BAYO – Una vita in linea retta

di Valentina Dolciotti

Il tavolo della cucina è di legno scuro, un po’ in ombra; nonostante fuori sia il 22 di agosto, dentro l’aria è fresca. Qualità di questa casa che ho sempre amato, oltre al fatto che appartenga ad un amico caro e custodisca tra le pareti centinaia di ricordi.
Bayo è seduto accanto a me, rilassato ma attento, l’idea di un’intervista l’ha stupito ma non sembra imbarazzato.
Tutte le vite meritano di essere raccontate, ma alcune spingono così forte da dietro gli occhi di chi le abita, che impongono di farlo subito. Accantonare tutto ciò che si sta facendo, e mettersi in attesa.
Bayo è nato in Guinea, precisamente a Conakry, la capitale. Ha due fratelli, uno di tre anni maggiore e uno piccolino. Vivono con la mamma. Quando il padre muore, Bayo era ancora un bambino.
– Avevo quattro anni – dice – Très tôt… – aggiunge in francese. La nostra conversazione sarà tutta così, ondeggiante tra l’italiano e il francese, quando i ricordi si faranno dolorosi, o le parole scorreranno troppo veloci, Bayo si affiderà al francese, la lingua che conosce meglio dopo quella d’origine (il dialetto Malanké).
Fino al tredicesimo anno di età Bayo frequenta la scuola, poi interrompe gli studi per aiutare la madre nella vendita di abiti al mercato.
È nel febbraio 2014 che, purtroppo, il destino della famiglia cambia drasticamente, e con esso il futuro di Bayo.
Il fratello maggiore, infatti, è tra gli organizzatori di una manifestazione, non autorizzata dal governo, contro la mancanza di energia elettrica in molti quartieri della capitale. In cinquecento persone sfilano per strada, la tensione sale, gli agenti lanciano lacrimogeni sulla folla, qualche colpo di fucile in aria, confusione, spintoni, e un attimo dopo un ragazzo è per terra, morto. Colpito da una fucilata. I manifestanti fuggono terrorizzati, i feriti che si contano sono almeno trenta.
È il secondo incontro di Bayo con la morte.
Il giorno seguente la polizia si presenta a casa sua (ma Bayo non c’è) e arresta il fratello maggiore, identificato come uno degli organizzatori del corteo. Lo trascinano via e, da quel giorno, di lui non si saprà più nulla– Je n’ai pas pu lui dire au revoir –Ora la madre teme anche per la vita degli altri due figli, ha paura che qualcuno riconosca il volto del secondogenito – che marciava accanto al fratello -, e nel giro di poche settimane la famiglia lascia la capitale per andare a vivere in un piccolo villaggio decentrato. Ma Àdama è angosciata e, con dolore immenso, il dolore di una madre che ha già perso un figlio e che ha capito che per salvare i due che restano deve “abbandonarne” uno, chiede a Bayo di andar via. E così, Bayo parte. Nell’aprile del 2014 ha sedici anni, il giorno prima sognava di frequentare il liceo per diventare giornalista (parce qu’il est important de dire les choses) e, ora, si trova su un pullman sgangherato che attraversa il Mali con un bacio sulla fronte e uno zaino sulle ginocchia. Il grande Mali, che conta millecinquecento chilometri tra i due confini (un viaggio lungo come da Roma a Copenaghen). I giorni diventano settimane e le settimane mesi. Mentre lo ascolto parlare, mi accorgo che, per chi ha subito un trauma i ricordi non sono un’autostrada dritta e chiara da percorrere. Talvolta si fondono e confondono. Talvolta qualcosa, l’inconscio forse, prova a proteggerci almeno un po’, e nasconde visioni, emozioni, fermi immagine troppo dolorosi, terrificanti. Bayo stesso, ogni volta che racconta la propria storia, può perdere pezzi per strada o inavvertitamente raccoglierne altri e non c’è malafede in questo. C’è solo una sofferenza troppo grande per essere guardata dritta in faccia, tutta in una volta sola. Superato il Mali, a bordo di un camioncino attraversa faticosamente l’Algeria, primo stato dell’Africa per dimensione (otto volte l’Italia!), si “stabilisce” provvisoriamente ad Algeri e lavora per un anno in un cantiere (lo stesso in cui dorme la notte), e successivamente in una ditta di bevande. Poi decide di partire. Non c’è nessun Paese dell’Africa in cui riesca a sentirsi salvo, in cui pensi di poter costruire una vita. Si sposta in Libia, viaggia a piedi ma la traversata del deserto è durissima, abbandona lo zaino lungo il cammino perché è troppo pesante… fino al giorno in cui trova un passaggio. Alcuni uomini a cui chiede aiuto stipano Bayo e altre persone – Nous étions 24 dans le compartiment d’un toyotà – nel retro di una grossa jeep e attraversano il Sahara. Pane duro e acqua sporca è il vitto fornito dai predoni, e bastonate per chi si lamenta. Una volta arrivati a destinazione i malcapitati vengono spinti con violenza dentro una cella e solo chi paga in contanti una cospicua somma può riappropriarsi della propria libertà.– C’est là que j’ai compris. Je devais laisser la Libye. – Bayo paga, con parte dei soldi accantonati in un anno di lavoro. È settembre, anno 2015. Bayo non vede e non sente sua madre da più di un anno e mezzo, continua a lavorar sodo e mette da parte i soldi per la traversata. Vuole raggiungere l’Italia. Vuole fare domanda di asilo politico. Vuole sentirsi, per una volta, al sicuro.
