cover story: CLAUDIA PARZANI

di Valentina Dolciotti –

Un turbine d’aria fresca, che spalanca la porta di colpo e si riversa nella stanza, rovesciando qualche foglio di carta e facendomi rabbrividire per un istante. Questa è l’esatta sensazione che ho provato incontrando Claudia per la prima volta.
Claudia, che ha un modo tutto suo di raccontare e raccontarsi, esuberante ma preciso, fuori dagli schemi ma estremamente lucido e intelligente. Claudia Parzani è nata a Brescia nel giugno del 1971 e cresciuta a Rovato, Franciacorta, in una famiglia medio borghese.

La mamma da ragazza aveva studiato come segretaria d’azienda – Hai notato che la dicitura era esclusivamente al femminile? – e interrotto la professione quando si era sposata con il papà di Claudia, imprenditore bresciano, che dopo aver frequentato il liceo classico e alcuni anni ingegneria, si era tuffato nel mondo del lavoro. A seguito degli studi classici fatti a Brescia (in un liceo originariamente fondato dall’ordine gesuita), decide di iscriversi all’Università… a Milano. Non Brescia, non Pavia, non Padova, non Verona. Ed ecco la prima di tante scelte puntualmente fuori dal coro: andarsene da Rovato.


– La vita in paese scorreva talmente lenta da farmi soffocare –.

Diventare pendolare non sarebbe bastato a ritrovare quell’aria mancante, e nemmeno tornare a casa nel fine settimana… Claudia voleva andar via, immergersi in quanto di più caotico e vivo e frenetico e creativo si potesse immaginare in quel momento: gli anni ’90 a Milano. La vita in una metropoli. – Volevo frequentare “la Statale”, dove era necessario mettermi in coda per ottenere qualsiasi cosa. Volevo entrare nel mondo -. Da sempre attratta dalla carriera di avvocato, al contempo Claudia era appassionata di finanza (a differenza di compagne e compagni diventati poi notaio o magistrato) e assecondò questa tendenza (allora come oggi) a coltivare interessi e passioni non necessariamente o classicamente definite da etichette. – Una propensione alle scelte “fuori dagli schemi” che mi accompagna ancora…-
Fuori dallo schema dunque o, comunque, molto molto vicina ai margini.

– Quindi quale indirizzo di studi hai scelto? – domando incuriosita.
– Un corso sperimentale di Giurisprudenza con Indirizzo d’Impresa, che spingeva fortemente verso la finanza… eravamo in pochi iscritti! Però ricordo ancora Guido Rossi, docente di Diritto Commerciale Speciale (noto giurista, avvocato accademico italiano, morto un anno fa, nda) e altri insegnanti decisamente all’avanguardia e collocabili, oggi, nel cosiddetto modello “avvocato d’affari”. Insegnavano materie complementari particolarmente impegnative e disertate dai più, che hanno contribuito a formare le mie competenze in ambito di micro e macro economia, quotazioni, valutazioni… Ed ecco qui la prima laureata della famiglia! – esclama, un po’ ironica un po’ provocatrice, e mi strappa il primo dei molti sorrisi che verranno. – E come sei arrivata a Linklaters? –
– In modo inusuale… tanto per cambiare –
Claudia si occupa principalmente di capital market, operazioni di mercato con Società quotate – società che hanno quasi sempre una componente americana -.
Al tempo (2006) lavorava per lo spin-off di uno studio americano, trasformatosi poi in boutique italiana (società operante negli investimenti con target di clientela dai patrimoni elevati, nda) ma senza soci americani interni allo studio. Quindi, spesso, nell’ambito di “deal” internazionali le capitava di rivolgersi ad altri studi per coprire parte del lavoro non gestibile dall’Italia.

E in questo modo, tendenzialmente, si instaurano delle relazioni proficue tra studi che operano in giurisdizioni diverse e che col tempo possono generare vicendevoli opportunità di business.

Ma Claudia, quando si rese necessario trovare un partner, decise di rivolgersi a Linklaters (uno dei principali studi legali al mondo, nato a Londra nel 1838, allora senza sedi in Italia). Linklaters aveva una nota e solida friendship con uno studio legale italiano, quindi lei era assolutamente consapevole che lo scambio non sarebbe mai stato reciproco.

