EDUCARE ALLE DIFFERENZE cambiare il mondo a partire dalla scuola

di Noemi Corvino e Carlotta Monti

Le differenze sono indivisibili (come i diritti)

Dalla collaborazione tra Bibliolandia (rete interbibliotecaria pisana) e RED Pisa, nasce un laboratorio in cui riflettere sugli stereotipi di genere. L’obiettivo è portare a scuola il tema della costruzione culturale del maschile e del femminile avvicinando le classi alla lettura di storie controstereotipiche. Chianni, un paesino arroccato sulle colline pisane, partecipa al progetto con una seconda media composta da tredici studenti. Entro in classe e ci immergiamo subito nella narrazione: leggo le avventure di Ale, quattordicenne dallo sguardo sveglio che, tornando da scuola, sente un cane guaire sommessamente nel parco. Scoprendo l’animale prigioniero di un pozzo, senza perdersi d’animo e risolvendo le difficoltà del caso, Ale lo salva. Ma chi è Ale? Concludo con questa domanda la storia e chiedo di annotare il nome completo su un biglietto anonimo. Quando leggo le risposte, nell’attesa trepidante, dodici indicano un nome maschile. Solo una persona ha scritto Alessia. Chi avrà ragione? Ripercorriamo la storia, scritta appositamente in modo neutro: se non è stata la grammatica, cosa ha attribuito il genere ad Ale? Parliamo di maschile e femminile, di cosa è lecito fare per uomini e donne, ci perdiamo nella discussione del coltellino usato da Ale nelle sue peripezie: è solo ed esclusivamente “da maschi”? Sono attenta a facilitare, raccogliendo stimoli e cercando nella classe punti di vista diversi, per intaccare la visione monolitica e prescrittiva sui generi. Finiamo per parlare di migranti, perché il coltellino potrebbe “servire ad una donna per non farsi stuprare da un tunisino” e di qui in poi sono parecchi gli interventi xenofobi. La discussione si fa accesa, l’argomento è attuale e denso di pregiudizi sul genere e sulla migrazione, che proviamo a decostruire. Ero concentrata su un altro tema, ma emerge questo. Nell’educazione alle differenze non è strano parlare simultaneamente di più discriminazioni: costruiamo un ragionamento aperto su parità e cittadinanza anche così, per analogie. Lanciamo piccoli semi di riflessione, partendo da un tema e andando spesso altrove, per dare una definizione di diritti umani, aumentare consapevolezza e agentività, per instillare il dubbio che Alessia, dopotutto, possa usare quel coltellino per intagliare un bastone raccolto lungo la via.


Ma è solo un complimento!

Quando ti prepari ad entrare in classe come formatrice ti confronti con molte incognite. Quali saranno le dinamiche prevalenti nel gruppo? Quale la capacità di approfondire? Perciò, mentre parcheggio di fronte alla scuola media di Cascina, sono immersa nei miei pensieri, ripercorrendo il programma previsto per le due ore di laboratorio su stereotipi di genere & lettura che devo svolgere in una classe seconda. Mi risveglia una voce di ragazzino, gridata dall’alto: «A bbellaa!». Arriva da una finestra del secondo piano della scuola. È incredibile quanta delegittimazione possano veicolare due semplici parole, apparentemente innocue; sentirle pronunciare da un dodicenne mi coglie di sorpresa, nonostante l’abitudine a destreggiarmi tra commenti non graditi e molestie esplicite, esperienza di tutte le donne. Varcando il portone della scuola faccio un pensiero naïf: spero di avere lezione con la classe di cui fa parte il ragazzino in questione. Non per punire o umiliare ma per aprire una riflessione insieme, a partire da esperienze reali e tangibili. Non incontro la classe giusta, ma capisco presto che qualsiasi classe è giusta per parlare di questo episodio, perchè tutte e tutti già conoscono, hanno sentito, visto o sperimentato. Chiedo al gruppo che cosa si prova secondo loro a sentirsi motteggiare così per strada, da una persona sconosciuta che si trova su un piano rialzato rispetto al nostro, seminascosta da un muro. Mi colpisce la precisione nell’analisi delle emozioni. Dicono: paura, vergogna, rabbia, umiliazione, senso di pericolo, sentirsi esposti, sentirsi senza protezione.
Scusate, chiedo, ma “bella” non è un complimento? Sono spiazzati. Partire dalle emozioni rende grottesca e ridicola la più comune delle argomentazioni utilizzate per minimizzare e mistificare il contenuto reale delle molestie. Non c’è bisogno di spiegare che “bella” attiva un universo di significato che non è adeguato al contesto e che ha evidenti conseguenze sessualizzanti. Voglio rafforzare questa presa di coscienza e li interrogo sulle emozioni che provano quando ricevono un complimento. Gioia, soddisfazione, felicità, orgoglio, eccitazione. I due elenchi non si somigliano neanche lontanamente. E questa verità, così semplice, così lampante, è l’inaspettato seme che abbiamo piantato oggi.

ARTICOLO PUBBLICATO IN DIVERCITY IV, SETTEMBRE 2019

Spread inclusion all around the globe