Donne, finanza e futuro sostenibile

Maria Cristina Origlia

La finanza fa ancora girare il mondo e non è un male di per sé, dipende dai criteri con cui viene gestita. E, se a indicare la via di una svolta tanto virtuosa quanto urgente, è l’uomo di finanza più potente al mondo, allora possiamo sperare in un reale cambiamento. Le sue lettere pubbliche inviate a inizio 2018 e 2019 a tutti i colleghi CEO di società quotate in cui invitava a investire con granu salis – ovvero premiando aziende virtuose, con una governance sostenibile e una strategia di lungo periodo – hanno fatto scalpore.
Ma di certo Larry Fink, fondatore della multinazionale finanziaria americana BlackRock, che gestisce 6.500 miliardi di dollari dei clienti, sa che cambiare le vecchie abitudini richiede tempo, impegno e una certa ridondanza del messaggio. Così, è tornato a parlare di responsabilità in occasione del board raccolto a Milano lo scorso luglio. E ha parlato, ancora una volta, forte e chiaro, confermando la necessità che le aziende producano dati sull’impatto delle attività economiche per provare che fare impresa in modo sostenibile produce risultati di business e rendimenti interessanti. Innanzitutto, per evitare una bolla sugli investimenti sostenibili e poi perché la svolta green deve essere gestita senza costi sociali. Il suo monito fa eco alla Direttiva europea 2013/34 sulle cosiddette Non Financial Information, che dal 2019 prevede – per tutte le società quotate, le banche, le assicurazioni e tutte quelle che emettono titoli – l’integrazione del bilancio 2018 con informazioni non finanziarie, quali quelle relative all’impatto ambientale, sociale e di governance. Sono questi dati, finora considerati intangibili e quindi non valorizzati, a diventare oggetto di analisi e misurazione per definire il valore di un’azienda agli occhi degli investitori. Del resto, è ormai assodato quanto questi aspetti siano determinanti nelle scelte di consumo, ma anche di lavoro, delle giovani generazioni. Il movimento globale innescato dalla giovanissima attivista svedese per il futuro del pianeta, Greta Thunberg, dovrebbe aver recapitato il messaggio a governi, media e multinazionali in modo inequivocabile e facendo più eco di quanto avesse cercato di generare uno dei più importanti documenti dell’Onu, conosciuto come Agenda 2030. Un manifesto che contiene le linee guida dell’unico sviluppo economico possibile dei prossimi anni in 17 obiettivi che girano attorno a da 5 fattori: persone, pianeta, prosperità, pace e partnership. E che finalmente ci dice quale significato dobbiamo dare a “sviluppo sostenibile”: uno sviluppo che soddisfa i bisogni di oggi senza compromettere i bisogni delle generazioni future, grazie al connubio di una crescita responsabile, di inclusione sociale e di rispetto dell’ambiente. Se vogliamo vederla da un altro punto di vista, più immediato e drammatico, possiamo leggere gli ultimi Global Risk Report del World Economic Forum e constatare che i primi tre rischi globali del mondo hanno a che fare con l’ambiente, gli altri sono di tipo sociale. Non era questa la classifica anche solo a dieci anni fa.

Fatta questa articolata ma necessaria premessa, è evidente che molto dipenderà dal senso di responsabilità di chi è al potere, soprattutto in finanza. Diverse ricerche hanno dimostrato che negli anni neri della crisi deflagrata nel 2007- 2008, le società con un maggiore rappresentanza femminile ai vertici hanno fatto scelte più consapevoli e prudenti, di fatto, preservando la business continuity e, quindi, privilegiando una visione di lungo periodo. Un atteggiamento che sarebbe molto utile oggi nell’indirizzare le scelte di investimento. Ma quali sono i numeri della gender equality in finanza? Irrilevanti. Se le leggi sulle quote di genere – mai più da definire quote rose, per favore – in Italia come in altri paesi europei hanno innescato un cambiamento significativo nel rendere più equilibrati i board delle aziende quotate, poco hanno potuto – soprattutto nei paesi mediterranei – su una svolta culturale e numerica significativa in economia, in finanza come in politica. Ma è anche vero che alcuni recenti segnali aprono un nuovo orizzonte e trasmettono al mondo un segnale dirompente. Innanzitutto, la designazione di Christine Lagarde a succedere alla presidenza di Mario Draghi in un’istituzione finanziaria così importante per il destino dell’Europa, come la BCE. Per la prima volta una donna e per la prima volta una professionista non proveniente dal mondo della finanza. Poi, Ursula Von der Leyen a capo della Commissione europea, madre, medico e politica, come si è presentata nel suo discorso di insediamento, costellato di parole ambiziose e non urlate. Quindi, un duo inedito, sfidante, promettente.

Ma c’è anche una bella, recente, notizia per la nostra bistrattata Italia. La nomina di Alessandra Perrazzelli a vicedirettrice di Banca d’Italia, voluta fortemente dal Governatore Ignazio Visco, che – forte della sua carriera internazionale in finanza – terrà i rapporti proprio con la BCE di Lagarde, è un segnale altrettanto dirompente. Un segnale dal valore politico, che fa sperare in un salto di civiltà per un paese pieno di talento ancora schiacciato da una cultura dominate maschile, che non conviene più a nessuno. Neppure agli uomini.