– Ma erano i migliori. Li scelsi per quello. –
– I colleghi dello studio italiano avranno gradito immagino…- – Chiaramente volevano “uccidermi” – scoppia a ridere Claudia – Ma non importava. Ai clienti volevo offrire il meglio. –
E così, quando Linklaters decise di aprire una sede in Italia, scelse lei.
Ascoltando il percorso professionale di Claudia mi domando (e le domando) se alle figlie (ne ha tre) consiglierebbe una forte specializzazione negli studi.
– No, in verità no. Con i tempi che corrono, l’instabilità di mercati e Paesi, oltre all’incapacità di “predire” il futuro suggerirei loro, piuttosto, una forte onestà intellettuale. È ciò che a me ha dato i risultati più soddisfacenti e mi ha portata qui. E poi la passione, che dà coerenza e forza necessarie per andare avanti. Credo che queste due qualità vengano prima della specializzazione ex ante -.
Voglio restare ancora un momento dentro il tema figlie, pertanto chiedo a Claudia quale ruolo a suo avviso dovrebbe avere l’Istituzione scolastica nell’educare bambini e bambine all’inclusione delle diversità. Lei, risponde con un esempio.
– Quando ero Presidente di Valore D erano molte le attività proposte su tematiche di leadership femminile, governancerole model, formazione per accedere a ruoli di Consigliere d’Amministrazione … tutte utilissime, ma una sera mi sono resa conto, guardando le mie bambine, che il mondo non lo avremmo mai cambiato solo partendo dall’alto. Portare esempi professionali e di vita, lavorare per e con le donne manager… sicuramente era un pezzo di percorso importante, ma il gap andava colmato dal basso. Era e resta l’unico modo.

E così nell’ultimo anno di mandato Valore D ha aperto una collaborazione con il progetto Inspiring girls (nato dalla spagnola Miriam Gonzales, la quale lanciò una campagna nazionale nel Regno Unito per mettere in connessione le ragazze inglesi con i role models femminili che vivevano e lavoravano nel Paese, nda) attiva ancora oggi. In Italia opera su scala nazionale, ha due grandi sponsor economici, Intesa San Paolo e Eni, ed esiste grazie ad un accordo siglato con il Ministero dell’Istruzione che permette di entrare nella scuola Primaria di secondo grado (11-13 anni) e nella scuola Secondaria (14-18 anni) e portare in classe l’allenatrice di calcio, la comandante dell’esercito, l’ingegnere che lavora sulla piattaforma petrolifera… donne che possono diventare un modello, insomma. E, cosa più importante, in aula si rivolgono sia alle bambine sia ai bambini. Perché tutti abbiamo bisogno di nuovi modelli culturali cui fare riferimento, non solo le femmine.

Il percorso di carriera di Claudia, apparentemente non lineare ma di certo coerente, la porta oggi a ricoprire vari incarichi. Come avvocato e socio di Linklaters ha due ruoli molto importanti: Managing Partner nella Western Europe (prima volta per una donna, prima volta per un under 45, prima
volta per qualcuno che non aveva mai gestito un ufficio e ora guida la regione più grossa dello Studio) seguendo 1500 avvocati dislocati in nove Paesi. Inoltre, è a capo del Marketing e Business Development a livello globale (prima volta per un socio…), per cui gestisce circa 200 professionisti di tutto il mondo. Infine, grazie a questi ruoli siede nel board che guida lo studio a livello mondiale.

– Quindi hai “due poltrone” allo stesso tavolo?! – Ormai la mia ammirazione non ha più ritegno… – Già –

E, aggiungo qui, Claudia ha molti altri prestigiosi incarichi di governance. È Presidente di Allianz S.p.A, primaria compagnia di assicurazioni italiana e parte del gruppo Allianz SE; Vicepresidente della Borsa Italiana; membro del C.d.A del Politecnico di Milano…

Ma il valore di ricoprire così tante posizioni, Claudia è molto chiara in questo, sta nel riuscire a contaminare mondi differenti per il tempo necessario e, poi, spostarsi. Cambiare. Fare altro. Fino ad oggi – infatti – non si è mai riproposta per nessun ruolo, e dubito lo farà in futuro. Appena eletta Presidente di Valore D, ad esempio, ha cambiato lo Statuto dell’Associazione per non essere accarezzata (parole sue) dall’idea di potersi ricandidare.
– C’è una dignità immensa nel lasciare quando è il momento, e c’è un grande valore nel creare spazio. È difficile pensare di lasciare i luoghi di potere, lo capisco, ma costruire una successione e favorire il passaggio di consegne sono gesti fondamentali -.
E altrettanto importante è collaborare con gli uomini e coinvolgerli in questo cambiamento: come presidente di Valore D, un’altra novità che ha introdotto, è stata la “duplicazione del board”, dapprima formato da 15 donne, alle quali si sono aggiunti 15 uomini.
È davvero coinvolgente chiacchierare e sarebbero molte le domande che vorrei porre. Ma ci sono tre parole che mi girano in testa e domando a Claudia di dirmi, di pancia, cosa le facciano venire in mente, sorridendo al pensiero che – in verità – l’intera intervista si sta svolgendo di pancia, perché la donna che ho davanti è istintiva e spontanea nelle risposte che dà, e dubito lo sia solo in questa stanza.

