri umani? Io cosa avrei fatto al suo posto?

La morte dell’altro uomo mi chiama in causa e mi mette in questione, come se io diventassi, per la mia eventuale indifferenza, il complice di questa morte, invisibile all’altro che vi si espone; e come se, ancora prima di esserle io stesso destinato, avessi da rispondere di questa morte dell’altro: come se non dovessi lasciarlo solo nella sua solitudine mortale. E. Lévinas, A. Peperzak – Etica come filosofia prima -1989

Per concludere, si rivela pertinente la citazione di Kahlil Gibran, che sostiene: “Il vero giusto è colui che si sente sempre a metà colpevole dei misfatti di tutti”.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY III, MAGGIO 2019