IN GIOCO C’È LA DISABILITÀ

di Laura Giovannini

A giugno Mattel metterà in vendita, con la linea Barbie Fashionistas, due nuove bambole, una su sedia a rotelle e una con protesi alla gamba. I vertici di Mattel, attraverso una nota ufficiale, hanno dichiarato che come brand possono “elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella linea di bambole, per portare avanti una visione ancor più multidimensionale della bellezza e della moda”. Che si parli di una visione meno banalizzata della bellezza, che esplicitamente includa le disabilità fisiche, è a mio avviso un importante segnale, da parte di una multinazionale che ha creato un simbolo divenuto stereotipo per eccellenza. Ricordo una Barbie di qualche anno addietro, regalata alla figlia di un’amica, che ripeteva la frase: “Nulla può sostituire i brillantini”. Direi che occorreva fare passi in avanti. Non sono questi i primi giocattoli legati alla diversity che vengono lanciati sul mercato: già nel 1997 c’era stata Becky, la bambola in sedie a rotelle, sempre prodotta da Mattel. Ma qual è l’effetto che possono provocare questi giocattoli sul mercato? Possono assolvere ad una funzione educativa? Produrli è giusto o è sbagliato? Sicuramente permettono di poter parlare ancora di più di disabilità, il che in sé è positivo, tuttavia, riflettendo sulla disabilità stessa, non posso non osservare che essa non è mai una scelta, ma sempre una condizione. Un giocattolo, invece, rappresenta sempre una scelta, indipendentemente dal fatto che sia stato preferito dal bambino/a stesso, o da chi l’ha regalato. Inevitabilmente, anche dinanzi a giocattoli “con disabilità”, non possiamo che operare delle scelte: decidere di acquistarli, innanzitutto e addirittura scegliere la disabilità. Forse, allora, avrebbe più senso insegnare al bambino/a a continuare a giocare con una bambola anche se si è rotta ed ha quindi mutato la sua condizione, perché più che imparare a scegliere la disabilità dovremmo imparare ad accettarla, in noi stessi e negli altri, quando e se dovesse sopravvenire. Esistono disabilità fisiche e psichiche, più o meno percettibili ed il confine tra ciò che noi percepiamo “normale” e “diverso” è molto spesso il medesimo confine tra ciò che conosciamo e ci è familiare rispetto a ciò che non lo è. Più quindi apriamo la mente alla conoscenza e a ciò che non è familiare, più la percezione di quello che ci circonda diverrà più consapevole e meno stereotipata. In questa accezione anche una Barbie in sedia a rotelle, o con una protesi, potrebbe avere una funzione educativa, entrando a far parte del bagaglio esperienziale del bambino/a. L’utilizzo del condizionale resta necessario: affinché questa Barbie possa educare ad includere la disabilità tra gli aspetti “normali” della vita è indispensabile un’operazione educativa, tramite la quale la Barbie possa, da giocattolo, divenire mezzo educativo. Ho un cuginetto di nove anni costretto sulla sedia a rotelle da quando ne aveva cinque, a causa di Distrofia Muscolare di Duchenne, che lo ha portato prima a non muovere le gambe ed ora, in parte, le braccia. Questa maledetta malattia preferirebbe non averla e sono certa che, potendo scegliere tra diversi giocattoli, non ne vorrebbe uno con disabilità. Infatti, a riferimento e mito, ha un bambino “super dotato”, un mago: Harry Potter. Ha visto tutti i film e ha un sogno: imparare l’inglese ed andare a Londra per vedere gli Harry Potter Studios. Pochi giorni fa mi ha confidato di non essere più interessato ad imparare la lingua inglese. Perché? Durante l’ultimo compito in classe, la maestra di inglese gli ha assegnato un test diverso rispetto agli altri compagni: un test più semplice, come dichiarato davanti a tutti, poiché la sua condizione non gli permette di svolgere il test “normale”. L’automatismo operato dall’insegnante nel passare da una disabilità fisica ad una presunta incapacità nello svolgere il test di inglese, è indicativo di una superficialità diffusa, che rischia di trasformare la disabilità in svantaggio. Tornando alle Barbie… non posso evitare di pensare che, questa stessa insegnante, se avesse a disposizione l’intera collezione di bambole, probabilmente assegnerebbe un posto separato alle due Barbie… “diverse”.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY III, MAGGIO 2019

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