iGEN-DER Nativi digitali e prospettive future

di Donatella Lorato

La rapidità dei cambiamenti valoriali, culturali e sociali a cui assistiamo oggi fa avvertire la necessità di chiarire i bisogni delle nuove generazioni e la loro complessa realtà. Mentre il ritratto che emerge dalle ricerche internazionali è quello di una generazione sola e psicologicamente vulnerabile, i primi risultati prodotti dalle surveys di Osservatorio iGen (il cui proposito fondante è quello di rappresentare la prima fonte informativa riguardante le nuove generazioni che vivono in Italia e le trasformazioni in atto nella società in cui vivono) condividono il disorientamento internazionale ma rivelano spunti di ottimismo, soprattutto sulle grandi tematiche sociali, prima fra le quali la diversità di genere.
Conosciuti anche come “nativi digitali”, gli esponenti della Generazione Z vengono definiti “iGen” per la naturalezza con la quale utilizzano Internet, le tecnologie digitali soprattutto touch ed i social network, fondamenta del loro percorso di maturità e socializzazione. Sono nati tra la metà degli anni Novanta e il 2010 e rappresentano una popolazione di circa 2,6 miliardi di persone a livello mondiale. Per loro non esiste distinzione tra vita reale e vita digitale: l’identità è unica. La iGen spende la maggior parte del proprio tempo online: le attività all’aperto e tutte le attività di socializzazione sono state rimpiazzate dagli spazi virtuali del web, forzando una crescita più lenta ed un tempo più lungo di “affaccio” al mondo professionale. Sono idealisti: si tengono informati sulle battaglie collettive di natura sia socio-politica, che etica o ambientalista e le supportano tramite i social. Questa è anche la prima generazione ad aver assorbito, a livello globale, il concetto di “gender as a spectrum” in cui i concetti di uomo e donna sono sfumati, così da evitare stereotipi di genere. Secondo le ultime ricerche, riportate dal World Economic Forum e da Forbes, il 38% degli intervistati iGen è “completamente d’accordo” sul fatto che il genere non definisca l’identità di una persona. In linea con questi dati, i risultati di Osservatorio iGen su un complesso di 300 intervistati confermano l’ipotesi che vede i “nativi digitali” molto sensibili al tema della Gender Equality. Concetti come il “glass ceiling” sono considerati inaccettabili: la maggior parte degli intervistati desidera lavorare per organizzazioni che abbracciano politiche di parità di genere.

Nella riflessione sulle prospettive lavorative, è ancora una volta la Rete a far da padrona, riscrivendo le regole di un sistema ormai obsoleto che deve aprirsi a nuovi stili di vita e di lavoro, con l’obiettivo di armonizzare desideri e ambizioni. Questo è un argomento di grande sensibilità soprattutto per il mondo femminile, che sa quanto possa essere complesso compenetrare ambito professionale e personale e quanto spesso sia stato necessario scegliere tra uno dei due. Si chiama “work-life effectiveness” ed indica la strategia attuata per fondere vita e lavoro in modo organico ed efficace. Concetto caro alle donne più giovani che, meno spaventate dai cambiamenti, sono pronte a ridisegnare il proprio percorso professionale, magari adottando soluzioni di smart working. E così favorendo flessibilità, autonomia, responsabilizzazione ed efficacia: chi sceglie lo smart working non solo è mediamente più soddisfatto, bensì più produttivo. La ricerca ha anche voluto indagare quali soluzioni potessero rispondere in modo efficace a una tematica tanto complessa e articolata. Un importante 41% crede che sarebbe utile un’educazione alla Gender Equality fin dalla scuola primaria, istituendo delle ore in cui si normalizzi l’idea che uomo e donna – nelle loro diversità – vanno considerati con eguale rispetto, in quanto esseri umani. Il 36% invece, preferisce focalizzare l’attenzione sugli adulti, con campagne di sensibilizzazione, incisive e alla portata di tutti, che spingano
verso leggi più ferree, così da consentire la denuncia di atteggiamenti discriminatori. Il rimanente 23% crede infine che i primi cambiamenti debbano partire dal mondo del lavoro: dalla parità salariale alla concessione di un più lungo periodo di congedo per i neo-papà. L’analisi si chiude infine con una proposta di alcuni studenti, relativamente alla selezione dei candidati/delle candidate in ambito professionale: un format con cui i curricula inviati alle aziende, in forma cartacea o digitale, propongano inizialmente un file generato automaticamente dove figuri solo il cognome del/della candidato/a, senza foto e con pronomi gender neutral. Questo per spostare il focus esclusivamente sulle competenze del soggetto evitando di penalizzare o agevolare i candidati in base al genere.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY III, MAGGIO 2019