Raccoglie informazioni: alcuni scafisti (armati) gli chiariscono che il viaggio via mare per la costa italiana costa 1000 euro e che il barcone parte solo di notte. Bayo si presenta all’appuntamento, c’è una lunga fila di persone pronte all’imbarco, – più di 100 – ma il traghetto ne può portare al massimo 50. Il tragitto che li attende è lungo e il mare sconosciuto: Bayo è preoccupato, silenzioso. Un ragazzo nigeriano, in fila davanti a lui, esprime a voce alta il medesimo pensiero. Uno dei due scafisti intima al ragazzo di abbandonare il gruppo, e prima che una qualsiasi protesta si levi, spara. Un solo colpo di pistola, dritto in pancia.
– Ils l’ont assassiné – mi ripete Bayo per assicurarsi che abbia capito. Ho capito. Ucciso sulla riva del mare per aver fatto la domanda sbagliata. Gli altri vengono obbligati a togliere scarpe e pantaloni, e spinti sul barcone, in mutande.
Ragazzi e uomini che arrivano dal Senegal, Mali, Gambia, Somalia, Sierra Leone… Bayo riconosce accenti e dialetti ma non parla con nessuno. Non ricorda la presenza di donne. La traversata è tetra, le persone ammassate, impaurite. Una volta giunti in acque internazionali gli scafisti abbandonano la guida del traghetto e scappano con un motoscafo. È un racconto surreale, quasi un documentario – per noi che abbiamo il lusso di andare al cinema -. Invece è così, reale e crudo e ingiusto e schifosamente vero.
Ascolto il racconto di uomini e ragazzi stremati dal viaggio, dall’assenza di cibo e acqua, dalla paura di morire. Non riesco a interrompere, non voglio interrompere. Un puntino all’orizzonte si fa vicino. È una nave della Croce Rossa che ha già soccorso altri migranti e al momento sta portando un carico di circa 600 persone. Si affianca e presta soccorso al barcone. – Vi hanno trattato bene? – chiedo – Tu sais, non c’è bien ou mal quando ti salvano la vita. – La nave attracca a Lampedusa, Bayo è ancora scalzo, in mutande, senza documenti, ma ora porta un braccialetto numerato al polso. Dalla nave scorge una lunga fila di persone sul porto. Fila che avrebbe significato tante cose, da lì in avanti.– Elle revient souvent dans ma vie. –
Di Lampedusa ricorda tantissimi giornalisti e decine e decine di fotografie scattate. Con il traghetto raggiungono la Sicilia, dove Bayo riceve infradito di gomma e un paio di – non erano proprio pantaloni ma certo erano meglio di niente -, insieme agli altri monta su un pullman, e dopo circa quindici ore di viaggio si ritrova a Milano.
Milano, due file: celibi e sposati. Un ulteriore autobus lo porta a Bergamo. In questura si mette in fila, ancora, per impronte digitali e fotografia. Autobus di nuovo: insieme ad altri sessanta tra uomini e ragazzi, viene destinato alla Comunità Ruah di Ponteranica. Fine del viaggio. Per ora.
Conakry – Ponteranica tutto sommato sono solo quattromilacinquecento sessanta chilometri in linea retta, ma si sa, la vita non è una linea retta.
Bayo resta un anno e nove mesi presso la Comunità Ruah, i primi quattro senza permesso di soggiorno, in attesa di documenti. Lì frequenta la scuola di italiano e nel frattempo avvia le procedure per la richiesta di asilo politico.
Ma dopo due mesi, la sentenza che arriva dal tribunale è ne- gativa. Bayo non si arrende, e un’avvocatessa che segue i Programmi d’accoglienza inizia ad assisterlo, preparano il ricorso, ma dopo sette mesi, di nuovo, riceve un diniego.
Il periodo di ospitalità presso la Comunità Ruah termina (poiché dopo il secondo diniego di riconoscimento del diritto d’asilo politico, si è automaticamente esclusi dal Programma d’accoglienza e quindi si perde l’ospitalità concessa) e in attesa della terza ed ultima sentenza, che ora punta sull’asilo per motivi umanitari (e arriverà a febbraio 2019), è ospite dell’insegnante di italiano che ha conosciuto in classe, che gli ha offerto una stanza sempre fresca, anche ad agosto, una casa densa di ricordi e un’amicizia delicata e profonda.
Io non so valutare perché, fino ad ora, la richiesta di asilo di Bayo sia stata negata. So che trovare un lavoro, ora, aiuterebbe moltissimo ad avere una sentenza positiva (oltre che un’autonomia economica), a dimostrazione del percorso d’integrazione che sta vivendo. So che in Guinea non può più tornare; so che da quattro anni non può telefonare a sua madre per sentirne la voce; so che è partito da casa ragazzino e ora ragazzino non è più; so che suo fratello oggi dovrebbe avere 22 anni ma chissà. Nella prigione in cui è rinchiuso non sono concesse visite, telefonate, corrispondenza, nulla. Nemmeno avere assicurazione che sia vivo.
So, infine, che mi trovano d’accordo le parole della senatrice Emma Bonino quando in Senato ha tuonato: “Voi sapete come me che non c’è pacchia che tenga. Voi sapete come me che non sono in crociera. Voi sapete come me che non ci sono i taxi del mare. Voi sapete come me che sfuggono dalla misera, dalla fame, in ricerca di una possibilità di vita migliore”.
Sì, lo sappiamo.


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