– Europa, dico.
– È il nostro futuro. È tempo di essere europei. Da lì passa la nostra credibilità e la nostra serenità.


– Profitto.

– È una parola che mi piace meno perché nell’immaginario richiama il lucro. Se me lo permetti, la sostituirei con valore. E, aggiungo, tutto deve portar valore, anche economico, naturalmente.

– Identità.


– L’identità è fondamentale. Con modalità rispettosa e sincera, serve che ognuno di noi porti la propria identità in qualsiasi contesto. Ormai chiediamo agli altri cose che non domandiamo nemmeno a noi stessi, pretendiamo ciò che non pensiamo neanche di dover dare. Invece bisogna partire da sé. Sapere chi si è e valorizzare la propria identità è dovere di ciascuno.

– Conosci questa vignetta?


– Non la conoscevo ma se fossi la donna raffigurata, senza dubbio alla loro domanda risponderei: another women.Ovvero: porterei un’altra donna, la professionista più valida che io conosca, e poi un’altra e un’altra ancora… La cultura muta anche attraverso i numeri, altrimenti è difficile portare il cambiamento in una situazione d’imparità così netta. –

– Posso lanciare una provocazione, a questo proposito? – mi domanda all’improvviso.

– Ti prego fallo –
– Assumiamo solo donne incinta. Forza! – Claudia scoppia a ridere
ma lo sguardo è serio. – Può sembrare aggressivo come approccio, lo so, ma pensa: se un’azienda decidesse di assumere una donna quando questa è incinta, quella professionista che ha acquisito non se ne andrà mai più,
e lavorerà con una dedizione che nessuno ha. Offrirà talento, motivazione. Il risultato sarà un’azienda felice dove i dipendenti saranno contenti di lavorare, l’energia in circolazione sarà alta e attrarrà talenti di altrettanto spessore. Invece sono ancora tante le aziende in cui tutti si lamentano, nei
corridoi o alla macchinetta del caffè; lì i talenti attratti – se di talenti si tratterà – saranno certamente di livello diverso… È altissima la frustrazione che aziende e persone hanno davanti a un episodio bellissimo quale la nascita, e questo perché non si incastra alla perfezione nell’ingranaggio lavorativo per come oggi è strutturato. L’applicazione di politiche inclusive nelle aziende, invece, creerebbe e crea ambienti migliori, senso di appartenenza, fedeltà.


– Senti Claudia, la tanto citata necessità di un cambiamento culturale ormai è diventata, a mio avviso, un alibi piuttosto che un punto di partenza. E mi irrita parecchio. È come se fosse il pilota automatico inserito in risposta ad ogni domanda o difficoltà che il Paese vive. Del resto, è tutto una questione culturale, no? Il femminicidio, l’inquinamento, l’evasione fiscale, il razzismo… Non trovi che siamo seduti su questa affermazione?

– Ti rispondo con una citazione. Quest’anno il Forum Ambrosetti (incontro internazionale di discussione su temi principalmente economici; si tiene dal 1975 nella Villa d’Este di Cernobbio, sul Lago di Como. Agli incontri partecipano capi di Stato, ministri, premi Nobel ed economisti, nda) ha omaggiato in apertura alcune personalità di spicco, tra cui Sergio Marchionne recentemente mancato, autore di questa frase:

“Se non cambiamo atteggiamento tutti quanti, collettivamente e ognuno come singolo, andremo sempre più in basso. Ogni individuo deve fare un esame di coscienza e decidere quale tipo di cambiamento vuole: il proprio o quello degli altri. E nel farlo dobbiamo essere consapevoli che il primo richiede sacrifici, coraggio e senso di responsabilità nel costruire l’Italia che vogliamo. L’altro, invece, ci relega al ruolo di spettatori. E condanna la società italiana e il futuro del Paese a quello di vittima.”

Mi trovo d’accordo, il cambiamento culturale è una risposta talmente generica che può essere usata a seguito di qualsiasi domanda. È più interessante chiedere: “Tu cosa stai facendo, per cambiare?”

Perché ci sono differenze che devono sparire. È lampante per me, per te, ma non per tutti. È indispensabile stressarle perché siano viste, poiché la presunzione che non esistano è ancora elevata. Per far sì che questo accada vanno sottolineate ed evidenziate rimarcate… fino al giorno in cui non le vedremo più. Sarà il giorno in cui, finalmente, spariranno dai giornali i titoli “La prima donna che…”. Ma oggi, quei titoli servono ancora.

Spread inclusion all around the globe